domenica 31 agosto 2025

STORIA DEL CAVALLINO RAMPANTE


    Lo stemma del Cavallino Rampante ha origini militari e simboliche che risalgono alla figura di Francesco Baracca, asso dell’aviazione italiana nella Prima Guerra Mondiale. Baracca, nato nel 1888, era ufficiale del 2° Reggimento “Piemonte Reale Cavalleria”, il cui emblema era proprio un cavallo rampante argenteo su campo rosso. Quando divenne pilota, Baracca adottò il cavallino come simbolo personale, dipingendolo sul fianco del suo aereo Nieuport 17, modificandone l’aspetto: nero, con la coda alzata e rivolto verso sinistra. Il cavallo rappresentava forza, eleganza e spirito combattivo, qualità che Baracca incarnava nei cieli. Dopo la sua morte in combattimento nel 1918, il simbolo rimase legato alla sua memoria. Nel 1923, durante il Gran Premio del Circuito del Savio, Enzo Ferrari vinse la sua prima gara. In quell’occasione, la madre di Baracca, la contessa Paolina, si avvicinò al giovane pilota e gli propose di adottare il cavallino come portafortuna per le sue auto da corsa. 



    Ferrari accettò e nel 1929, con la fondazione della Scuderia Ferrari, il Cavallino Rampante divenne il logo ufficiale. Ferrari apportò alcune modifiche: lo sfondo divenne giallo, colore della città di Modena, e furono aggiunte le lettere “S F” (Scuderia Ferrari) e i tre colori della bandiera italiana. Da allora, il Cavallino Rampante è diventato uno dei simboli più iconici al mondo, sinonimo di velocità, prestigio e passione automobilistica. È presente su tutte le vetture Ferrari, dalle monoposto di Formula 1 alle auto stradali, e ha contribuito a costruire l’identità visiva del marchio. Il legame tra Baracca e Ferrari è celebrato anche nel Museo Francesco Baracca a Lugo, dove si ripercorre la storia dell’aviatore e la nascita del simbolo. Il Cavallino Rampante non è solo un logo, ma un’eredità di coraggio e innovazione che ha attraversato epoche e discipline, dall’aeronautica alla competizione automobilistica, mantenendo intatto il suo fascino e la sua potenza evocativa.




sabato 30 agosto 2025

VITTORIO ALFIERI (1749-1803)


    Vittorio Amedeo Alfieri nacque ad Asti il 16 gennaio 1749 in una famiglia nobile piemontese. Rimasto orfano di padre in tenera età e segnato da salute fragile, visse un’infanzia solitaria e inquieta. Alfiere nell’esercito sabaudo dopo brevi studi all’Accademia Reale di Torino, abbandonò presto la rigida disciplina militare per compiere un Grand Tour che lo condusse a Firenze, Roma, Parigi, Londra, Vienna e persino a San Pietroburgo. In questi anni approfondì la lettura dei classici come Plutarco e degli illuministi Voltaire e Montesquieu, forgiando un anelito antitirannico e razionalista. Pur avendo il piemontese come lingua materna, si dedicò con impegno all’apprendimento del toscano, immergendosi nei manoscritti e nei circoli fiorentini per affinare il proprio stile. L’amicizia con Tommaso Valperga di Caluso fu determinante nel consolidare la sua vocazione letteraria e nell’indirizzarlo verso la composizione delle sue prime opere teatrali. 




    All’inizio del 1775 andò in scena la sua prima tragedia, Cleopatra, cui seguirono opere come Saul, Virginia, Mirra, Antigone e Abele—definita dal poeta “tramelogedia” per la mescolanza di musica e dramma—per un totale di oltre venti tragedie. Le sue sceneggiature si distinguono per un linguaggio asciutto, privo di concessioni retoriche, e per personaggi che incarnano un eroismo titanico in lotta contro ogni forma di dispotismo. Persona anticonformista e ribelle, visse amori travolgenti, duelli e scandali di corte, rifiutò titoli e privilegi nobiliari proclamandosi apolide e raccolse nei suoi “Giornali” riflessioni intime, filosofiche e autocritiche. Morì a Firenze l’8 ottobre 1803 e fu tumulato nella basilica di Santa Croce, dove nel corso dell’Ottocento divenne emblema delle aspirazioni risorgimentali e precursore delle inquietudini romantiche.






venerdì 29 agosto 2025

EDITH PIAF (1915-1963)

 

    Édith Giovanna Gassion nacque da genitori di umili origini: il padre Louis Alphonse Gassion, contorsionista normanno, e la madre Annetta Giovanna Maillard (in arte Line Marsa), cantante di strada di origini berbere e nata a Livorno; il certificato di nascita indica l'ospedale Tenon come luogo del parto e la data del 19 dicembre 1915. Dopo la nascita fu affidata alla nonna materna e poi alla nonna paterna in Normandia; in giovane età soffrì di cheratite e guarì dopo una visita a Lisieux, sviluppando una devozione per santa Teresa del Bambin Gesù. Cresciuta in condizioni precarie, iniziò a cantare per strada con il padre contorsionista e si esibì come artista di strada sotto lo pseudonimo Miss Édith, guadagnandosi da vivere con esibizioni e questua. A 17 anni ebbe una figlia, Marcelle Carolina, nata l'11 febbraio 1933, che morì di meningite a due anni, evento che segnò profondamente la sua vita. Scoperta dall'impresario Louis Leplée nel 1935, debuttò al cabaret Le Gerny's con il nome d'arte La Môme Piaf, poi trasformato in Édith Piaf; Leplée fu in seguito assassinato e Piaf fu indagata e poi scagionata. Dopo un periodo di difficoltà artistica si legò professionalmente a Raymond Asso e musicalmente a Marguerite Monnot, che firmò molte delle sue musiche; con loro costruì il repertorio che la rese celebre. 



    Durante la Seconda guerra mondiale continuò a esibirsi a Parigi nonostante le pressioni dell'occupazione tedesca e svolse attività di aiuto ai prigionieri francesi, fornendo documenti falsi e supporto logistico che contribuirono a salvare numerosi detenuti; fu poi prosciolta dalle accuse di collaborazione e riconosciuta per i servizi resi alla nazione. Nel dopoguerra compose e registrò successi internazionali: "La vie en rose" (1946) divenne inno della rinascita francese; nel 1946 intraprese tournée negli Stati Uniti, ottenendo riconoscimenti critici e successi al cabaret Versailles e poi al Carnegie Hall, dove fu acclamata. La sua vita sentimentale fu intensa e pubblica: amori noti includono il pugile Marcel Cerdan, morto in un incidente aereo nel 1949, evento che la colpì profondamente; sposò il cantante Jacques Pills nel 1952 e divorziò nel 1957. Negli anni Cinquanta consolidò la sua fama con lunghe serie di concerti all'Olympia di Parigi e tournée internazionali; collaborò con artisti come Yves Montand, Charles Aznavour e Georges Moustaki, lanciando molte carriere. Soffrì di problemi di salute, tra cui artrite reumatoide e dipendenza da morfina iniziata per curare dolori e traumi da incidenti stradali; nonostante ciò continuò a esibirsi fino agli ultimi anni. Morì il 10 ottobre 1963 a Grasse; la sua eredità musicale e culturale rimane centrale nella storia della chanson francese.




giovedì 28 agosto 2025

GIUSEPPE TARTINI (1692-1770)


    Giuseppe Tartini nacque a Pirano d’Istria l’8 aprile 1692 in una famiglia di origini fiorentine; orfano di padre in gioventù, ricevette le prime nozioni di violino presso i padri delle Scuole Pie di Capodistria e completò gli studi di giurisprudenza all’Università di Padova, distinguendosi però anche nella scherma. Il matrimonio segreto nel 1710 con Elisabetta Premazore, nipote del cardinale Cornaro, gli costò la fuga da Padova e un rifugio di due anni nel convento di Assisi, dove perfezionò l’arco e il fraseggio sotto la guida del “padre Boemo” Černohorský, trasformando il suo carattere impulsivo in una personalità più misurata. Fu qui che scoprì il celebre “terzo suono” o “toni di Tartini”, fenomeno di risonanza tra due note suonate contemporaneamente e da cui derivò la sua celebre sonata Il trillo del diavolo. Ritornato in Italia, si affermò rapidamente come violinista di pregio. Dal 1716 al 1718 si perfezionò nelle Marche, poi nel 1721 ottenne la direzione musicale della Cappella Antoniana di Padova, una delle migliori d’Italia, con condizioni contrattuali straordinarie che gli permisero di insegnare e concertare liberamente. 



