lunedì 2 febbraio 2026

IL COLOSSO DELL'ARENGARIO A ROMA DI AROLDO BELLINI (1936)

 

    Nel 1936 lo scultore Aroldo Bellini elaborò il progetto del Colosso dell’Arengario, una monumentale statua destinata a Roma e concepita nel clima celebrativo dell’Italia degli anni Trenta. L’opera avrebbe dovuto raffigurare una figura maschile di dimensioni colossali, alta oltre cinquanta metri, pensata come simbolo della potenza dello Stato e della continuità ideale con la monumentalità dell’antichità romana. Il progetto si inseriva nel vasto programma di rinnovamento urbano e architettonico promosso in quegli anni, caratterizzato da un linguaggio formale ispirato al classicismo semplificato e alla monumentalità severa. Il Colosso era destinato a sorgere in un’area rappresentativa della capitale, in relazione con edifici pubblici e spazi cerimoniali, assumendo il ruolo di punto focale scenografico e simbolico. 



    Bellini immaginò una struttura realizzata in materiali moderni come cemento armato e rivestimenti lapidei, capace di coniugare scultura e architettura in un’unica forma. All’interno della statua erano previsti spazi praticabili e percorsi verticali, in linea con altre esperienze monumentali del periodo. Nonostante l’attenzione ricevuta negli ambienti ufficiali e la diffusione del progetto su riviste e pubblicazioni dell’epoca, il Colosso dell’Arengario non superò mai la fase progettuale. Le difficoltà tecniche, i costi elevati e il mutare delle priorità politiche, aggravati dall’avvicinarsi del conflitto mondiale, portarono all’abbandono definitivo dell’iniziativa. Il progetto rimane oggi una testimonianza significativa delle ambizioni monumentali e simboliche dell’arte pubblica italiana degli anni Trenta.




domenica 1 febbraio 2026

EDOARDO PORRO (1842-1902)

 

    Edoardo Porro nacque nel 1842 a Pavia e fu una delle figure più rilevanti della medicina italiana dell’Ottocento, noto soprattutto per il contributo decisivo allo sviluppo della chirurgia ostetrica. Dopo la laurea in medicina, intraprese la carriera universitaria dedicandosi allo studio delle complicanze del parto, in un’epoca in cui il taglio cesareo era considerato un intervento estremo, spesso fatale per la madre. Il 21 maggio 1876 Porro eseguì a Pavia un’operazione destinata a segnare una svolta storica: un taglio cesareo seguito dall’asportazione dell’utero e delle ovaie, oggi noto come “operazione di Porro”. L’intervento, effettuato su una donna affetta da gravi complicanze, si concluse con la sopravvivenza sia della madre sia del neonato, un risultato eccezionale per l’epoca. 



    La procedura mirava a ridurre drasticamente il rischio di infezioni e di emorragie, principali cause di morte nel cesareo tradizionale. La notizia ebbe ampia risonanza internazionale e contribuì a rinnovare l’approccio chirurgico al parto difficile, favorendo una maggiore accettazione del cesareo come intervento salvavita. Porro proseguì l’attività scientifica e didattica, occupando cattedre universitarie e pubblicando studi che influenzarono profondamente l’ostetricia moderna. Morì nel 1902, lasciando un’eredità duratura nella storia della medicina. Il suo nome resta legato a una delle prime dimostrazioni concrete di come la chirurgia potesse trasformare radicalmente le possibilità di sopravvivenza materna, aprendo la strada ai progressi successivi nell’assistenza al parto.




sabato 10 gennaio 2026

SANTA GIANNA BERETTA MOLLA (1922-1962)

 

    Gianna Beretta Molla nacque a Magenta il 4 ottobre 1922 in una famiglia cattolica numerosa e profondamente religiosa, con radici veneziane e una lunga tradizione ecclesiastica. Fu la decima di tredici figli, otto dei quali sopravvissuti, e tre dei suoi fratelli intrapresero la vita religiosa. Ricevette il battesimo il giorno stesso della nascita e crebbe in un ambiente segnato da pratiche religiose costanti. Durante l’infanzia e l’adolescenza visse tra Magenta, Bergamo e Genova, seguendo gli spostamenti familiari dovuti a lutti e necessità. Frequentò scuole cattoliche e partecipò attivamente alla vita parrocchiale, maturando una formazione spirituale rigorosa. Tornata a Magenta nel 1942, si iscrisse alla facoltà di Medicina e Chirurgia, studiando tra Milano e Pavia, dove si laureò nel 1949. Aprì un ambulatorio a Mesero e nel 1952 si specializzò in pediatria, esercitando la professione con particolare attenzione agli aspetti umani e spirituali del rapporto medico-paziente. 



    Parallelamente svolse attività nell’Azione Cattolica e nelle opere caritative locali. Il 24 settembre 1955 sposò l’ingegnere Pietro Molla e si trasferì a Pontenuovo di Magenta, dove divenne responsabile del consultorio materno-infantile e prestò assistenza volontaria nelle scuole. Ebbe tre figli tra il 1956 e il 1959. Nel 1961, durante una nuova gravidanza, le fu diagnosticato un fibroma uterino; prima dell’intervento chiese ai medici di salvare il bambino. Portò a termine la gestazione e il 21 aprile 1962 nacque la figlia Emanuela, ma Gianna sviluppò una grave peritonite e morì il 28 aprile 1962 a 39 anni. Fu sepolta a Mesero. La causa di beatificazione iniziò nel 1972 e nel 1991 fu dichiarata venerabile. Il 24 aprile 1994 fu proclamata beata e nel 2004 santa, dopo il riconoscimento di un miracolo avvenuto in Brasile nel 2000, riguardante la sopravvivenza di una bambina nata in condizioni cliniche ritenute incompatibili con la vita. La sua memoria liturgica è il 28 aprile e la sua tomba a Mesero è meta di pellegrinaggi. A lei sono dedicati un santuario e diverse iniziative di culto e studio.




venerdì 9 gennaio 2026

STORIA IN DIRETTA: APRILE 1899

 

    Nel mese di aprile del 1899 il mondo viveva una fase di forte transizione politica, militare e tecnologica. In Sudafrica la tensione tra l’Impero britannico e le repubbliche boere era ormai prossima allo scontro armato: le dispute sul controllo dei territori ricchi d’oro e sui diritti dei coloni inglesi preparavano il terreno alla guerra che sarebbe esplosa pochi mesi dopo. In Europa le grandi potenze continuavano a rafforzare i propri eserciti e le alleanze, mentre l’imperialismo coloniale restava uno degli elementi centrali della politica internazionale. In Francia il caso Dreyfus rimaneva una ferita aperta nella società, alimentando divisioni profonde tra esercito, politica e opinione pubblica. Negli Stati Uniti, reduci dalla guerra ispano-americana, si consolidava il controllo sui nuovi territori d’oltremare, in particolare nelle Filippine, dove proseguiva il conflitto contro le forze indipendentiste locali. 



    Sul piano tecnologico e industriale, l’elettricità e il telegrafo stavano trasformando la vita quotidiana nelle grandi città, mentre le ferrovie continuavano a espandersi come infrastruttura chiave dello sviluppo economico. Nel mondo della cultura e dello spettacolo, la fine del secolo alimentava un clima di fiducia nel progresso, ma anche di inquietudine per i rapidi cambiamenti sociali. Aprile 1899 appare così come un momento sospeso tra ottimismo e tensione, in cui le potenze mondiali si preparavano inconsapevolmente a un nuovo ciclo di conflitti, mentre la modernità avanzava ridefinendo equilibri politici, economici e culturali su scala globale.




giovedì 8 gennaio 2026

LO STERMINIO DEI BISONTI DURANTE LE GUERRE INDIANE (1840-1890)

 

    Tra il 1840 e il 1890 lo sterminio dei bisonti delle Grandi Pianure nordamericane accompagnò in modo diretto l’espansione degli Stati Uniti verso ovest e le guerre contro le popolazioni indigene. All’inizio del XIX secolo i bisonti erano presenti in decine di milioni di esemplari e costituivano la base economica, alimentare e culturale di molte tribù delle pianure, che ne utilizzavano ogni parte per nutrimento, vestiario, utensili e rituali. Con l’avanzata dei coloni, l’apertura delle ferrovie e la crescente domanda di pelli, la caccia assunse rapidamente dimensioni industriali. Cacciatori professionisti abbattevano intere mandrie, spesso prelevando solo le pelli e lasciando le carcasse a marcire. A partire dagli anni Settanta dell’Ottocento la distruzione divenne sistematica e rapidissima, favorita da armi più efficienti e dalla possibilità di trasporto ferroviario. 



