lunedì 2 febbraio 2026

TAMARA DE LEMPICKA (1898-1980)

 

Tamara de Lempicka nacque a Varsavia nel 1898 e crebbe tra Polonia, Svizzera e Russia. Nel 1916 sposò l’avvocato Tadeusz Lempicki a San Pietroburgo; dopo la Rivoluzione russa la coppia fuggì e nel 1918 si stabilì a Parigi. Per mantenersi iniziò a dipingere su commissione, studiò con Maurice Denis e André Lhote e aprì uno studio a Montparnasse. Affinò un linguaggio basato su contorni precisi, modellato geometrico e velature che rendono la pelle e i tessuti lucidi, diventando una delle interpreti più note dell’Art Déco. Negli anni Venti espose al Salon d’Automne e al Salon des Indépendants e lavorò per una clientela internazionale, ritraendo aristocratici, industriali e protagonisti della mondanità, oltre a nudi e nature morte. 



    Tra i soggetti ricorrenti figurano la figlia Kizette e figure femminili idealizzate; opere come La bella Rafaela (1927) e diversi ritratti a figura intera consolidarono la sua fama. Nel 1928 divorziò da Lempicki; nel 1933 sposò il barone Raoul Kuffner. Nel 1929 dipinse l’Autoritratto in Bugatti verde, immagine simbolo della modernità, pubblicata su una rivista di moda tedesca. Negli anni Trenta realizzò anche composizioni di soggetto religioso e opere dal tono più severo. Alla vigilia della Seconda guerra mondiale si trasferì negli Stati Uniti, vivendo tra New York e California, poi a Houston, continuando a dipingere e a presentare lavori in mostre personali. Dagli anni Settanta il suo catalogo fu rivalutato dal mercato e da retrospettive, con nuove acquisizioni museali. Morì nel 1980 a Cuernavaca, in Messico; secondo la sua volontà le ceneri furono disperse sul vulcano Popocatépetl.




GALILEO CHINI (1873-1956)

 

    Galileo Chini nacque a Firenze il 2 dicembre 1873 e si formò all’Accademia di Belle Arti, muovendosi tra pittura, ceramica, vetrate e grande decorazione in pieno clima Liberty. Tra 1896 e 1897 fu tra i fondatori della manifattura L’Arte della Ceramica, di cui guidò la direzione artistica, producendo maioliche, pannelli e oggetti con motivi floreali e simbolisti; in seguito l’attività si trasferì a Fontebuoni. Dopo l’uscita dalla manifattura, avviò nel Mugello le Fornaci di San Lorenzo, laboratorio capace di unire ceramiche, vetri, arredi e progetti d’interni. Nei primi decenni del Novecento lavorò intensamente per complessi termali toscani, soprattutto a Montecatini Terme, dove realizzò decorazioni, vetrate, lucernari e rivestimenti per vari edifici, e per Salsomaggiore Terme, con interventi legati alle Terme Berzieri. 



    Tra 1911 e 1913 soggiornò a Bangkok per decorare gli interni della Sala del Trono Ananta Samakhom, esperienza che rafforzò il suo repertorio orientaleggiante. Continuò a esporre e a lavorare come decoratore e pittore; negli anni Venti progettò anche scenografie per l’opera Turandot di Giacomo Puccini, sviluppate tra 1924 e 1926. Morì a Firenze il 23 agosto 1956. A Borgo San Lorenzo, nella villa Pecori Giraldi, un museo dedicato alla famiglia Chini documenta il suo percorso e quello delle manifatture legate al suo nome. Nel 1898 la giovane manifattura ottenne una medaglia d’oro alla Prima Esposizione d’Arte Decorativa di Torino. Partecipò più volte alla Biennale di Venezia e realizzò cicli murali e pannelli ceramici pensati come opere “totali”, in cui architettura e decorazione dovevano integrarsi.




GIOVANNI BOLDINI (1842-1931)

 

    Giovanni Boldini nacque a Ferrara il 31 dicembre 1842; il padre Antonio, pittore, lo avviò presto al disegno. Nel 1862 si trasferì a Firenze, studiò all’Accademia di Belle Arti con Stefano Ussi ed Enrico Pollastrini e frequentò il Caffè Michelangiolo, ambiente dei Macchiaioli, dove consolidò l’attenzione per luce, movimento e osservazione dal vero. Dopo esperienze e viaggi tra Italia e Inghilterra, nel 1871 si stabilì a Parigi, entrando nel circuito del mercante Adolphe Goupil: inizialmente dipinse scene di genere e vedute, poi si concentrò sul ritratto, diventando uno dei pittori più richiesti della società internazionale della Belle Époque. Il suo stile univa resa psicologica, eleganza mondana e pennellata rapida e allungata che suggeriva gesto e fruscio degli abiti. 