    Nel 1728 fondò la Scuola delle Nazioni, attirando allievi da tutta Europa come Pietro Nardini, Pasquale Bini e Maddalena Lombardini; tra questi figurò anche il giovane Antonio Salieri. La sua produzione strumentale comprende oltre cento sonate, numerosi concerti e la celebre Sonata in sol minore Il trillo del diavolo, che rimane uno dei vertici dell’arte violinistica barocca. Affascinato dalla teoria musicale, Tartini dedicò gli ultimi decenni ai suoi trattati: il Trattato di musica secondo la vera scienza dell’armonia (1754) e la Dissertazione dei principi dell’armonia musicale (1767), opere in cui cercò di fondare la musica sulla fisica del suono, pur ricevendo critiche da teorizzatori come Serre e Forkel. Ufficialmente in servizio fino al 1765 e insegnante fino al 1767, morì a Padova il 26 febbraio 1770 per gangrena, lasciando un’eredità di innovazione violinistica, didattica e teorica che ispirò la scuola europea dei violinisti e influenzò lo sviluppo dell’armonia occidentale.




mercoledì 27 agosto 2025

DINA GALLI (1877-1951)


    Clotilde Anna Maria Galli, detta Dina, nacque a Milano il 6 dicembre 1877 da Giuseppe Galli, impresario teatrale, e Armellina Nesti, caratterista. Fin da bambina calcò il palco accanto alla madre, ma fu l’incontro con l’attore dialettale Edoardo Ferravilla a trasformarla da semplice comparsa in voce comica di grande impatto, grazie a un fisico minuto, occhi vivaci e un’istintiva vena ironica. All’inizio del Novecento entrò nella compagnia Talli-Gramatica-Calabresi, dove il rifiuto di Irma Gramatica per La dame de chez Maxim di Georges Feydeau le aprì le porte del successo: la sua interpretazione maliziosa e mai volgare la consacrò interprete ideale di vaudeville e pochade. Nel 1907 fondò la propria compagnia insieme a Giuseppe Sichel e Amerigo Guasti, alternando commedie di Feydeau, Veber e Hennequin a titoli leggeri e sentimentali di Fraccaroli, Forzano e Adami. Durante la Prima Guerra mondiale esplose il suo trionfo con La maestrina e Scampolo di Dario Niccodemi, nei ruoli di madre affettuosa e di ragazzina di strada dalla delicata freschezza. Negli anni Trenta il ritorno al vernacolo milanese con Felicità Colombo sancì l’unione tra comicità brillante e caratterizzazione popolare, affiancata da un cast che spaziava da Ruggero Ruggeri a Nino Besozzi. 



    Sul grande schermo esordì già nel 1914, ma fu con Felicità Colombo (1937) e Nonna Felicità (1938), diretti da Mario Mattoli su soggetti di Giuseppe Adami, che conquistò il pubblico cinematografico. Tra i film più noti figura Stasera niente di nuovo (1942), girato in piena guerra, seguito da Il birichino di papà (1943) e Tre ragazze cercano marito (1944). Dopo un breve allontanamento dedicato al cinema, tornò a calcare il palcoscenico nel secondo dopoguerra in riviste come Col cappello sulle ventitré (1945) e in commedie di George Kaufman e Moss Hart, confermando il suo talento di “stralunata comicità”. Fu la prima attrice italiana a volare su un biplano nel 1910 e sopravvisse alla strage anarchica del teatro Diana di Milano nel 1921. Morì a Roma il 4 marzo 1951 e riposa nel Cimitero Monumentale di Milano, dove una statua di Angelo Biancini la immortala con una maschera teatrale. La sua eredità prosegue nella figlia Rosanna e nella nipote, la conduttrice Barbara Gulienetti, simboli di una dinastia dedicata all’arte del palcoscenico.




martedì 26 agosto 2025

FEMMINA FOLLE (FILM 1945)


    Leave Her to Heaven è un film statunitense del 1945 diretto da John M. Stahl, con Gene Tierney nel ruolo di Ellen Berent, Cornel Wilde nei panni dello scrittore Richard Harland, Jeanne Crain in quelli della cugina Ruth e Vincent Price come il procuratore Russell Quinton. La sceneggiatura di Jo Swerling si ispira al romanzo omonimo di Ben Ames Williams del 1944 e beneficia di una sontuosa fotografia in Technicolor curata da Leon Shamroy, che vinse l’Oscar per il suo lavoro. Il girato si svolse tra le foreste della Sierra Nevada in California, i paesaggi desertici di Arizona e Nuovo Messico e alcune scene a Warm Springs, Georgia, tra maggio e agosto 1945, mentre la colonna sonora fu affidata ad Alfred Newman. Il film uscì nelle sale di Los Angeles il 20 dicembre e a New York il 25 dicembre, diventando il maggiore incasso della Twentieth Century Fox negli anni Quaranta, con 8,2 milioni di dollari di affitti mondiali. Durante un viaggio in treno nel deserto del New Mexico, Richard incontra Ellen, una giovane ereditiera di Boston affascinata dall’uomo che le ricorda il padre scomparso. Dopo un rapido fidanzamento, i due si sposano e si trasferiscono in un lodge sul lago nel Maine, dove Ellen rivela un carattere geloso e patologicamente possessivo. Quando il fratello minore di Richard, Danny, paralizzato dalla poliomielite, va a vivere con loro, Ellen, con cinica determinazione, lo lascia annegare facendosi scudo dietro il presunto incidente. 



    In seguito induce intenzionalmente un aborto lanciandosi da una scala e, scoperta dalla madre adottiva Ruth, accusa la cugina di ambire a Richard e ordisce una calunnia che porterà all’intervento del procuratore Quinton. Per vendicarsi della crescente insofferenza familiare, Ellen avvelena se stessa con arsenico mescolato allo zucchero, simulando un omicidio. Sull’orlo della morte chiede a Richard di cremarne le spoglie e disperderne le ceneri nel New Mexico, poi muore. Ruth viene accusata di omicidio e processata, ma il marito assistente approfitta della cremazione per ostacolare l’autopsia e portare il caso in tribunale. Durante il dibattimento Richard testimonia con lucidità sulla natura psicopatica di Ellen, rivelando le sue colpe e dimostrando che la donna si è tolta la vita per punire entrambi. Ruth ottiene l’assoluzione, mentre Richard è condannato a due anni come complice per omissione e torna infine al suo lodge al fianco della cugina amata. Pur sfuggendo a una definizione univoca, Leave Her to Heaven è stato celebrato per la sua sovrapposizione di thriller psicologico, melodramma e noir in pieno Technicolor, enfatizzato da suggestioni mitologiche che rimandano a figure come le sirene e Medea. Critici e appassionati ne hanno lodato l’ambiguità di genere, consolidata da un seguito cult, e nel 2018 il film è stato inserito nel National Film Registry della Library of Congress come opera “culturalmente, storicamente o esteticamente significativa”.




lunedì 25 agosto 2025

POLA NEGRI (1897-1987)


    Barbara Apolonia Chałupiec nacque il 3 gennaio 1897 a Lipno, nel Regno di Polonia sotto dominio russo. Dopo l’arresto del padre e la deportazione in Siberia, crebbe con la madre Eleonora in grave indigenza. Studiò danza all’Accademia Imperiale di Varsavia, ma una tubercolosi la costrinse a un lungo ricovero a Zakopane, dove adottò il nome d’arte Pola Negri, ispirandosi alla poetessa Ada Negri. Conclusa la convalescenza, frequentò l’Accademia Imperiale di Arti Drammatiche di Varsavia e debuttò sul palcoscenico nel 1912 al Piccolo Teatro. Nel 1914 esordì al cinema in Slave to Her Senses e divenne presto una delle attrici più acclamate del teatro e del nascente schermo polacco, grazie alla sua capacità di coniugare intensità emotiva e presenza scenica. Nel 1917 si trasferì a Berlino, dove Ernst Lubitsch la introdusse alla UFA. Interpretò successi come Die Augen der Mumie Ma, Carmen e soprattutto Madame DuBarry, il cui trionfo internazionale contribuì a sollevare il bando americano sui film tedeschi e inaugurò una serie di coproduzioni di grande portata, consolidando la sua fama come “tragica” esotica. 