    Lo sterminio ebbe anche una chiara funzione strategica: privare le popolazioni native della loro principale fonte di sostentamento significava indebolirne la resistenza e costringerle alla resa o alla dipendenza dagli aiuti governativi, facilitando il trasferimento forzato nelle riserve. Nel giro di pochi decenni la popolazione di bisonti crollò fino a poche centinaia di capi sopravvissuti in aree isolate. Le conseguenze furono devastanti sia dal punto di vista ecologico sia culturale, con la distruzione di un equilibrio naturale millenario e di un elemento centrale della vita delle società indigene. Solo alla fine del XIX secolo iniziarono timidi tentativi di protezione che evitarono l’estinzione completa della specie.




mercoledì 7 gennaio 2026

PRINCIPESSA MAFALDA DI SAVOIA (1902-1944)

 

    Mafalda Maria Elisabetta Anna Romana di Savoia nacque il 19 novembre 1902 a Roma, nel Regno d’Italia, seconda figlia del re Vittorio Emanuele III e della regina Elena del Montenegro. Cresciuta in ambiente di corte, ricevette un’educazione conforme al rango reale e partecipò fin da giovane ad attività pubbliche e assistenziali. Durante la prima guerra mondiale affiancò la madre nelle visite agli ospedali militari italiani per l’assistenza ai feriti. Il 23 settembre 1925 sposò a Racconigi il principe Filippo d’Assia-Kassel, membro della nobiltà tedesca di fede protestante. Dal matrimonio nacquero quattro figli: Maurizio, Enrico, Ottone ed Elisabetta. Dopo le nozze Mafalda visse prevalentemente in Germania, mantenendo contatti con la famiglia reale italiana. Il marito ricoprì incarichi politici e militari nel Terzo Reich, entrando nelle SS e assumendo ruoli di collegamento tra la Germania nazista e l’Italia fascista. Con l’inizio della seconda guerra mondiale la posizione della principessa divenne progressivamente più complessa a causa dei rapporti tra le due monarchie e i regimi alleati. Nell’agosto 1943 Mafalda si trovava a Sofia per assistere la sorella Giovanna, regina di Bulgaria, dopo la morte del marito Boris III. 



    Appresa la notizia dell’armistizio italiano con gli Alleati, decise di rientrare in Italia. Durante il viaggio fu avvertita dei rischi legati alla presenza tedesca sul territorio, ma proseguì ugualmente verso Roma. Giunta nella capitale, fu convocata con il pretesto di comunicazioni riguardanti il marito e si recò all’ambasciata tedesca, dove venne arrestata dalla Gestapo. Trasferita prima a Monaco e poi a Berlino, fu infine deportata nel campo di concentramento di Buchenwald, dove venne internata sotto falso nome. Il 24 agosto 1944 un bombardamento alleato colpì un’area industriale del campo, provocando crolli e numerose vittime. Mafalda rimase gravemente ferita, riportando ustioni estese e lesioni al braccio sinistro. Trasportata nell’infermeria del campo, fu sottoposta all’amputazione dell’arto a causa dell’infezione, ma morì per emorragia nella notte tra il 27 e il 28 agosto 1944 all’età di quarantuno anni. Inizialmente sepolta in una fossa comune, dopo la guerra la salma fu riesumata e trasferita nel cimitero del castello di Kronberg im Taunus, in Germania. Mafalda di Savoia rimane l’unica principessa della casa reale italiana morta in un campo di concentramento nazista durante la seconda guerra mondiale.




martedì 6 gennaio 2026

STORIA DEL CAMPINI-CAPRONI C.C.2 (1940-1943)

 

    Il Campini-Caproni, noto anche come C.C.2, fu un velivolo sperimentale italiano sviluppato alla fine degli anni Trenta come tentativo pionieristico di realizzare un aereo a reazione. Il progetto nacque dall’ingegnere Secondo Campini, che propose un sistema di propulsione innovativo definito “motore a reazione termodinamica”. A differenza dei moderni turbojet, il Campini-Caproni non utilizzava una turbina per comprimere l’aria, ma un compressore azionato da un motore a pistoni tradizionale. L’aria compressa veniva miscelata con carburante e incendiata, producendo una spinta reattiva. Il primo volo avvenne il 27 agosto 1940, mentre il 30 novembre dello stesso anno l’aereo compì un volo dimostrativo da Milano a Roma, suscitando grande eco propagandistica. Per questo motivo venne spesso presentato come il primo jet al mondo, anche se tecnicamente non rientrava nella definizione di aereo a turbogetto. 



    Le sue prestazioni erano infatti limitate: la velocità massima risultava inferiore a quella di molti caccia a elica contemporanei e l’affidabilità complessiva era modesta. Tuttavia il Campini-Caproni rappresentò un passaggio significativo nella ricerca aeronautica, dimostrando concretamente la possibilità di volo con propulsione a getto. Parallelamente, in Germania e nel Regno Unito si stavano sviluppando veri motori a turbogetto, che avrebbero portato a risultati operativi più avanzati. Con l’evoluzione rapida della tecnologia e le difficoltà legate alla guerra, il progetto Campini-Caproni non ebbe seguito produttivo. Rimane però una testimonianza importante dell’ingegno e dell’ambizione dell’aeronautica italiana nel periodo precedente e durante la Seconda guerra mondiale, collocandosi come esperimento di transizione tra l’aviazione a elica e l’era del jet moderno.




lunedì 5 gennaio 2026

STORIA DEI TRANSATLANTICI SATURNIA E VULCANIA (1926-1974)

 

    I transatlantici Saturnia e Vulcania furono due grandi motonavi italiane gemelle progettate negli anni Venti come simboli dell’alta navigazione passeggeri sotto il tricolore italiano. Furono costruite nei Cantieri Riuniti dell’Adriatico di Monfalcone per la Cosulich Line di Trieste: la Saturnia fu impostata nel 1925 e varata il 29 dicembre di quell’anno, entrando in servizio nel 1927 sulla rotta verso il Sud America prima e poi verso New York; la Vulcania, varata il 18 dicembre 1926, salpò per il suo viaggio inaugurale il 19 dicembre 1928 da Trieste verso Napoli, Patrasso e New York. Entrambe si distinguevano per la linea elegante, gli interni curati e, per l’epoca, l’adozione di motori diesel che garantivano una velocità di crociera di circa 19–21 nodi, oltre a un ampio spazio per passeggeri di diverse classi e cabine con balconi privati, una novità significativa nel settore. Nel corso degli anni Trenta i due transatlantici furono integrati nella flotta della nuova Italia di Navigazione, nata dalla fusione delle maggiori compagnie italiane. 