    Nel suo atelier posarono aristocratici, collezionisti, artisti e celebrità; tra i ritratti più noti figurano quelli di donna Franca Florio, della marchesa Luisa Casati e di Consuelo Vanderbilt. Viaggiò spesso, nel 1897 espose anche a New York; fu invitato più volte alla Biennale di Venezia e nel 1919 ricevette la Legion d’onore. Dal 1917 ebbe un grave calo della vista e ridusse l’attività. Nel 1929 sposò la giornalista Emilia Cardona. Morì a Parigi l’11 gennaio 1931 e fu sepolto alla Certosa di Ferrara; a Palazzo Massari il Museo Giovanni Boldini conserva dipinti, opere su carta e materiali provenienti dalla sua casa-atelier parigina. A Parigi usò molto anche pastelli e disegni per studiare pose e gesti, e visse al boulevard Berthier, da cui provengono arredi e documenti oggi conservati a Ferrara.






giovedì 29 gennaio 2026

ARCHIVIO DI STATO DI NAPOLI

 

    Il francobollo dedicato all’Archivio di Stato di Napoli è stato emesso il 24 novembre 2025 dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy all’interno della serie tematica “Le eccellenze del patrimonio culturale italiano”. La carta valore postale riporta l’indicazione tariffaria B zona 1, pari a 1,35 euro. La tiratura è di 200.025 esemplari, raccolti in fogli da quarantacinque unità. La stampa è realizzata dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato con tecnica rotocalcografica su carta bianca patinata neutra autoadesiva con imbiancante ottico, con grammatura di 90 g/m² e supporto siliconato in carta Kraft da 80 g/m². Il bozzetto è opera di Emanuela L’Abate. La vignetta raffigura una pagina miniata del Codice di Santa Marta, conservato presso l’Archivio di Stato di Napoli, che mostra la figura di Santa Marta con veste azzurra, mantello rosso e velo bianco, accompagnata dalla Tarasca, il mostro da lei sconfitto secondo la tradizione agiografica. La composizione utilizza cinque colori, distribuiti per valorizzare i dettagli della miniatura e la resa cromatica del manoscritto. 



    L’Archivio di Stato di Napoli ha origine nel 1808, quando Gioacchino Murat istituì l’Archivio Generale del Regno per riunire la documentazione prodotta dalle istituzioni borboniche e dagli organismi amministrativi del territorio. La sede attuale è nel complesso dei Santi Severino e Sossio, antico monastero benedettino fondato nel X secolo e successivamente ampliato, che conserva ancora elementi architettonici rinascimentali e barocchi. L’Archivio custodisce fondi di grande rilievo storico, tra cui atti della Cancelleria angioina e aragonese, documentazione amministrativa del Regno di Napoli, registri fiscali, pergamene, mappe e collezioni iconografiche. Il Codice di Santa Marta, scelto per il francobollo, è un manoscritto miniato del XV secolo legato alla confraternita omonima, testimonianza della produzione artistica e religiosa dell’epoca. L’emissione celebra il ruolo dell’istituto nella conservazione della memoria documentale del Mezzogiorno e nella tutela di un patrimonio archivistico che copre oltre sette secoli di storia politica, sociale e culturale.



STORIA DELLA CORSA ALL'ORO IN CALIFORNIA (1848-1855)

 

    La corsa all’oro californiana iniziò il 24 gennaio 1848, quando James Marshall trovò oro alla segheria di Sutter a Coloma. La notizia si diffuse rapidamente e attirò circa 300.000 persone tra il 1848 e il 1855, provenienti dagli Stati Uniti e da molti paesi stranieri. L’afflusso accelerò l’ingresso della California nell’Unione nel 1850. La scoperta avvenne poco dopo la guerra messico‑statunitense e il trattato di Guadalupe Hidalgo, che aveva trasferito la regione agli Stati Uniti. Sutter tentò di mantenere il segreto, ma Samuel Brannan rese pubblica la scoperta mostrando oro a San Francisco, mentre il presidente James Polk confermò ufficialmente la notizia nel dicembre 1848. San Francisco crebbe rapidamente: da poche centinaia di abitanti nel 1846 superò i 25.000 nel 1850. Navi abbandonate vennero trasformate in edifici e l’agricoltura si sviluppò per sostenere i nuovi insediamenti. I viaggi verso la California erano lunghi e rischiosi, via Capo Horn o attraverso Panama, con naufragi e malattie. 