    Nel 1922 Paramount Pictures la ingaggiò in esclusiva per 3.000 dollari a settimana, facendone la prima star europea di Hollywood e ospitandola in una villa ispirata alla Casa Bianca. Nei film muti, tra cui Bella Donna, The Cheat e Forbidden Paradise, costruì l’immagine di emblematica femme fatale, dettando mode tra turbanti e pellicce. Sul piano privato, dopo un breve matrimonio con il conte Eugeniusz Dąbski (1919–22), fu legata a Charlie Chaplin e Rudolph Valentino e sposò poi il “principe” Serge Mdivani (1927–31). Con l’avvento del sonoro, tornò in Europa per lavorare con Pathé e UFA e sperimentare una carriera di cantante, incidendo brani di successo. Fuggita dall’Europa occupata nel 1940, si stabilì negli Stati Uniti e partecipò a Hi Diddle Diddle (1943). Naturalizzata americana nel 1951, rifiutò il ruolo di Norma Desmond in Sunset Boulevard e dopo un ultimo cameo in The Moon-Spinners (1964) visse in riservatezza, dedicandosi alla beneficenza. Morì a San Antonio il 1º agosto 1987 per polmonite aggravata da un tumore cerebrale, testimoniando la fine di un’era del muto europeo.




domenica 24 agosto 2025

MAE WEST (1893-1980)


    Mary Jane “Mae” West fu un’artista poliedrica il cui talento attraversò oltre sette decenni di spettacolo. Divenne celebre per la sua voce contralto e per il personaggio audace, ricco di doppi sensi, con cui incarnò il simbolo sessuale di un’epoca. Scrittrice di commedie rischiose, attrice, cantante e sceneggiatrice, si scontrò spesso con la censura cinematografica e teatrale, ma traendo vantaggio dalle controversie che alimentavano la sua popolarità. Nata il 17 agosto 1893 in un quartiere di Brooklyn da una madre modella di origine bavarese e da un padre ex pugile diventato detective privato, iniziò a esibirsi bambina in spettacoli amatoriali e, a 14 anni, calcò i palchi del vaudeville. Il suo nome d’arte venne talvolta sostituito da pseudonimi come “Baby Mae” o “Jane Mast” durante le prime tournée, ma la sua personalità esplosiva la rese rapidamente nota nelle compagnie di New York. Sul palcoscenico di Broadway esplose la sua fama quando, usando lo pseudonimo Jane Mast, scrisse e interpretò Sex (1926), uno spettacolo che le costò un breve soggiorno in carcere per “corruzione dei costumi”. La condanna, scelta per attirare l’attenzione, le valse l’etichetta di “bad girl” e potenziò la curiosità del pubblico. Proseguì con commedie drammatiche su temi tabù, affrontando anche l’omosessualità in The Drag, mai allestita a New York per le pressioni dei censori. 



    Il passaggio al cinema avvenne nel 1932 con Night After Night; il vero successo giunse con She Done Him Wrong e I’m No Angel (entrambe 1933), prodotte da Paramount e protagoniste accanto a Cary Grant, che lei stessa volle al suo fianco. Con incassi milionari tali da salvare la casa di produzione, divenne una delle star più pagate degli anni Trenta. L’introduzione del Codice Hays impattò duramente sui suoi copioni, spingendola a inserire volutamente battute scabrose per farle tagliare e conservare quelle più sottili, ma a metà decennio il compromesso con i censori ridusse la sua carica provocatoria sullo schermo. Sul piano personale si sposò giovanissima con il collega Frank Wallace, matrimonio poi annullato nel 1943, e fu legata sentimentalmente a varie figure dello spettacolo fino al compagno Paul Novak, 30 anni più giovane, che rimase al suo fianco fino alla morte. Tra le registrazioni rock ’n’ roll, i ritorni televisivi e l’ultima prova cinematografica in Sextette (1978, da lei scritta), continuò a gestire spettacoli e proprietà immobiliari. Colpita da un ictus nell’agosto 1980, si spense a Los Angeles il 22 novembre 1980, lasciando un’impronta indelebile sulla cultura popolare del Novecento.




sabato 23 agosto 2025

MASSIMO GIROTTI (1918-2003)


    Massimo Girotti nacque a Mogliano il 18 maggio 1918 da Giuseppe, farmacista, e Maria Maraviglia e crebbe tra le Marche e Roma, dove la famiglia si trasferì nel 1921. Atleta eclettico, primeggiò nel nuoto con la S.S. Lazio e sfiorò la Serie A di pallanuoto, ma un’otite cronica lo esonerò dal servizio militare. Consigliato dallo scenografo Fulvio Jacchia, debuttò nel 1939 a Cinecittà in Dora Nelson di Mario Soldati: la sua prestanza fisica e l’immagine di gioventù sana lo fecero accostare a Gary Cooper. Pur iscritto a Giurisprudenza, abbandonò gli studi e prese lezioni con Teresa Franchini. Dopo parti di secondo piano in Una romantica avventura e Tosca, il suo debutto da protagonista avvenne con La corona di ferro (1941) di Alessandro Blasetti, che lo consacrò divo. La svolta drammatica giunse con Ossessione (1943) di Luchino Visconti, autentico manifesto del neorealismo, in cui impersonò un antieroe consumato dalla passione. Nei decenni successivi alternò drammi d’autore (Un giorno nella vita, Gioventù perduta, In nome della legge, per cui vinse il Nastro d’argento 1949) a melodrammi popolari e a coproduzioni internazionali come Spartaco (1952). 



    Parallelamente si affermò in teatro sotto la guida di Blasetti, Visconti e Vittorio Gassman e in televisione, interpretando Heathcliff in Cime tempestose (1956), Fra Cristoforo ne I promessi sposi (1967) e un protagonista de Il segno del comando (1971). Uomo schivo e di sinistra, firmò appelli elettorali per il PCI. Negli anni Sessanta e Settanta tornò a collaborare con Pasolini (Teorema, Medea) e Bertolucci (Ultimo tango a Parigi). Sposò negli anni Quaranta Marcella Amadio, da cui ebbe Arabella e Alessio, e amava Pantelleria. Il suo ultimo ruolo fu ne La finestra di fronte (2003) di Ferzan Özon, che gli valse il David di Donatello postumo. Morì a Roma il 6 gennaio 2003 per una crisi cardiaca: la sua carriera, con oltre cento film, numerosi spettacoli teatrali, sceneggiati televisivi e prosa radiofonica, lo consacrò tra i volti più versatili e intensi del cinema italiano del Novecento.




venerdì 22 agosto 2025

NEW YORK WORLD'S FAIR (1939-1940)


    Nel 1939 e 1940 la New York World’s Fair trasformò 486 ettari di Flushing Meadows–Corona Park, nel Queens, in un’epopea di innovazione. Ideata da Robert Moses e inaugurata il 30 aprile 1939 con il motto “Dawn of a New Day”, si articolava intorno a due emblemi, il Trylon e la Perisphere, e a sette aree tematiche: Amusement, Government, Transportation, Food, Communications & Business Systems e Industrial Pavilions. I 375 padiglioni, gestiti da 62 nazioni, 35 stati e oltre 1.400 aziende, ospitavano futuristici modelli urbani (Futurama di GM), la prima televisione a colori di Westinghouse, la Time Capsule destinata ai posteri e prototipi di razzi e aerei supersonici. In mostra anche innovazioni tessili come il nylon, cucine elettriche e automobili avveniristiche. Un’ampia sezione era riservata ai padiglioni nazionali, tra cui quelli di Regno Unito, Unione Sovietica, Francia e Italia, mentre gli stati americani esibivano specialità culturali e agricole. Architetti come Wallace Harrison elaborarono un design moderno e audace per gli spazi espositivi. Durante la prima stagione furono registrati 25,8 milioni di ingressi e nella seconda 19,1, nonostante lo scoppio della Seconda guerra mondiale avesse ridotto le delegazioni europee. 