    Durante la Seconda guerra mondiale continuarono a operare in servizi di trasporto nonostante le difficoltà: entrambe furono impiegate anche come navi trasporto truppe e ospedaliere sotto differenti autorità alleate dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Terminata la guerra, ripresero la navigazione commerciale sulle rotte tra Italia e Nord America, contribuendo alla ripresa delle migrazioni transatlantiche e del turismo marittimo. Nel dopoguerra Saturnia e Vulcania rimasero tra le navi italiane più amate in Atlantico grazie alla loro longevità e agli interni rimasti in gran parte inalterati. Saturnia fu ritirata dal servizio e demolita nel 1965, segnando la fine di quasi quattro decenni di navigazioni; Vulcania, venduta alla Siosa Grimaldi Line e rinominata Caribia, continuò a navigare come nave da crociera fino al 1972. Nel 1973 fu radiata e l’anno successivo venne condotta a Taiwan per la demolizione, chiudendo così la lunga epoca dei grandi transatlantici italiani gemelli.




domenica 4 gennaio 2026

STORIA DELL'AUTOMOTRICE "LITTORINA" - SECONDA PARTE

 

    Tra il 1934 e il dopoguerra le Ferrovie dello Stato sperimentarono l’impiego di littorine FIAT di prima generazione nel traffico merci e in servizi speciali. Tra gennaio e febbraio 1934 furono ordinate sei automotrici-bagagliaio: tre costruite da FIAT su base ALb 48 e tre da Breda. Le unità FIAT, classificate ALDb 01-03 poi 101-103, erano lunghe 15.616 mm, avevano un volume utile di 45 m³, una portata massima di 7,5 tonnellate, interperno di 9.550 mm e passo di 2.880 mm. Le unità Breda, classificate ALDb 201-203, erano più lunghe, 16.860 mm, con volume utile di 50 m³, portata di 8 tonnellate, interperno di 15.600 mm e passo di 3.000 mm. L’impiego pratico di queste automotrici merci risultò poco soddisfacente. Le FIAT furono assegnate inizialmente a Foggia; la 102 venne distrutta da un incendio, mentre le altre furono spostate più volte senza trovare un utilizzo stabile, trasformate a metano nel 1942 e demolite dopo la guerra. Le Breda operarono inizialmente a Bologna, poi a Foligno; la 201 fu distrutta in un incidente, la 202 demolita nel 1948 e la 203 demotorizzata nel 1950, riclassificata come rimorchiata LDb 203 e poi LDn 203 dal 1962, rimanendo accantonata fino al 1971. 



    Nel dopoguerra si tentò un nuovo utilizzo delle automotrici per merci speciali. Nel 1947 tre ALb 64, numeri 106, 116 e 140, furono modificate dalla FIAT eliminando gli interni passeggeri e creando un unico vano frigorifero per il trasporto del pesce; vennero riclassificate ALHb 64.106, 116 e 140. Le casse furono verniciate in alluminio come i carri frigorifero e dotate di copertura metallica sull’imperiale; la portata utile era di circa 5 tonnellate comprensive del ghiaccio. Le unità mantennero i motori originali, con modifica dello scappamento. Furono assegnate a Roma per collegamenti rapidi da Ancona Marittima e successivamente, dal 1949, al deposito di Verona con partenze da Chioggia. Nel 1962 furono smotorizzate e riclassificate come rimorchiate LHn 64.101-103, utilizzate per breve tempo e poi accantonate e demolite tra il 1968 e il 1970. Nel complesso le littorine FIAT di prima generazione conobbero un rapido declino per l’evoluzione tecnica e gli effetti della guerra, con numerose unità demolite, trasformate a metano o convertite in rimorchi; alcune ALb 48 furono riclassificate come ALUb 24 per servizi postali e successivamente trasformate in rimorchi Ln 55, con esemplari rimasti in servizio fino agli anni Ottanta.




sabato 3 gennaio 2026

STORIA DELLA FIAT 1100 "MUSONE" (1937-1953)

 

    La Fiat 1100, soprannominata “Musone” per la caratteristica calandra prominente, fu presentata nel 1937 come evoluzione moderna delle precedenti 508 e segnò un passaggio fondamentale nell’automobilismo italiano. Progettata con soluzioni avanzate per l’epoca, adottava una carrozzeria aerodinamica ispirata ai modelli americani e una struttura più solida, pensata per un uso sia privato sia professionale. Era equipaggiata con un motore quattro cilindri da 1.089 cm³, affidabile e relativamente economico nei consumi, capace di garantire buone prestazioni per una vettura di classe media. La 1100 fu proposta in diverse versioni, tra cui berlina, torpedo e varianti commerciali, trovando ampia diffusione anche presso enti pubblici, forze dell’ordine e servizi di trasporto. 



    Durante la Seconda guerra mondiale la produzione civile rallentò, ma il modello continuò a essere utilizzato in ambito militare e logistico. Nel dopoguerra la Fiat riprese la fabbricazione aggiornando progressivamente la vettura, che divenne uno dei simboli della ricostruzione italiana. La robustezza meccanica e la facilità di manutenzione contribuirono al suo successo duraturo, rendendola popolare tra professionisti e famiglie. La produzione della 1100 “Musone” si protrasse fino ai primi anni Cinquanta, quando lasciò il posto a versioni profondamente rinnovate della serie 1100. Questo modello rimane una delle automobili più rappresentative della Fiat prebellica e del primo dopoguerra, legata all’idea di mobilità accessibile e affidabile in un periodo di grandi trasformazioni sociali ed economiche.




venerdì 2 gennaio 2026

CANNIBALISMO IN EUROPA - CURARSI CON LE MUMMIE

 

    Tra il XVI e il XVIII secolo in Europa si diffuse una pratica oggi sorprendente: l’uso terapeutico di sostanze ricavate da resti umani, in particolare dalle mummie. Questa consuetudine, nota come mumia, affondava le sue radici nella medicina araba medievale, dove il termine indicava originariamente un bitume naturale usato come rimedio. Con il tempo, in Europa il significato cambiò e la mumia divenne polvere ottenuta da corpi mummificati, ritenuta efficace contro emorragie, epilessia, dolori e malattie interne. Le mummie egizie, importate in grandi quantità attraverso i mercati mediterranei, erano considerate le più pregiate, poiché si credeva che i processi di imbalsamazione ne potenziassero le virtù curative. Farmacisti e medici vendevano frammenti di ossa, carne essiccata o polvere di mummia nelle botteghe, spesso mescolandoli ad altri ingredienti. 



    L’uso non era limitato agli strati popolari: sovrani, nobili e intellettuali ricorrevano a questi rimedi, convinti che l’assunzione di materia umana potesse trasferire forza vitale o proprietà benefiche. Oltre alle mummie, venivano impiegati anche sangue umano, grasso e cranio polverizzato, soprattutto in contesti medici e rituali. Questa forma di cannibalismo terapeutico non era percepita come tale, ma come pratica scientifica legittima, coerente con le teorie mediche dell’epoca. Solo tra XVII e XVIII secolo, con il progresso della medicina sperimentale e una crescente critica razionale, l’uso della mumia iniziò a essere messo in discussione e progressivamente abbandonato. La pratica scomparve lentamente, lasciando una testimonianza significativa delle credenze e delle contraddizioni della medicina europea premoderna.




giovedì 1 gennaio 2026

STORIA DEL LANCIAFIAMME - L'ARMA INFERNALE

 

    Il lanciafiamme è un’arma incendiaria progettata per proiettare a distanza un getto di combustibile infiammato, utilizzata principalmente per colpire trincee, bunker e postazioni fortificate. Le prime applicazioni moderne risalgono all’inizio del XX secolo, ma fu durante la Prima guerra mondiale che il lanciafiamme conobbe un impiego sistematico. La Germania ne fece uso già nel 1915 sul fronte occidentale, ottenendo un forte impatto psicologico oltre che militare. I primi modelli erano ingombranti e pericolosi anche per gli stessi operatori, poiché il serbatoio di carburante, portato sulle spalle, li rendeva bersagli vulnerabili. Nonostante i limiti, l’arma si dimostrò efficace nel combattimento ravvicinato, soprattutto contro trincee e nidi di mitragliatrici. 