    All’apertura Franklin D. Roosevelt tenne un discorso radiofonico e, poche settimane dopo, re Giorgio VI e regina Elisabetta visitarono la Fair, ribadendo il carattere globale della manifestazione. Pur costata 156 milioni di dollari, in gran parte coperti da sponsor privati, l’esposizione recuperò solo una parte degli investimenti. Al termine quasi tutti i padiglioni furono smantellati, ma la manifestazione lasciò in eredità strutture come la New York Hall of Science e contribuì alla trasformazione urbanistica del Queens. Criticata per pratiche di segregazione razziale in alcune aree ristoro e per l’impatto ambientale, la World’s Fair del ’39 ispirò l’edizione successiva del 1964 e rimane simbolo di un’epoca di ottimismo tecnologico e ambizione internazionale. Nel complesso le esposizioni offrirono un’anticipazione di tecnologie quotidiane e visionarie, caratterizzando la cultura popolare del dopoguerra e consolidando l’immagine di New York come fucina di innovazione.




giovedì 21 agosto 2025

GIULIO NATTA (1903-1979)

 

    Giulio Natta nacque a Porto Maurizio il 26 febbraio 1903 da un magistrato e da Elena Crespi, che ne curò l’educazione. Diplomatosi nel 1919 al liceo classico di Genova, nel 1921 si iscrisse a ingegneria industriale al Politecnico di Milano, dove si laureò in chimica industriale nel 1924 con Giuseppe Bruni. Assistente di Bruni, dal 1925 insegnò chimica analitica e fisica a Milano, distinguendosi per studi in cristallografia e per lo sviluppo di un processo di sintesi del metanolo in collaborazione con Montecatini. Nel 1932 lavorò a Friburgo con Hugo Seemann, perfezionando tecniche diffrattometriche applicate ai polimeri. Tornato in Italia, conseguì la libera docenza e tenne cattedre a Pavia, Roma e Torino prima di approdare nel 1938 al Politecnico di Milano, dove diresse l’Istituto di Chimica industriale. Durante la Seconda guerra mondiale, sfollato nei dintorni di Milano, proseguì ricerche su gomma butadiene, formaldeide e processi di ossosintesi e contribuì alla costruzione del primo impianto italiano per gomme sintetiche a Ferrara. 



    Negli anni Cinquanta studiò la stereochimica, applicando catalizzatori di Ziegler all’etilene e al propilene: l’11 marzo 1954 ottenne il polipropilene isotattico, brevettato con Montecatini come Moplen. Per la messa a punto dei catalizzatori di Ziegler-Natta fu insignito nel dicembre 1963 del premio Nobel per la chimica insieme a Karl Ziegler. In seguito promosse la nascita di un centro di ricerca in chimica macromolecolare al Politecnico di Milano, formando una vasta scuola di ricercatori e dirigenti. Socio di Accademie nazionali e internazionali, collezionò medaglie, onorificenze e lauree honoris causa, fra cui quelle di Torino e Magonza. Diagnosticato con il morbo di Parkinson nel 1956, continuò l’attività fino al 1973. Morì a Bergamo il 2 maggio 1979 ed è ricordato con scuole e premi a lui dedicati.




mercoledì 20 agosto 2025

AUGUSTO MURRI (1841-1932)

 

    Augusto Murri nacque a Fermo l’8 settembre 1841 in una famiglia di orientamento mazziniano. Privato delle scuole gesuite dal padre, si formò in casa con la madre e si appassionò al sapere leggendo l’Orlando Furioso. Trasferitosi a Firenze, conseguì in due anni licenza ginnasiale e liceale, poi nel 1863 si laureò in medicina a Camerino. A Parigi e in Germania perfezionò il metodo clinico sperimentale, studiando le febbri malariche, l’itterizia e la termoregolazione, e nel 1869 fu nominato aiuto di Guido Baccelli nella Clinica medica di Roma. Nel 1875 Murri si trasferì a Bologna come direttore della Clinica medica, incarico che mantenne per decenni, divenendo rettore dell’Ateneo nel 1888-89 e deputato alla XVII legislatura nel 1890-91 per l’Estrema Sinistra. Animato da un approccio critico, propose la “clinica pura” fondata sull’osservazione del malato, l’anamnesi e l’indagine empirica, rifiutando diagnosi deduttive e preconcetti. 



    Sostenitore delle specialità mediche, promosse la collaborazione interdisciplinare nella diagnosi e nella terapia, formando generazioni di clinici capaci di unire esperienza e metodo scientifico. Eclettico e innovatore, Murri operò in istologia, anatomia patologica e microbiologia, formulando nel 1887 la legge della fisiopatologia cardiaca e una teoria multipla delle febbri legate al metabolismo. Studiò tubercolosi, emoglobinuria parossistica e affezioni neurologiche, per poi distinguersi in medicina legale. Agnostico e massone, credeva nella missione umanitaria della scienza. Il clamoroso “delitto Murri” del 1902—l’omicidio del conte Bonmartini per mano del figlio Tullio, da lui denunciato—scosse l’Italia e si concluse con la grazia alla figlia Linda nel 1906. Morì a Bologna l’11 novembre 1932, lasciando un’eredità di rigoroso metodo clinico e profonda umanità.




martedì 19 agosto 2025

SAN GIORGIO E IL DRAGO (275-303 D.C.)


    San Giorgio, secondo una tradizione che affonda le radici nel IV secolo, era un militare romano originario della Cappadocia, figlio di Geronzio e Policromia. Arruolatosi nell’esercito di Diocleziano fino a rivestire il grado di centurione, scelse di non abiurare la propria fede cristiana quando l’imperatore ordinò sacrifici agli dèi pagani. Condotto davanti alla corte imperiale, donò ai poveri le sue ricchezze e, di fronte alle torture — flagellazioni, sospensioni, frustate e una visione divina che gli prometteva resurrezioni — rinnovò il suo atto di fede. Subì quindi la flagellazione sulla ruota chiodata, da cui riprese vita, per essere infine decapitato intorno al 303. Alla sua figura si sovrappose presto una leggenda che lo vide eroe solitario affrontare un drago che, avvicinandosi a una città libica, richiedeva un tributo umano ogni giorno. San Giorgio salvò una principessa designata al sacrificio, ferì la creatura con la lancia e la condusse al popolo legandole la cintura, ottenendo la conversione municipale al cristianesimo e la morte del drago. 



    La narrazione, veicolata dalle Crociate e da agiografie apocrife, alimentò la sua iconografia: il cavaliere in armatura che trafigge il mostro divenne emblema del trionfo del bene sul male. Venerato il 23 aprile — e il 23 novembre in Georgia — San Giorgio divenne patrono di cavalieri, arcieri, soldati, scout e di intere nazioni come Inghilterra, Georgia, Portogallo, Lituania, Etiopia e Catalogna. La sua croce rossa in campo bianco, vessillo della Repubblica di Genova, fu adottata dai crociati e infine ripresa da Londra. Numerosi ordini cavallereschi, da quello della Giarrettiera in Inghilterra al Costantiniano di San Giorgio, ne custodiscono il simbolo. Le reliquie, frammentate tra Roma, Venezia, Praga e Lidda, hanno contribuito a diffondere ulteriormente il suo culto nel Medioevo, consacrandolo tra i grandi martiri del cristianesimo.




lunedì 18 agosto 2025

STORIA IN DIRETTA: GENNAIO 1899

 

    Nel gennaio 1899 si concluse il dominio spagnolo su Cuba: il 1º gennaio le truppe spagnole lasciarono l’isola e il controllo passò agli Stati Uniti, segnando la fine della guerra ispano-americana. In Italia, nello stesso giorno, il re Umberto I era al potere e il governo era guidato da Antonio di Rudinì, con Giuseppe Saracco presidente del Senato e Giuseppe Zanardelli presidente della Camera. Il 4 gennaio la stampa italiana riportava la composizione del governo: Rudinì era anche ministro dell’Interno, Felice Napoleone Canevaro agli Esteri, Camillo Finocchiaro Aprile alla Giustizia, Paolo Carcano alle Finanze, Pietro Vacchelli al Tesoro, Alessandro Asinari di San Marzano alla Guerra, Giuseppe Palumbo alla Marina, Guido Baccelli all’Istruzione, Pietro Lacava ai Lavori Pubblici e Alessandro Fortis all’Agricoltura. Il 15 gennaio a Trieste si svolse una manifestazione irredentista che vide la partecipazione di numerosi cittadini italiani, segnalando la tensione politica nell’area. Il giorno successivo, 16 gennaio, in Etiopia venne firmata la pace tra Ras Mangascià e Ras Maconnen, stabilizzando temporaneamente la situazione interna del paese. 



    In Italia, nello stesso mese, Edmondo De Amicis pubblicò il libro La carrozza di tutti, che riscosse un successo immediato con sette edizioni esaurite in tre settimane. Sempre in gennaio le linotype furono impiegate per la prima volta in Italia, segnando un progresso tecnico nella stampa. Nel contesto internazionale, il papa era Leone XIII e l’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe, mentre in Italia si discuteva il nuovo disegno di legge coercitivo sulla sicurezza pubblica proposto dal governo Pelloux, conseguenza della repressione dei moti del pane del 1898. In ambito culturale e politico, il mese fu caratterizzato da fermenti irredentisti e da tensioni parlamentari, con i radicali e i socialisti impegnati in campagne ostruzionistiche contro le misure governative. In sintesi, gennaio 1899 vide la fine del dominio coloniale spagnolo a Cuba, la definizione di equilibri politici in Etiopia, manifestazioni irredentiste in Italia, innovazioni tecniche nella stampa e un successo editoriale di De Amicis, mentre il governo italiano affrontava le conseguenze delle agitazioni sociali dell’anno precedente.




domenica 17 agosto 2025

EROI DI GUERRA: SERGENTE STUBBY (1916-1926)

 

    Sergeant Stubby nacque nel 1916 e fu un cane randagio di razza incerta, probabilmente legato ai primi Boston Terrier. Fu trovato nel luglio 1917 nel campus della Yale University mentre il 102nd Infantry Regiment si addestrava, e il soldato James Robert Conroy lo prese con sé. Conroy lo nascose sulla nave diretta in Francia e, una volta scoperto, il cane fu autorizzato a restare dopo aver eseguito un saluto militare appreso durante l’addestramento. Stubby servì con il 102nd Infantry Regiment della 26th Division per 18 mesi, partecipando a quattro offensive e diciassette battaglie sul fronte occidentale. Entrò in combattimento il 5 febbraio 1918 a Chemin des Dames, restando sotto il fuoco continuo per oltre un mese. Fu ferito alla zampa durante il raid di Seicheprey e inviato al retrofronte per la convalescenza, dove contribuì al morale delle truppe. In precedenza era stato esposto ai gas tossici e, dopo la guarigione, tornò al fronte con una maschera antigas appositamente realizzata. Imparò a segnalare gli attacchi con gas, a individuare i feriti nella terra di nessuno e a percepire in anticipo l’arrivo delle artiglierie. Catturò un soldato tedesco nell’Argonne, episodio che portò alla sua promozione a sergente. 



    Dopo la riconquista di Château-Thierry, le donne del luogo gli confezionarono un mantello su cui furono applicate le sue decorazioni. Fu ferito nuovamente da una granata. Terminata la guerra, tornò negli Stati Uniti nel 1918 e divenne una celebrità nazionale, partecipando a parate e incontrando i presidenti Wilson, Coolidge e Harding. Ottenne tessere onorarie dell’American Legion e della YMCA e apparve nei teatri. Nel 1921 il generale John Pershing gli consegnò una medaglia della Humane Education Society durante una cerimonia alla Casa Bianca. Frequentò con Conroy la Georgetown University Law Center e divenne mascotte sportiva dei Georgetown Hoyas, esibendosi durante gli intervalli delle partite. Morì nel sonno il 16 marzo 1926 e il suo corpo fu tassidermizzato, con le ceneri sigillate all’interno del montaggio. Nel 1956 Conroy lo donò allo Smithsonian, dove è tuttora esposto nel National Museum of American History. Ricevette un necrologio di mezza pagina sul New York Times e fu oggetto di ritratti, mostre e commemorazioni, tra cui una pietra nel Walk of Honor del Liberty Memorial nel 2006 e una statua bronzea inaugurata nel 2018 a Middletown, Connecticut. La sua storia ha ispirato libri, programmi educativi e il film d’animazione del 2018 Sgt. Stubby: An American Hero, accolto positivamente dalla critica.




sabato 16 agosto 2025

CARLO I IMPERATORE D'AUSTRIA E UNGHERIA (1887-1922)


    Carlo I d’Austria, nato nel 1887 a Persenbeug, fu l’ultimo imperatore d’Austria e re d’Ungheria, salito al trono nel 1916 durante la Prima guerra mondiale, dopo la morte del suo prozio Francesco Giuseppe. Cresciuto in un ambiente cattolico e conservatore, ricevette un’educazione militare e politica che lo preparò alla leadership, anche se non era inizialmente destinato al trono. La sua ascesa fu accelerata dalla morte prematura dell’arciduca Francesco Ferdinando, assassinato a Sarajevo nel 1914. Durante il suo regno, Carlo cercò di porre fine al conflitto mondiale attraverso negoziati segreti con gli Alleati, noti come l’Affare Sixtus, ma questi tentativi fallirono e indebolirono la sua posizione politica. Internamente, affrontò crescenti tensioni nazionalistiche e sociali, con l’Impero austro-ungarico ormai prossimo alla disgregazione. Dopo la fine della guerra e la dissoluzione dell’Impero nel 1918, Carlo non abdicò formalmente ma rinunciò all’esercizio del potere, sperando in una futura restaurazione. 



    Tentò due volte di restaurare la monarchia in Ungheria nel 1921, ma fu respinto dal reggente Miklós Horthy e costretto all’esilio sull’isola di Madeira, dove visse in condizioni modeste con la moglie Zita e i figli. Morì nel 1922 a soli 34 anni per una grave polmonite, sopportata con grande fede e dignità. La sua figura è ricordata per il suo impegno pacifista, la sua profonda fede cattolica e il desiderio di giustizia sociale. Nel 2004 è stato beatificato dalla Chiesa cattolica, che lo considera un modello di sovrano cristiano. La sua vita è oggetto di studi storici e spirituali, e la sua memoria è mantenuta viva da associazioni monarchiche e religiose. Carlo è sepolto nella chiesa di Monte a Madeira, e la sua causa di canonizzazione è ancora in corso. La sua eredità è complessa: da un lato rappresenta il fallimento dell’ultimo tentativo di salvare l’Impero, dall’altro incarna l’ideale di un sovrano giusto e devoto in tempi di crisi. La sua figura è celebrata in Austria e Ungheria, dove è considerato un simbolo di speranza, riconciliazione e fede.




venerdì 15 agosto 2025

STORIA DEL SAVOIA MARCHETTI S 55 (1923-1945)

 

    Il Savoia-Marchetti S.55 fu un idrovolante bimotore a doppio scafo progettato da Alessandro Marchetti e prodotto dall’azienda italiana Savoia-Marchetti a partire dal 1923. Caratterizzato da una configurazione innovativa con motori contrapposti, uno traente e uno spingente, montati su una struttura sopra le ali, il velivolo evitava problemi di imbardata e dissimmetria di spinta. La struttura a doppio scafo, realizzata con una cellula galleggiante, garantiva stabilità anche in condizioni critiche. Inizialmente respinto dalla commissione dell’Aviazione per la sua audacia progettuale, fu successivamente rivalutato e adottato dalla Regia Aeronautica. Entrato in servizio nel 1926, fu impiegato in missioni di bombardamento, ricognizione e salvataggio, distinguendosi per le sue prestazioni: velocità massima di 282 km/h, autonomia di 4500 km e tangenza di 5000 metri. Armato con quattro mitragliatrici Lewis da 7,7 mm e fino a 1000 kg di bombe o un siluro, fu protagonista di celebri trasvolate oceaniche. Tra queste, il volo del “Santa Maria” nelle Americhe con Francesco De Pinedo, Carlo Del Prete e Vitale Zacchetti, e la Crociera del Decennale del 1933, con 24 S.55X in formazione da Orbetello a Chicago, guidata da Italo Balbo. 