    Nel periodo tra le due guerre, diversi Paesi svilupparono versioni più leggere e affidabili. Durante la Seconda guerra mondiale il lanciafiamme fu impiegato su vasta scala in Europa, Nord Africa e nel Pacifico, dove si rivelò particolarmente adatto alla guerra contro fortificazioni, caverne e postazioni sotterranee. Ne esistettero versioni portatili e montate su veicoli corazzati. L’effetto distruttivo del fuoco, unito alla paura suscitata, rese l’arma temuta ma anche controversa. Dopo il 1945, l’uso del lanciafiamme diminuì progressivamente, sostituito da armi più precise e meno rischiose per gli operatori. Le convenzioni internazionali hanno poi limitato l’impiego delle armi incendiarie contro obiettivi civili. Oggi il lanciafiamme è considerato soprattutto un’arma storica, legata alle guerre del Novecento e al loro carattere estremo.




mercoledì 31 dicembre 2025

CALAMITY JANE (1852-1903)

 

    Martha Jane Canary, nota come Calamity Jane, nacque il 1° maggio 1852 a Princeton, Missouri. Figlia di Robert Wilson Canary e Charlotte M. Canary, era la maggiore di sei fratelli. Nel 1865 la famiglia si trasferì verso il Montana, ma la madre morì di polmonite lungo il viaggio e il padre nel 1867 a Salt Lake City. A soli 14 anni Jane si prese cura dei fratelli, portandoli fino a Fort Bridger e poi a Piedmont, Wyoming, dove lavorò come lavapiatti, cuoca, cameriera, ballerina, infermiera e conducente di carri. Nel 1874 dichiarò di aver trovato impiego come scout a Fort Russell e occasionalmente lavorò come prostituta al Three-Mile Hog Ranch di Fort Laramie. Partecipò a campagne militari contro i nativi e raccontò di aver ricevuto il soprannome “Calamity Jane” nel 1872-73 dopo aver salvato il capitano Egan durante un’imboscata. Altri resoconti sostengono che il soprannome derivasse dal suo avvertimento agli uomini che offenderla significava “cercare la calamità”. Nel 1876 era già conosciuta con quel nome, come riportato dal giornale Black Hills Pioneer. Nel luglio 1876 si trovava a Fort Laramie e si unì a un convoglio diretto a Deadwood insieme a Wild Bill Hickok, che incontrò per la prima volta in quell’occasione. Si stabilì nell’area di Deadwood, dove divenne amica della maitresse Dora DuFran e talvolta lavorò per lei. Dopo l’uccisione di Hickok da parte di Jack McCall, Jane affermò di aver tentato di vendicarlo. 



    In quello stesso periodo guidò una diligenza assalita da nativi dopo la morte del conducente John Slaughter e nel 1876-78 assistette i malati durante un’epidemia di vaiolo. Negli anni successivi possedette un ranch lungo lo Yellowstone vicino a Miles City e gestì una locanda. Si dice che abbia sposato Clinton Burke e vissuto a Boulder. Dal 1893 partecipò al Wild West Show di Buffalo Bill come narratrice e nel 1901 apparve all’Esposizione Panamericana. La sua vita fu segnata dall’alcolismo, testimoniato da episodi come la corsa ubriaca da Cheyenne a Fort Laramie nel 1876. Ebbe due o forse quattro figlie, di cui una portata con sé a Deadwood negli anni Ottanta; per la sua educazione fu organizzato un beneficio, ma Jane spese gran parte del denaro la stessa notte. Nel 1903 tornò nelle Black Hills e lavorò per Dora DuFran a Belle Fourche. In luglio viaggiò fino a Terry, South Dakota, dove si ammalò gravemente e morì il 1° agosto 1903 di polmonite e infiammazione intestinale. Fu sepolta al Mount Moriah Cemetery accanto a Wild Bill Hickok, secondo alcuni come scherzo postumo, secondo altri per sua richiesta. Tra i suoi effetti furono trovate lettere mai spedite a una figlia, la cui autenticità è discussa. 




martedì 30 dicembre 2025

LA REGIA AZIENDA MONOPOLIO BANANE (RAMB) E LA REPUBBLICA DELLE BANANE

 

    La Regia Azienda Monopolio Banane, nota con l’acronimo RAMB, fu un ente statale italiano creato nel 1935 per gestire in regime di monopolio il trasporto e la commercializzazione delle banane provenienti dalle concessioni agricole della Somalia italiana, in particolare nelle aree di Genale e del Giuba. La coltivazione della banana divenne centrale dopo la crisi del cotone seguita alla depressione del 1929, che ne dimezzò il prezzo. Prima della costituzione della RAMB, il commercio era affidato a società private che offrivano il prodotto a costi elevati, con scarsa qualità e quantità insufficienti, rendendolo un bene marginale. L’azienda fu istituita con R.D.L. del 2 dicembre 1935 n. 2085, sotto il controllo del Ministero delle Colonie, e nel 1937 Enrico Cibelli fu nominato presidente del Consiglio di Amministrazione. La sede principale era a Genova, con uffici dedicati a funzioni commerciali, marittime, industriali, di personale, propaganda, affari generali, economato e cassa. Agenzie furono aperte in città italiane come Roma, Napoli, Venezia, Trieste, Fiume e Ancona e in Africa Orientale a Merca, Mogadiscio, Chisimaio e Massaua. Il personale di terra contava 180 unità e quello navigante 242. L’azienda costruì depositi nelle principali città italiane e dal 1937 commissionò quattro moderne bananiere, RAMB I, RAMB II, RAMB III e RAMB IV, che durante la guerra furono convertite in navi militari per la Regia Marina. 



    Alla flotta appartenevano anche tre motonavi gemelle costruite tra il 1933 e il 1934: Capitano Bottego, Capitano Antonio Cecchi e Duca degli Abruzzi. Solo la RAMB III sopravvisse al conflitto, catturata dalle truppe jugoslave e trasformata nel 1948 nello yacht presidenziale Galeb del maresciallo Tito. Gran parte delle altre unità rimase bloccata in Africa Orientale e andò perduta con la caduta della colonia. Nel 1939, ultimo anno di normalità prima della guerra, il consumo di banane in Italia raggiunse i 450.000 quintali. Dopo il conflitto la RAMB fu sciolta, ma l’Italia mantenne una protezione tariffaria doganale per le banane somale fino agli anni Sessanta. Successivamente l’ente continuò come Azienda Monopolio Banane, concedendo zone esclusive a operatori privati. Nel 1963 scoppiò lo scandalo delle banane (Repubblica delle banane), legato alla corruzione durante il rinnovo delle concessioni, con l’arresto del presidente Franco Bartoli Avveduti, del segretario Alessandro Lenzi e di vari concessionari, tra cui Angelo Tonini, Angelo Panattoni, Cherubino Pagni, Diego Sartori, Antonio Bignami e Bartolo Saccà. Il processo coinvolse 124 concessionari e dirigenti dell’AMB, con richieste di pene fino a 10 anni, ma si concluse con condanne lievi e l’abolizione dell’azienda. Attualmente la produzione somala non è più destinata all’esportazione ma al solo consumo interno.è più destinata all’esportazione ma al solo consumo interno.




lunedì 29 dicembre 2025

BATTAGLIA DI GIARABUB (1940-1941)

 

    La battaglia di Giarabub si svolse tra il dicembre 1940 e il marzo 1941 nel deserto libico orientale, al confine con l’Egitto, durante la campagna del Nordafrica della Seconda guerra mondiale. L’oasi di Giarabub, isolata e difficilmente raggiungibile, ospitava un presidio italiano che controllava un punto strategico lungo le rotte carovaniere del Sahara. Dopo l’inizio dell’offensiva britannica Compass, le forze del Commonwealth decisero di eliminare la guarnigione, considerata un elemento di disturbo alle linee di comunicazione. Il presidio italiano, composto prevalentemente da reparti di frontiera, carabinieri e ascari libici, rimase progressivamente isolato a causa della superiorità aerea e della mancanza di rifornimenti. L’assedio fu condotto principalmente da unità australiane, che circondarono l’oasi e bombardarono sistematicamente le posizioni difensive. 