    Le versioni prodotte includevano il S.55 originale, il S.55A per la crociera Italia-Brasile, il S.55C civile per Aero Espresso Italiana, il S.55M con parti metalliche, il S.55P con scafo allargato per 10 passeggeri, e le varianti con scafo allargato e allargatissimo. La versione S.55X, dedicata al decennale della Regia Aeronautica, montava motori Isotta Fraschini Asso 750 da 930 CV, eliche tripala metalliche a passo variabile, radiatori aerodinamici e strumentazione avanzata, tra cui girodirezionale Sperry, sestante Salmoiraghi e radiogoniometro Telefunken. Utilizzato anche dalla Romania e da compagnie civili italiane e sovietiche, l’unico esemplare superstite è il “Jahù”, versione C, esposto al Museu TAM di São Carlos, in Brasile, protagonista della trasvolata del Sud Atlantico nel 1927. Il S.55 rappresenta un’icona dell’ingegneria aeronautica italiana tra le due guerre mondiali.




giovedì 14 agosto 2025

L'INCROCIATORE CORAZZATO SAN GIORGIO (1908-1941)


    Il San Giorgio, incrociatore corazzato progettato da Edoardo Masdea come evoluzione della classe Pisa e varato a Castellammare di Stabia nel 1908, entrò in servizio il 1° luglio 1910. Dotato di scafo in acciaio cementato con cintura corazzata da 203 mm, ponte paraschegge e quattro ponti protetti, montava quattro cannoni da 254/45 mm in due torri binate, otto da 190/45 mm, un ampio armamento secondario e tre tubi lanciasiluri da 450 mm. Spinto da due motrici a triplice espansione e 14 caldaie Blechynden per 18 000 CV, raggiungeva 23 nodi. Dopo esercitazioni nel Mediterraneo e il conferimento della bandiera di combattimento a Genova (1911), si arenò due volte, la prima con gravi danni al largo di Napoli, entrando solo nella fase finale della guerra italo-turca. In Adriatico operò contro la Marina austroungarica, partecipando nel 1918 al bombardamento di Durazzo insieme a San Marco e Pisa. Negli anni ’20 svolse crociere addestrative in America Latina, operò nel Mar Rosso (1925-26) e tra il 1930 e il 1935 fu nave scuola a Pola. 



    Durante la guerra civile spagnola assunse il ruolo di nave comando e tra il 1937 e il 1938 fu radicalmente ammodernato a La Spezia: ridotte le caldaie, convertite a nafta, eliminati fumaioli, rinnovato l’armamento leggero con cannoni antiaerei 100/47, Breda 37/54 e mitragliatrici 20/65 e 13,2 mm. Assegnato dal maggio 1940 a Tobruch come batteria costiera e antiaerea galleggiante, il San Giorgio respinse numerosi raid nemici, abbattendo o danneggiando circa 47 velivoli e, secondo alcuni, causò involontariamente la morte di Italo Balbo il 28 giugno 1940. Sotto il comando di Stefano Pugliese, resistette a dieci attacchi con bombe e siluri, subendo danni nel gennaio 1941. Pur ottenendo l’autorizzazione a continuare la difesa fino all’ultimo, il 22 gennaio Pugliese, isolato e in condizioni disperate, organizzò l’autoaffondamento tramite esplosione interna che provocò la morte di due membri dell’equipaggio e la cattura dei sopravvissuti, tra cui lo stesso comandante deportato in India. La nave e il comandante Pugliese ricevettero la Medaglia d’Oro al Valor Militare, e la bandiera di guerra tornò in Patria grazie ad alcuni ufficiali e marinai. Un tentativo di recupero del relitto nel 1952 fallì: il San Giorgio affondò definitivamente a cento miglia da Tobruk. Il nome fu poi portato da un cacciatorpediniere e da una nave da sbarco della Marina Militare Italiana.




mercoledì 13 agosto 2025

STORIA DEL TRENO SETTEBELLO E ARLECCHINO (1952-1992)


    L’Elettrotreno rapido ETR.300, soprannominato Settebello per il simbolo del sette di denari dipinto sul frontale in verde magnolia e grigio nebbia, entrò in servizio nel 1952. Progettato dalla Società Italiana Ernesto Breda con bozzetto interno di Giulio Minoletti e arredi firmati anche da Gio Ponti, era composto da sette casse articolate per 160 posti di partenza, poi portati a 190 nel 1959 con l’ETR 302 realizzato in vista della mostra Italia 61, quando lo scomparto bagagli cedette il posto a tre nuovi moduli e il ristorante passò da 48 a 56 posti. Lungo 165,5 metri, con sospensioni laminate, ammortizzatori idraulici ed elementi antivibrazione in gomma, sviluppava 1 800 kW continuativi (2 280 kW orari) e superava i 160 km/h, velocità elevata a 200 km/h dopo il 1969 con motori T165, carrelli Z e Zpm, frenatura reostatica, terzo faro e ripetizione segnali in cabina. Il salottino panoramico anteriore, dotato di sei poltrone rivolte verso il vetro e telefoni pubblici, insieme a bar e ristorante di lusso, incarnava il design italiano d’avanguardia. 



    Impiegato inizialmente sulle tratte estive Milano–Napoli, fu poi stabilmente asse portante Milano–Bologna–Firenze–Roma, garantendo medie superiori ai 110 km/h quando la direttissima ancora non esisteva. Dal 1974 fu inquadrato come TEE 68/69, ma nel giugno 1984 abbandonò i servizi internazionali per percorsi interni fino al ritiro avvenuto nel 1992: i convogli 301 e 303 furono demoliti dopo la bonifica dall'amianto, mentre il 302, trasformato nel 1991 in charter con carrozze Gran Comfort, rimase accantonato nel 2004. Grazie a un finanziamento da 13 milioni di euro del Ministero dei Beni Culturali e della Fondazione FS, dall’estate 2020 l’ETR 302 viene sottoposto a restauro filologico presso OMS di Porrena, che ricostruirà arredi originali e installerà SCMT, wi-fi e adeguamenti di sicurezza, per farlo circolare come treno storico. Contemporaneamente l’equivalente a quattro elementi ETR 250 “Arlecchino”, costruito per Roma 1960, ha visto il riutilizzo del solo esemplare 252 restaurato e operante su tratte celebrative come rotabile d’epoca.




martedì 12 agosto 2025

STORIA DELLA LANCIA ASTURA (1931-1939)

 

    La Lancia Astura, prodotta dalla Lancia tra il 1931 e il 1939 in 2.912 esemplari, è una berlina di fascia alta nata per affiancare l’Artena e sostituire la Lambda; montava un motore V8 corto inizialmente di 2.606 cm³ e 72 CV, poi portato a 2.973 cm³ e 82 CV nelle serie successive, con soluzioni tecniche avanzate come testata in due pezzi, albero a camme centrale e lubrificazione forzata con filtro autopulente, il tutto montato su un telaio tradizionale a longheroni con traversa e rinforzo a X; la prima serie debuttò al Salone di Parigi 1931, la produzione proseguì con quattro serie che introdussero varianti di passo (corto e lungo), miglioramenti ai freni (servofreno Dewandre e poi freni idraulici), cambiamenti estetici al radiatore e allestimenti sempre più lussuosi fino a un passo unico molto lungo nella quarta serie che sostituì la Dilambda.



    La Astura era leggera per la categoria (autotelaio circa 960–1.050 kg, berlina intorno a 1.250 kg), raggiungeva punte sui 125–130 km/h e consumava mediamente 15–16 l/100 km; disponibile come telaio o berlina 4 luci e 6 luci, divenne anche una base molto apprezzata per carrozzerie di alto livello realizzate da carrozzieri italiani ed esteri (Pininfarina, Touring, Ghia, Viotti, Stabilimenti Farina, Bertone, Colli, Boneschi, ecc.), con esemplari cabriolet da concorso d’eleganza che hanno ottenuto riconoscimenti anche molti decenni dopo; la Astura partecipò con risultati notevoli a gare d’epoca e a corse come Mille Miglia e Spa, ottenendo vittorie di classe e piazzamenti di rilievo, e alcuni esemplari furono impiegati in competizioni nel dopoguerra grazie a motorizzazioni e preparazioni speciali.




lunedì 11 agosto 2025

LA MISTERIOSA SCOMPARSA DELLA LEGIONE ROMANA DI CRASSO IN CINA (53 A.C.)

 

    Nell’estate del 53 a.C. Marco Licinio Crasso guidò oltre trentamila fra legionari e ausiliari verso i territori dei Parti, convinto di arricchirsi e conquistare l’Oriente. All’altezza di Carre, sull’Eufrate, le orde di arcieri partiani tesero un’imboscata: archi potenti, tattiche mobili, un caldo soffocante. I romani furono accerchiati, rimasti fermi in catene di schieramento rigide, e subirono perdite enormi. Alcuni sopravvissuti, catturati vivi, divennero prigionieri dell’impero dei Parti e finirono deportati verso steppa e deserto, tra l’odierno Uzbekistan e il Turkmenistan. Nel 1955 lo storico Homer H. Dubs avanzò l’ipotesi che un piccolo contingente di questi prigionieri riuscì a fuggire o fu trasferito più a est e, vagando lungo la Via della Seta, varcò le frontiere dell’Impero cinese. Secondo Dubs, gli annali Han parlano di un gruppo di centocinquanta uomini che adottò la caratteristica formazione “a scaglie di pesce”, simile alla testuggine romana. 



    Catturati dai cinesi, quei guerrieri sarebbero stati integrati nell’esercito Han come truppe mercenarie, quindi stabilitisi in un villaggio chiamato Liqian, traslitterazione di Li-chien (“Alexandria”). All’inizio del XXI secolo, le ricerche archeologiche e gli studi genetici su Zhelaizhai, villaggio erede di Liqian nella provincia di Gansu, registrarono in alcuni abitanti tratti europei insoliti in Cina: occhi chiari, nasi sporgenti, gruppo sanguigno raro. Ma molti storici hanno sottolineato che il nome Liqian compare già in documenti del 104 a.C. e che le prove materiali sono inconcludenti. Restano resti di fortificazioni, mattoni di forma inconsueta e tradizioni orali che evocano antichi stranieri. Che si tratti di fatti o di un mito alimentato dal desiderio di radici grandiose, la storia della legione romana in Cina continua a suscitare fascino e dibattito tra appassionati e studiosi.




domenica 10 agosto 2025

LA SARISSA, L'ARMA CHE CONQUISTO' UN IMPERO


    La sarissa era una lunga lancia macedone di circa 5-7 metri introdotta da Filippo II di Macedonia come sostituzione del più corto dory, utilizzata nelle falangi macedoni e poi diffusa nell’era ellenistica dai successori di Alessandro Magno. Era composta da un lungo fusto ligneo, una punta metallica e talvolta un puntale opposto per piantarla a terra. I legni più citati sono frassino, leggero e flessibile, e corniolo, più resistente ma meno lungo. Il fusto era probabilmente rastremato. La dimensione della punta è discussa: alcuni reperti indicano punte grandi a forma di foglia, altri studiosi sostengono punte più piccole di ferro a forma di diamante, capaci di perforare scudi e corazze. Le fonti antiche concordano sulla lunghezza eccezionale, ma con misure variabili: Teofrasto menzionò 12 cubiti, Polibio 16 ridotti a 14, equivalenti a circa 5,8 metri nel IV secolo a.C. e 6,3 metri nel III-II secolo a.C. Il peso stimato variava tra 4 e 6,5 kg, con ricostruzioni moderne più leggere. Alcuni ipotizzarono giunzioni di due parti tramite tubi metallici, teoria poi abbandonata. I fanti che impugnavano la sarissa usavano anche scudi, generalmente piccoli per consentire l’uso a due mani, come la pelta di bronzo di circa 60 cm, ridotta forse a 45 cm in epoca ellenistica, portata con cinghia al collo. Alcuni reparti leggeri usavano versioni più corte per maggiore mobilità. Esisteva anche una versione da cavalleria, impiegata dai sarissophoroi, lunga circa 4-5 metri, maneggiata con una mano, probabilmente simile al xyston, con punta più larga. 



    Le falangi ellenistiche schieravano la fanteria al centro con sarisse, cavalleria ai fianchi e schermagliatori davanti. In marcia le sarisse erano tenute verticali, in battaglia abbassate in formazione compatta creando una barriera di cinque file di punte, con le retrovie che le tenevano sollevate per deviare i proiettili. La falange era quasi invulnerabile frontalmente, ma vulnerabile a manovre di aggiramento, come dimostrato dai Romani a Cinoscefale e Pidna. I fanti portavano armi di riserva come spade o pugnali per il combattimento ravvicinato. L’adozione della sarissa è attribuita a Filippo II, e Alessandro la usò nelle sue campagne in Asia, inclusa la battaglia di Gaugamela. Successivamente ridusse l’importanza della falange integrando truppe asiatiche, ma la sarissa rimase centrale negli eserciti dei Diadochi. Il termine continuò a essere usato anche in epoca bizantina per descrivere lance lunghe. L’uso di picche tornò in auge nel tardo medioevo e nell’età moderna con mercenari svizzeri, lanzichenecchi e picchieri inglesi e irlandesi, con armi lunghe fino a 6,7 metri. Machiavelli nel 1521 paragonò la falange macedone ai battaglioni svizzeri basati sulle picche. Questi confronti confermano la plausibilità e l’efficacia militare delle lunghe lance macedoni. 




sabato 9 agosto 2025

THOMAS JONATHAN "STONEWALL" JACKSON (1824-1863)

 

    Thomas Jonathan “Stonewall” Jackson, nato il 21 gennaio 1824 a Clarksburg, nella Virginia che oggi è parte della Virginia Occidentale, fu un generale dell’Esercito degli Stati Confederati durante la Guerra Civile americana e figura di rilievo tra i comandanti militari di quel conflitto. Dopo aver ricevuto l’incarico alla United States Military Academy di West Point, dove si laureò nel 1846, prestò servizio nell’Esercito degli Stati Uniti e combatté nella guerra messicano-statunitense distinguendosi in battaglia. Tra il 1851 e il 1861 insegnò al Virginia Military Institute, dove formò numerosi cadetti e consolidò la sua reputazione di istruttore severo e disciplinato. Nell’aprile del 1861, quando la Virginia si separò dall’Unione e scoppiò la guerra civile, Jackson si unì all’Esercito Confederato. Ricevette il comando di una brigata composta da vari reggimenti della Virginia, che in seguito divenne nota come la “Stonewall Brigade” per la sua ferma resistenza durante la Prima Battaglia di Bull Run, dove la tenace posizione delle sue truppe guadagnò a Jackson il soprannome “Stonewall”. Nei due anni successivi si distinse per abilità tattica e aggressività, guidando con successo numerose operazioni nel teatro orientale della guerra. 