    Nonostante la scarsità di acqua, munizioni e viveri, la guarnigione italiana resistette per oltre tre mesi, adattandosi alle condizioni estreme del deserto e respingendo ripetuti attacchi. Il 21 marzo 1941, esaurite le risorse e senza possibilità di soccorsi, il comandante italiano ordinò la resa. La caduta di Giarabub ebbe un valore militare limitato, ma assunse un forte significato simbolico, sia per la propaganda britannica sia per quella italiana, che esaltò la lunga resistenza del presidio isolato. L’episodio è ricordato come uno degli assedi più duri e prolungati combattuti in condizioni ambientali estreme durante la guerra nel deserto nordafricano.




domenica 28 dicembre 2025

STORIA DELLA GUERRA DI IFNI (1957-1958)

 

    La guerra di Ifni fu un conflitto coloniale combattuto tra il 1957 e il 1958 nel sud del Marocco, allora in parte sotto controllo spagnolo. Dopo l’indipendenza del Marocco nel 1956, il nuovo Stato rivendicò il territorio di Ifni, enclave costiera rimasta alla Spagna insieme al Sahara Occidentale. Nell’autunno del 1957 gruppi armati irregolari marocchini, noti come Esercito di Liberazione, avviarono attacchi contro presidi militari e infrastrutture spagnole, puntando a isolare e destabilizzare la presenza coloniale. Le operazioni colpirono soprattutto le zone interne e le comunicazioni tra Ifni e il Sahara spagnolo, mentre la città di Sidi Ifni rimase difesa da un forte dispositivo militare. La Spagna rispose con l’impiego massiccio delle forze armate, comprese unità di fanteria, aviazione e truppe paracadutiste, sostenute anche da contingenti francesi operanti nel vicino Sahara. 



    I combattimenti furono caratterizzati da scontri irregolari, difficoltà logistiche e condizioni ambientali severe, con un ruolo decisivo dell’aviazione nel controllo del territorio. Nonostante la superiorità militare spagnola, il conflitto mise in evidenza la fragilità del sistema coloniale e l’impossibilità di mantenere a lungo il controllo dell’area contro le pressioni politiche e militari regionali. Nel 1958, con gli accordi di Angra de Cintra, le ostilità cessarono e parte dei territori contesi fu restituita al Marocco, mentre Ifni rimase formalmente spagnola fino al 1969. La guerra di Ifni rappresentò uno degli ultimi conflitti coloniali europei in Africa e segnò una fase di transizione nel processo di decolonizzazione del Nord Africa.




sabato 27 dicembre 2025

TINA MODOTTI (1896-1942)


    Nata a Udine nel 1896 in una modesta famiglia operaia, Assunta “Tina” Modotti imparò i primi rudimenti di fotografia nello studio dello zio paterno. A dodici anni lavorò in una tessitura, contribuendo al sostegno familiare, mentre in Austria e in Italia frequentò la scuola elementare prima di emigrare negli Stati Uniti nel 1913 per raggiungere il padre a San Francisco. A San Francisco e Los Angeles si avvicinò al teatro amatoriale e al cinema muto: recitò in tre film, tra cui Pelle di tigre (1920), abbandonando però Hollywood per la mercificazione del corpo femminile. Fu poi introdotta a Edward Weston, di cui divenne modella, allieva e amante, prima di trasferirsi in Messico nel 1923 insieme a lui e al figlio di Weston dopo le morti del marito Robo e del padre. A Città del Messico lavorò come assistente in camera oscura, poi come fotografa autonoma. Vinse premi alla Feria Nacional del Libro del 1924, affinò uno stile incentrato su nature morte, architetture e ritratti etnografici, ponendo la fotografia come strumento di denuncia sociale. Il volume Idols Behind Altars (1929) la portò alla ribalta internazionale. 



    Coinvolta nel movimento muralista, immortalò opere di Rivera e Orozco e strinse legami con Frida Kahlo e Vittorio Vidali, iscrivendosi al Partito Comunista Messicano. Dopo l’assassinio del rivoluzionario Julio Antonio Mella nel 1929 subì accuse ingiuste e indignità istituzionali, rispondendo con reportage sulle comunità indigene del Tehuantepec per riaffermare la dignità popolare. Espulsa dal Messico nel 1930, prestò servizio per il Comintern in Europa, partecipò come infermiera volontaria alle Brigate Internazionali in Spagna dal 1936 al 1939 e sospettata di attività spionistiche, pose fine alla sua carriera fotografica per dedicarsi all’impegno politico militante. Morì a Città del Messico nel gennaio 1942, probabilmente per un arresto cardiaco, lasciando un epitaffio scritto da Pablo Neruda e un’eredità di scatti conservati in grandi musei come il George Eastman House e la Library of Congress, a testimonianza del suo contributo pionieristico alla fotografia e all’attivismo del Novecento.




venerdì 26 dicembre 2025

STORIA DELL'ALLATTAMENTO MERCENARIO NEI SECOLI (BALIATICO)

 

    La balia, detta anche nutrice, è una donna cui viene affidato l’incarico di accudire un neonato e provvedere al suo allattamento, spesso dietro compenso. La locuzione balia asciutta indica chi si occupa di bambini senza allattarli. Dal XXI secolo la pratica è divenuta obsoleta, ma in etologia il termine indica una femmina che allatta prole non propria. L’etimologia deriva dal latino baiula, “portatrice”. In tutte le culture la balia ha avuto un ruolo fondamentale e rispettato, con vitto, alloggio e corredo forniti dalla famiglia. Nella Bibbia è citata Debora, nutrice di Rebecca, e Bithia, che adottò Mosè; nella mitologia greca Euriclea fu nutrice di Ulisse, in quella romana Caieta di Enea, mentre nella tradizione hawaiana Nuakea è dea dell’allattamento. Nell’antica Roma le famiglie benestanti utilizzavano balie, spesso schiave o liberte, ma anche professioniste retribuite; il Digesto menziona controversie salariali. Sorano di Efeso fornì consigli medici alle balie e si ricorda persino un nutritor lactaneus maschio. I Romani prediligevano nutrici greche per favorire il bilinguismo. Il mito di Romolo e Remo allattati dalla lupa testimonia l’importanza culturale. In Italia dal Medioevo al Novecento la professione era detta baliatico; la spilla da balia deriva dall’uso per chiudere pannolini. In Europa la Chiesa condannava la pratica pur diffusa. 



    Nel Regno Unito, in epoca vittoriana, molte donne della classe operaia lavoravano come balie per la borghesia, guadagnando più degli uomini operai, ma la mortalità infantile era altissima. In Francia, al tempo di Luigi XIV, l’allattamento da balia era comune: nel XVIII secolo circa il 90% dei bambini delle famiglie agiate veniva affidato a nutrici, e nel 1769 fu creato l’Ufficio delle balie a Parigi; nel 1874 la legge Roussel impose la registrazione dei bambini affidati. Negli Stati Uniti la pratica fu portata dai coloni inglesi, con alta mortalità infantile; nel Sud le donne nere schiave furono costrette a fare da balie ai figli dei padroni, dando origine anche allo stereotipo della “mammy”. Fino al Novecento le famiglie ricche affidavano i neonati a altre puerpere, scelte tra personale di servizio o contadini, che dovevano essere robuste, sane e giovani. Le motivazioni includevano morte della madre, mancanza di latte o malattie. Spesso si creavano legami affettivi tra infante e figlio della balia, detto fratello di latte, rapporti che potevano durare nel tempo; Beatrice d’Este fu più legata alla propria balia che alla madre. Le balie erano socialmente sopra le serve e rimanevano accanto ai bambini anche oltre il baliatico. Nel diritto islamico la parentela di latte è equiparata a quella di sangue. La pratica è stata progressivamente superata con l’introduzione del latte artificiale.




giovedì 25 dicembre 2025

STORIA DEL DUCATO DI MASSA E CARRARA (1664-1836)

 