    Tra le sue imprese più note vi furono le manovre nella Valle di Shenandoah, dove con coraggio e rapidità di movimento affrontò forze numericamente superiori, e il ruolo chiave in scontri come Second Manassas, Antietam e Fredericksburg, che consolidarono la sua reputazione di comandante capace e temuto. Jackson era conosciuto per la disciplina rigorosa che imponeva alle sue truppe e per la sua determinazione personale, qualità che spesso influenzarono l’esito delle azioni di combattimento. Il suo comportamento sul campo di battaglia e la sua stretta collaborazione con il comandante in capo dell’Armata della Virginia Settentrionale, il generale Robert E. Lee, lo resero uno dei leader più rispettati tra le forze confederate. La sua carriera fu però tragicamente interrotta il 2 maggio 1863, durante la Battaglia di Chancellorsville, quando fu accidentalmente colpito da fuoco amico. Le ferite riportate costarono l’amputazione del suo braccio sinistro e, indebolito, Jackson contrasse una polmonite da cui morì l’10 maggio 1863 nella stazione di Guinea, in Virginia. La sua morte rappresentò un duro colpo per il comando confederato e fu ricordata come una delle perdite più significative per la causa del Sud. Dopo la sua morte, le imprese militari di Jackson acquisirono un carattere leggendario, venendo spesso celebrate nei racconti e nelle memorie sulla guerra, e contribuendo all’immagine di un comandante abile e determinato, la cui figura è ancora oggetto di studi storici.




venerdì 8 agosto 2025

LA STRAGE DEL CANTIERE STRADALE GONDRAND NEL TIGRE' (1936)

 

    L’eccidio del cantiere Gondrand avvenne all’alba del 13 febbraio 1936 presso Mai Lahlà, nella retrovia vicino al confine con l’Eritrea, durante la guerra d’Etiopia; un gruppo di guerriglieri etiopi al comando del fitaurari Chenfè, agendo per il ras Immirù, attaccò il cantiere n.1 della Società Nazionale Trasporti Gondrand impegnato nell’ampliamento della strada Asmara–Adua. Il cantiere ospitava circa un centinaio di operai italiani ed eritrei guidati dagli ingegneri Cesare Rocca e Roberto Colloredo Mels; la presenza di presidi militari nella zona non garantiva la visibilità del campo. L’attacco, condotto da forze stimate tra cento e seicento uomini, travolse la debole difesa composta da quindici moschetti, attrezzi e pale; in poche ore furono uccisi la maggioranza degli occupanti: sessantotto italiani e diciassette eritrei, mentre due italiani sopravvissero e vennero poi rilasciati. 



    Molti corpi presentarono mutilazioni e segni di violenze estreme, mentre sul luogo si rilevarono i segni di un’esplosione nella polveriera che aveva causato perdite anche tra gli assalitori. La notizia suscitò dure reazioni: i reparti italiani compirono rappresaglie contro la popolazione locale con uccisioni, incendi e punizioni collettive, inclusa l’esecuzione di ritenuti responsabili esposti al pubblico. L’Italia presentò una denuncia alla Società delle Nazioni denunciando atrocità e uso di munizioni dum-dum; la protesta non ottenne esiti concreti e fu seguita dall’avanzata e dall’occupazione dell’Etiopia. L’eccidio rimase un episodio controverso della campagna coloniale, studiato nelle fonti d’archivio e nella storiografia che ricostruiscono modalità dell’attacco, reazioni militari e civili e il contesto di violenza reciproca della guerra.




giovedì 7 agosto 2025

BATTAGLIA DI CASTELFIDARDO (1860)

 

    La battaglia di Castelfidardo si svolse il 18 settembre 1860 nella cittadina marchigiana omonima, durante il processo di unificazione italiana. Vide contrapposti l’esercito del Regno di Sardegna, guidato dal generale Enrico Cialdini, e le truppe dello Stato Pontificio, comandate dal generale francese Louis de Lamoricière. Il conflitto fu preceduto da un ultimatum inviato il 7 settembre da Camillo Benso di Cavour al Papa, con la richiesta di ritirare le truppe straniere. Al rifiuto, il 11 settembre circa 35.000 soldati piemontesi invasero i territori pontifici: Cialdini avanzò lungo la costa adriatica, mentre il generale Della Rocca penetrò in Umbria. Le truppe papali, colte di sorpresa, si disgregarono rapidamente: alcune si arresero subito, altre si rifugiarono ad Ancona, che cadde il 29 settembre dopo un breve assedio. Lo scontro a Castelfidardo fu segnato da una netta sproporzione numerica: meno di 10.000 soldati papali contro circa 39.000 piemontesi. 



    L’esercito pontificio era composto da volontari provenienti da vari paesi europei, tra cui francesi, belgi, austriaci e irlandesi. I francesi includevano numerosi nobili dell’ovest della Francia, tanto che Cialdini, consultando la lista dei caduti, ironizzò dicendo che sembrava l’elenco degli invitati a un ballo di Luigi XIV. Dopo la battaglia, i battaglioni internazionali si unirono ai Zuavi Pontifici, un reggimento di fanteria che giurò fedeltà a Pio IX per difendere il Papato fino alla fine del Risorgimento. La vittoria sarda ebbe conseguenze decisive: le regioni Marche e Umbria furono annesse al Regno d’Italia, mentre lo Stato Pontificio fu ridotto al solo Lazio. In memoria della battaglia furono dedicati l’unità navale corazzata Castelfidardo e il 26º Battaglione Bersaglieri “Castelfidardo”. I caduti furono numerosi: 62 morti e 184 feriti tra i piemontesi, 88 morti, circa 400 feriti e 600 prigionieri tra i papalini.




mercoledì 6 agosto 2025

WLADYSLAW ANDERS (1892-1970)

 

    Albert Władysław Anders nacque a Błonie l’11 agosto 1892 in una Polonia sotto dominio russo. Dopo studi al Politecnico di Riga fu richiamato nell’esercito zarista, distinguendosi per ingegno tattico nella Prima guerra mondiale e ottenendo la Croce di San Giorgio. Dopo la rivoluzione russa partecipò come comandante di cavalleria alla guerra sovietico-polacca e completò gli studi militari all’École supérieure de guerre di Parigi, raggiungendo il grado di generale di brigata nel 1934. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale guidò una brigata di cavalleria durante la Campagna di Polonia, venne ferito e fatto prigioniero dai sovietici nel 1939, subendo torture nella Lubjanka di Mosca. Liberato nel luglio 1941 grazie all’accordo Sikorski-Majski, raccolse in Persia decine di migliaia di ex deportati e civili strappati ai gulag sovietici: 13.000 bambini orfani, centinaia di ragazze e 1.500 donne in unità ausiliarie. Qui strutturò ospedali, mense e scuole, e accolse l’orso Wojtek, mascotte del futuro II Corpo Polacco, prima dello sbarco in Medio Oriente e in Italia. 



    Sbarcato in Sicilia e trasferito sul fronte adriatico, Anders guidò il II Corpo alla cruenta vittoria di Montecassino (18 maggio 1944), spezzando la Linea Gustav e aprendo la strada verso Roma. Cooperò con il Corpo Italiano di Liberazione del gen. Utili e la brigata partigiana Maiella, liberò Ancona (16 giugno-18 luglio 1944) con un’accerchiamento e conquistò la costa adriatica fino alle Marche. Nell’autunno 1944 attaccò la Linea Gotica attraverso l’Appennino forlivese, liberando vallate e Predappio, simbolo del regime mussoliniano, pur rinunciando a Forlì per onore alleato. Malgrado lo shock di Yalta e un invito di Churchill a ritirare le truppe, mantenne il suo corpo in linea con l’appoggio dei comandi McCreery, Clark e Alexander, fino all’ingresso vittorioso a Bologna il 21 aprile 1945, partecipando alla battaglia finale insieme agli Alleati. Dopo la resa tedesca si stabilì a Londra, dove entrò nel governo polacco in esilio e, dal 1954, fece parte del “Consiglio dei tre” quale supremo organo dello Stato polacco all’estero. In Italia ottenne le cittadinanze onorarie di Bologna e Ancona, e dopo il 1990 ricevette in patria onori tardivi: vie, piazze, scuole a lui intitolate, emissioni numismatiche e il 2007 proclamato “Anno di Władysław Anders” dal Senato della Repubblica di Polonia. Morì a Londra il 12 maggio 1970 e fu sepolto, per sua volontà, accanto ai suoi soldati nel cimitero militare polacco di Montecassino.