    Il Ducato di Massa e Principato di Carrara fu uno stato italiano sorto nel 1473 con Giacomo I Malaspina, marchese di Massa, che acquistò la signoria di Carrara, Moneta e Avenza. La dinastia Malaspina si estinse nella linea maschile e nel 1520 Ricciarda Malaspina sposò Lorenzo Cybo, dando origine alla casata Cybo-Malaspina. Dopo conflitti familiari e la decapitazione del figlio Giulio nel 1548, nel 1553 salì al potere Alberico I Cybo-Malaspina, che regnò per circa settant’anni, favorendo lo sviluppo economico grazie al commercio del marmo e ottenendo nel 1554 la conferma dell’investitura da Carlo V. Nel 1568 Massa fu elevata a principato e Carrara a marchesato da Massimiliano II. Nel 1664 Leopoldo I d’Asburgo elevò Massa a ducato e Carrara a principato, con Alberico II Cybo-Malaspina primo duca. Nel 1741 Maria Teresa Cybo-Malaspina sposò Ercole d’Este, erede del Ducato di Modena e Reggio, e la loro figlia Maria Beatrice d’Este divenne duchessa di Massa e Carrara nel 1790. Nel 1796 i territori furono occupati dalle truppe napoleoniche e inglobati nella Repubblica Cispadana, poi Cisalpina, quindi nel Regno d’Italia e infine nel Principato di Lucca e Piombino. Nel 1815 il Congresso di Vienna restituì a Maria Beatrice i domini, includendo anche gli ex feudi della Lunigiana. 



    Nel 1829, alla sua morte, subentrò il figlio Francesco IV d’Austria-Este, che avviò l’integrazione con il Ducato di Modena e Reggio. Nel 1836 fu istituita la provincia di Massa e Carrara all’interno del Ducato di Modena, segnando la fine della sovranità autonoma. Il territorio comprendeva Massa e Carrara, con una popolazione di circa 30.000 abitanti nel XVIII secolo e un’estensione di 1100 km². L’economia si basava sull’estrazione e commercio del marmo, con rapporti con Toscana, Genova, Lucca e Modena. Furono costruite fortificazioni costiere contro le incursioni barbaresche, tra cui il fortino di Avenza e quello presso Massa. I Cybo-Malaspina promossero ristrutturazioni urbanistiche e nuove cinte murarie, istituendo nel 1564 l’ufficio del marmo a Carrara. La guerra di successione spagnola portò a crisi economica, aggravata dal lusso dei sovrani, risolta solo con l’unione dinastica con gli Este. Nel XVIII secolo furono avviati progetti di infrastrutture come la Via Vandelli e tentativi di costruzione di un porto a Carrara, mai completati per mancanza di fondi. Durante il dominio napoleonico furono realizzate opere pubbliche come bonifiche e strade, proseguite poi dagli Este. Nel 1821 fu istituito il Catasto Estense. Nel 1830 Francesco IV affidò un nuovo progetto di porto a Carrara, rimasto incompiuto, mentre nel 1851 fu costruito un pontile caricatore da William Walton. La storia del ducato si concluse con l’annessione definitiva ai domini estensi.





mercoledì 24 dicembre 2025

BALESTRIERI GENOVESI - IL TERRORE D'EUROPA

 

    I balestrieri genovesi furono un corpo scelto medievale della Repubblica di Genova, impiegato sia nella difesa cittadina sia come truppe mercenarie al servizio di altre potenze. La loro fama si consolidò tra XII e XIV secolo, con impieghi decisivi nella Prima crociata, quando Guglielmo Embriaco guidò i genovesi alla presa di Gerusalemme nel 1099, e nelle grandi battaglie navali come Meloria e Curzola. L’organizzazione prevedeva bandiere di venti uomini guidati da un connestabile, fino a compagnie di centinaia o migliaia sotto il comando di nobili famiglie genovesi. L’arruolamento richiedeva buona vista e valore, con garanzia di un responsabile in caso di diserzione. I soldati giuravano fedeltà alla Repubblica e ricevevano stipendio con ferma breve, provenendo spesso dagli strati popolari di Savona, entroterra ligure, Monferrato, Parma, Piacenza, Pavia e Corsica. L’armamento consisteva in balestra manesca caricata con crocco da cintura, daga, elmo leggero, gorgiera, cotta di maglia e palvese sorretto da uno scudiero detto pavesaro. 



    Ogni balestriere portava almeno venti quadrelli e ogni galea genovese in guerra doveva imbarcarne almeno quattro, esentati dai lavori di bordo. Tatticamente si schieravano su terreni asciutti e sopraelevati, caricavano protetti dal palvese e potevano ritirarsi o ricollocarsi dopo alcune scariche. Le balestre genovesi erano in grado di perforare armature a centinaia di metri, i balestroni da mura fino a 400. Furono assoldati da città e signori italiani come Gavi, Asti, Siena, Firenze, Pisa, dai marchesi di Saluzzo e Monferrato, dai Savoia e dai Visconti. Nel 1247 a Parma una sortita di seicento balestrieri spinse Federico II a mutilare prigionieri per impedirne l’uso dell’arma. Nel 1409 circa mille furono schierati a Sanluri dal giudice d’Arborea, ma la battaglia si concluse con un massacro. Durante la guerra dei cent’anni Genova seguì la Francia e a Crécy nel 1346 i balestrieri al comando di Ottone Doria furono travolti dagli arcieri inglesi e dalla cavalleria francese, subendo perdite gravissime. Dopo questa sconfitta la loro fama declinò, ma continuarono a essere impiegati fino al Cinquecento, quando l’introduzione delle armi da fuoco rese la balestra obsoleta e il corpo perse importanza fino allo scioglimento.




martedì 23 dicembre 2025

STORIA DEL BUSTO DI NEFERTITI (1370-1330 A.C.)

 

    La celebre scultura policroma ritrae Nefertiti, Grande Sposa Reale del faraone Akhenaton, ed è realizzata in calcare con un sottile rivestimento di stucco dipinto. Alta 48 centimetri e dal peso di circa 20 kg, fu rinvenuta il 6 dicembre 1912 a Tell-el Amarna durante uno scavo della Deutsche Orient-Gesellschaft guidato da Ludwig Borchardt. Trovata avvolta in una cassa male illuminata, fu presentata come un modesto elemento in gesso per nasconderne il valore e facilitarne l’esportazione in Germania, dove arrivò nel 1913. Il volto, perfettamente simmetrico, mostra sopracciglia arcuate, zigomi pronunciati e collo slanciato. Indossa un copricapo blu “a coroncina” con fascia dorata e Uraeus, mentre la collana a motivi floreali aggiunge eleganza. L’occhio destro è composto da quarzo e pittura fissati con cera d’api, mentre il sinistro rimane vuoto, forse lasciato incompleto come modello didattico. 



    Sin dal 1923 analisi chimiche hanno individuato pigmenti dell’epoca amarniana: fritta azzurra, orpimento giallo, ossidi di ferro e carbone, e successive tomografie del 1992 e del 2006 hanno rivelato una fisionomia interna con rughe e imperfezioni ricoperte dallo stucco esterno, prova della cura di Thutmose. Durante la Seconda Guerra Mondiale fu spostata dalla banca prussiana a un bunker antiaereo e infine a una miniera di sale a Merkers: recuperata dagli Alleati, rimase in esposizione negli USA fino al 1956, poi divisa tra Berlino Est e Ovest. Dal 1924 è esposta al Neues Museum, oggi nel Museo Egizio del Neues Museum. Da quasi un secolo l’Egitto ne reclama la restituzione, accusando Borchardt di inganno, e Zahi Hawass ha minacciato boicottaggi culturali con campagne come “Return to Sender”. Teorie di falso, avanzate da Henri Stierlin ed Erdogan Ercivan, sono state smentite da radiografie, analisi dei pigmenti e confronto con altre opere amarniane. Icona globale di bellezza, ogni anno attira mezzo milione di visitatori, simboleggiando insieme l’eleganza antica e le tensioni postcoloniali sul patrimonio culturale.




lunedì 22 dicembre 2025

IL FARAGLIONE "PAN DI ZUCCHERO" DELLA SARDEGNA

 

    Il Pan di Zucchero, conosciuto in sardo come Concali su Terràinu, è un faraglione situato nel Mar Mediterraneo, di fronte alla costa sud-occidentale della Sardegna, presso la frazione di Masua nel comune di Iglesias, nella provincia del Sulcis Iglesiente. Si tratta di un’imponente formazione rocciosa di calcare cambrico, originatasi dall’azione dell’erosione marina che ne ha determinato il distacco dalla terraferma, in particolare dalla zona di Punta Is Cicalas. Ha un’altezza di 133 metri sul livello del mare e una superficie di circa 0,03 km², pari a 3,72 ettari, che lo rendono il faraglione più alto del Mediterraneo. La sua forma massiccia e arrotondata richiama quella del celebre Pão de Açúcar della baia di Rio de Janeiro, da cui deriva il nome che sostituì già alla fine del XVIII secolo quello originario sardo. L’acqua piovana, agendo sulle rocce carbonatiche, ha prodotto fenomeni carsici che hanno dato origine a due grotte a forma di galleria aperte al livello del mare. Strutturalmente sono collegati al Pan di Zucchero altri faraglioni minori, denominati S’Agusteri e Il Morto, anch’essi costituiti da calcare ceroide, un calcare chimicamente quasi puro, di aspetto ceroso e tonalità bianca o bluastro. 



    L’area circostante è caratterizzata da un complesso carbonatico paleozoico e da una lunga tradizione mineraria, testimoniata dalla presenza del sito di Porto Flavia, costruito nel 1924 e situato a poche centinaia di metri a est, che consentiva il carico diretto del minerale sulle navi. Il faraglione è raggiungibile esclusivamente dal mare, tramite imbarcazioni provenienti dall’insenatura di Masua, e le sue pareti verticali e scoscese sono frequentate da scalatori e arrampicatori provenienti da diversi paesi. La sua imponenza lo ha reso uno dei monumenti naturali più spettacolari della Sardegna e simbolo della costa iglesiente. La superficie rocciosa, modificata nei secoli dai fenomeni carsici, presenta cavità e conformazioni che testimoniano l’azione combinata di erosione marina e dissoluzione chimica. L’area marina circostante è caratterizzata da acque limpide e fondali ricchi di biodiversità, con habitat di flora e fauna tipici delle coste calcaree mediterranee. Il Pan di Zucchero è inserito tra i monumenti naturali della Sardegna e rappresenta un punto di riferimento geografico e paesaggistico, visibile da grande distanza lungo la costa. La sua posizione di fronte alle località di Nebida e Masua lo colloca in un contesto di notevole interesse geologico e storico, legato allo sfruttamento minerario del Sulcis Iglesiente.




domenica 21 dicembre 2025

STORIA DI KLAGENFURT AM WORTSEE

 

    Klagenfurt am Wörthersee, situata nel cuore della Carinzia, ha una storia ricca e stratificata che risale alla fine dell’XI secolo, quando fu fondata dai duchi di Carinzia per proteggere le rotte commerciali che attraversavano la regione. La prima menzione ufficiale della città appare in un documento come Forum Chlagenvurth, segno della sua precoce importanza strategica. Tuttavia, la sua posizione iniziale non era ottimale dal punto di vista difensivo, e nel 1246 il duca Bernard di Spanheim decise di rifondarla in un luogo più sicuro. Nel 1252, Klagenfurt ottenne i diritti civili, segnando l’inizio di una fase di crescita urbana e istituzionale. La leggenda del drago, simbolo della città, narra di una creatura che viveva in una palude e terrorizzava gli abitanti fino a quando tre giovani coraggiosi riuscirono a ucciderla. La città sarebbe sorta proprio sul luogo della sua morte, e ancora oggi il drago campeggia nello stemma cittadino e nella fontana centrale. Nel periodo medievale e rinascimentale, Klagenfurt fu colpita da incendi e terremoti, ma la sua resilienza le permise di prosperare, anche grazie alla nobiltà locale che vi costruì numerose ville e palazzi. 



    Un momento cruciale nella sua storia fu il passaggio alla corona austriaca nel 1518, quando l’imperatore Massimiliano I la cedette ufficialmente, elevandola a centro amministrativo e commerciale della regione. Durante il periodo barocco, la città si arricchì culturalmente e architettonicamente, con edifici come il Palazzo Landhaus, celebre per la sala degli stemmi affrescata da Josef Ferdinand Fromiller. Nel 1809, le truppe napoleoniche abbatterono le mura cittadine, segnando una svolta urbanistica. Con l’arrivo della ferrovia nel 1863, Klagenfurt divenne il fulcro economico della Carinzia, favorendo lo sviluppo industriale e commerciale. Dopo la Prima Guerra Mondiale, la città fu brevemente occupata dalla Jugoslavia, ma l’occupazione terminò nel 1919. Durante la Seconda Guerra Mondiale, Klagenfurt seguì le sorti dell’Austria, subendo danni ma riuscendo a ricostruirsi. Nel 1910 fu inaugurato lo Stadttheater Klagenfurt, che ancora oggi rappresenta un importante centro culturale. Oggi, Klagenfurt am Wörthersee è una città alpina che unisce storia, cultura e natura, con un’identità forte legata alle sue origini, alla leggenda del drago e alla sua architettura di ispirazione italiana.




sabato 20 dicembre 2025

STORIA DI ACIREALE (SICILIA)

 

    Acireale, città siciliana in provincia di Catania, affonda le sue origini nel mito di Aci e Galatea e nella misteriosa città greca di Xiphonia. In epoca romana sorse Akis, coinvolta nelle guerre puniche. Durante il Medioevo, il borgo si consolidò attorno al castello di Aci Castello, assumendo nomi diversi sotto bizantini, arabi e normanni. Il terremoto del 1169 disperse la popolazione, favorendo la nascita di Aquilia Nuova, nucleo dell’attuale città. Nel XVI secolo, Acireale si affrancò dal vassallaggio grazie a Carlo V e si sviluppò economicamente e religiosamente. Il campanile sud della Cattedrale fu elevato nel 1554 e nel 1558 la chiesa dell’Annunziata divenne parrocchia. Nel 1571 fu definito lo stemma cittadino, e nel 1577 una rivolta contro le milizie spagnole costò 17 impiccagioni. Nel 1582, l’incursione del corsaro Luccialì fu respinta dalla popolazione. Il XVII secolo vide la nascita di altri casali autonomi e la costruzione di fortificazioni come la Torre di Sant’Anna e il Bastione del Tocco. Nel 1642 Filippo III conferì alla città lo status di demaniale. Nel 1671 fu fondata l’Accademia degli Zelanti. 



    Durante la guerra franco-spagnola, Acireale si schierò con gli spagnoli, fortificando il territorio. Il terremoto del 1693 causò gravi danni e 739 vittime, ma la città si ricostruì rapidamente. Nel XVIII secolo, Acireale si distinse per eventi culturali e religiosi, come la fondazione dell’Accademia dei Geniali e la costruzione della Carrozza del Senato. Nel XIX secolo, Ferdinando III visitò la città, che divenne capoluogo di distretto. Furono inaugurati il corso Savoia, la Villa Belvedere e l’Ospedale Santa Marta. La città partecipò ai moti rivoluzionari del 1848 e fu tra le prime a innalzare il tricolore nel 1860. Nel 1872 fu istituita la diocesi e nel 1873 lo stabilimento termale di Santa Venera, che rese Acireale meta turistica. Nel XX secolo, la città fu colpita da terremoti, epidemie e bombardamenti durante la Seconda guerra mondiale. Dopo il conflitto, si svilupparono attività culturali e artistiche, culminate con la promozione in Serie B della squadra di calcio nel 1993 e l’istituzione della Riserva Naturale La Timpa nel 1984.




venerdì 19 dicembre 2025

MUSEO CIVICO "ALA PONZONE" A CREMONA

 

    Il Museo Civico Ala Ponzone di Cremona ha sede dal 1928 nel cinquecentesco Palazzo Affaitati, situato in via Ugolani Dati, e deve il suo nome al marchese Giuseppe Sigismondo Ala Ponzone, collezionista ed entomologo che tra il 1877 e il 1888 raccolse e donò alla città una vasta collezione di opere d’arte. La raccolta si è ampliata nel tempo con acquisizioni provenienti da chiese soppresse e da lasciti privati, fino a comprendere oltre duemila pezzi che documentano l’evoluzione artistica dal Medioevo al Novecento. La pinacoteca conserva opere di artisti cremonesi come Bonifacio Bembo, Antonio della Corna, Galeazzo Campi, Camillo Boccaccino, Antonio Campi, Vincenzo Campi, Bernardino Campi, Gervasio Gatti, Giovan Angelo Ferrario, Giovan Battista Trotti detto il Malosso, Luigi Miradori detto il Genovesino, Gabriele Zocchi, Alessandro Tiarini, Giuseppe Bertesi, Margherita Caffi, Fede Galizia, Pietro Martire Neri, Angelo Massarotti, Francesco Boccaccino e Antonio Gianlisi. Tra i capolavori spiccano il dipinto San Francesco in meditazione di Caravaggio e L’ortolano di Giuseppe Arcimboldo. Sono presenti anche smalti, avori, ceramiche orientali provenienti dalla Turchia, dalla Cina e dal Giappone, oltre a strumenti musicali antichi, tra cui violini e viole che testimoniano la tradizione liutaria cremonese. 



    Il museo ospita inoltre la Collezione Strumenti Musicali Carlo Alberto Carutti, con oltre sessanta strumenti a corda dal XVI al XX secolo. La biblioteca Ala Ponzone, annessa al museo, conserva manoscritti, incunaboli e volumi rari. L’allestimento comprende sale dedicate al Rinascimento, al Seicento e al Settecento, con grandi tele e pale d’altare, e una sezione di arte contemporanea. Il museo è riconosciuto dalla Regione Lombardia e rientra nel circuito dei musei civici della città insieme al Museo Archeologico e al Museo del Violino. L’indirizzo è via Ugolani Dati 4, Cremona, e l’orario di apertura va dal martedì alla domenica dalle 10 alle 17, con chiusura il lunedì e nei giorni festivi principali. Il biglietto intero costa 10 euro, ridotto 8 euro, con ingresso gratuito la prima domenica del mese; sono previsti biglietti cumulativi con altri musei cittadini. Nel 2021 il museo ha registrato 3244 visitatori. La collezione è catalogata su Lombardia Beni Culturali e comprende dipinti, sculture, oggetti d’arte applicata e strumenti musicali, offrendo un panorama completo della produzione artistica cremonese e lombarda dal XIII al XX secolo.




giovedì 18 dicembre 2025

IL "QUARTO STATO" DI GIUSEPPE PELLIZZA DA VOLPEDO

 

    Il quarto stato è un dipinto a olio su tela di Giuseppe Pellizza da Volpedo realizzato nel 1901 e conservato dal luglio 2022 alla Galleria d’Arte Moderna di Milano. Il quadro è il risultato finale di un lungo percorso creativo avviato all’inizio degli anni Novanta dell’Ottocento e basato su studi, bozzetti e versioni preparatorie. Il primo bozzetto risale al 1891 e si intitola Ambasciatori della fame, opera ispirata a una manifestazione di protesta di operai nella piazza Malaspina di Volpedo; esso costituì la prima tappa di un processo che vide molteplici varianti e rielaborazioni. Tra queste, nel 1895-1896 Pellizza realizzò una versione intermedia denominata Fiumana, caratterizzata da una vasta massa di figure disposte secondo una composizione articolata e da uno studio approfondito della luce e del colore utilizzando tecniche pittoriche divisioniste. Insoddisfatto dei risultati tecnici e motivato anche dagli eventi sociali italiani, tra cui il massacro di Bava-Beccaris a Milano, nel 1898 l’artista iniziò una nuova fase di lavoro elaborando il bozzetto noto come Il cammino dei lavoratori, nel quale accentuò la gestualità delle figure e la plasticità delle prime file, delineando uomini e donne che avanzano in modo lento ma deciso. Questo studio richiese circa tre anni di lavoro e portò Pellizza a completare l’opera definitiva nel 1901, che egli intitolò Il quarto stato in riferimento all’idea di una classe operaia autonoma e consapevole. 



    Il dipinto fu presentato per la prima volta al pubblico alla Quadriennale di Torino nel 1902, accompagnato da un’altra tela dell’artista, ma non ottenne riconoscimenti ufficiali né venne acquistato da istituzioni o collezioni pubbliche. Il quadro fu successivamente diffuso attraverso la stampa e riproduzioni, guadagnando notorietà anche al di fuori delle esposizioni ufficiali. Pellizza riuscì a esporre la propria opera in una mostra solo una volta, nel 1907 a Roma, poco prima di togliersi la vita. Dopo un periodo di oblio, nel 1920 Il quarto stato fu ripresentato in una retrospettiva monografica a Milano, evento che favorì una sottoscrizione pubblica per l’acquisto dell’opera dagli eredi; nel 1921 entrò così a far parte delle collezioni civiche milanesi. Nel corso del tempo la tela ha avuto diverse collocazioni espositive prima di giungere nel luogo attuale. La scena raffigura una processione di lavoratori che avanza, con figure frontali, espressioni determinate e gesti naturali, collocati su uno sfondo aperto e illuminato in modo da suggerire un senso di movimento compatto e un significato sociale legato alla presenza della classe dei lavoratori.




mercoledì 17 dicembre 2025

YASUTOMO OKA (1983)

 

    Yasutomo Oka è nato nel 1983 a Komaki, nella prefettura di Aichi in Giappone. Dopo gli studi iniziali, si iscrisse alla Tama Art University di Tokyo, dove si laureò nel 2006. Fin dai primi anni di formazione si orientò verso la pittura ad olio, sviluppando una tecnica iperrealista che lo rese noto per la capacità di creare opere difficilmente distinguibili da fotografie. La sua produzione si concentra soprattutto su ritratti femminili, realizzati con grande precisione e cura dei dettagli, in cui utilizza modelli reali come base di partenza, ma tende a idealizzarne i tratti durante il processo creativo. Ogni dipinto richiede un tempo di esecuzione che può arrivare a un mese, dato l’estremo livello di accuratezza. Le sue opere raffigurano spesso donne in abiti tradizionali giapponesi come kimono ornati da motivi floreali e accessori per capelli, collocate su sfondi di carta da parati elaborata o ambienti domestici. In altri casi i soggetti indossano abiti moderni e sono ritratti in interni, talvolta vicino a finestre, oppure inseriti in scenari naturali come giardini o foreste, con atmosfere suggestive che includono elementi simbolici, ad esempio un gufo bianco in un bosco autunnale. 



    La sua attività espositiva ha avuto diffusione internazionale, con opere presentate in gallerie e piattaforme d’arte contemporanea. Tra i lavori noti figurano titoli come Illusion Player del 2011, View of Eternity dello stesso anno, A Girl del 2014, Azure del 2015 e Light of Serenity del 2021, oltre a numerosi ritratti venduti in aste internazionali. La sua produzione è stata documentata da gallerie online come The Gallerist, Artpeople Gallery e Artelandia, che ne hanno sottolineato la precisione tecnica e la capacità di rendere la pelle, i tessuti e gli sfondi con un realismo fotografico. Oka non possiede un sito ufficiale, ma mantiene una presenza sui social network, in particolare Facebook e Twitter, dove condivide immagini delle sue opere. La sua carriera ha consolidato la reputazione di artista iperrealista giapponese di rilievo, con un corpus di lavori che testimonia un percorso coerente e riconoscibile, caratterizzato dall’uso esclusivo della pittura a olio e da una costante attenzione alla resa minuziosa dei dettagli.