    Nel 1849 arrivarono circa 90.000 persone e nel 1855 il totale raggiunse 300.000, provenienti da Stati Uniti, America Latina, Cina, Australia ed Europa. Le donne erano pochissime e spesso gestivano attività come pensioni e lavanderie. Mancando leggi minerarie, i cercatori usarono regole informali finché nel 1850 fu introdotta una tassa per i minatori stranieri. Le popolazioni native subirono espulsioni, malattie e violenze, con spedizioni militari finanziate dal governo statale. Le tecniche di estrazione si evolsero rapidamente: dai setacci si passò al long tom, alla deviazione dei corsi d’acqua e dal 1853 all’estrazione idraulica, che recuperò grandi quantità d’oro ma causò gravi danni ambientali. Si svilupparono poi dragaggi ed estrazione da quarzo con mercurio. La produzione totale è stimata in 118 milioni di once. I commercianti prosperarono più dei cercatori: Brannan si arricchì vendendo forniture e Levi Strauss avviò la produzione di jeans nel 1853. La corsa all’oro stimolò l’economia mondiale e contribuì alla crescita della regione.




STORIA DELLA CALIFORNIA INDIPENDENTE (1846)

 

    La California Republic nacque il 14 giugno 1846 quando trentatré coloni americani dell’Alta California si ribellarono al governo messicano, occuparono Sonoma e proclamarono un’entità indipendente destinata a durare fino al 9 luglio. Le tensioni erano cresciute dopo che le autorità messicane avevano vietato agli immigrati statunitensi di acquistare o affittare terre, mentre gli Stati Uniti completavano l’annessione del Texas. La regione, trascurata dal Messico dopo il 1821, era diventata semiautonoma e nel 1845 il governatore Manuel Micheltorena era stato sostituito da Pío Pico, mentre José Castro controllava il nord da Monterey. In questo contesto il presidente James Polk perseguiva politiche espansionistiche e inviò esploratori per monitorare la situazione. Tra questi John Charles Frémont, che dopo scontri con Castro si spostò in Oregon, dove ricevette un messaggio segreto da Washington che interpretò come segnale dell’imminente guerra, decidendo di tornare in California. Nell’aprile 1846 la nave USS Portsmouth arrivò a Monterey e si spostò nella baia di San Francisco. 



    Il 10 giugno alcuni ribelli catturarono 170 cavalli destinati a Castro e decisero di prendere Sonoma, dove viveva il generale Mariano Guadalupe Vallejo. Il 14 giugno occuparono la città senza resistenza, arrestarono Vallejo e issarono la Bear Flag, con un grizzly e una stella rossa. William B. Ide fu eletto comandante e proclamò la California Republic, dichiarando l’intenzione di creare un governo che garantisse libertà civili e religiose. I ribelli organizzarono una milizia e, nel tentativo di procurarsi polvere da sparo, subirono perdite. Il 20 giugno si combatté la battaglia di Olompali contro le forze di Castro, unico scontro armato della rivolta. Frémont arrivò a Sonoma il 25 giugno con novanta uomini e il 5 luglio propose di unire i ribelli al suo gruppo formando il California Battalion. Il 9 luglio la repubblica cessò di esistere quando la bandiera americana fu issata a Sonoma e a Sutter’s Fort.




lunedì 26 gennaio 2026

THOMAS JONATHAN "STONEWALL" JACKSON (1824-1863)

 

    Thomas Jonathan “Stonewall” Jackson, nato il 21 gennaio 1824 a Clarksburg, nella Virginia che oggi è parte della Virginia Occidentale, fu un generale dell’Esercito degli Stati Confederati durante la Guerra Civile americana e figura di rilievo tra i comandanti militari di quel conflitto. Dopo aver ricevuto l’incarico alla United States Military Academy di West Point, dove si laureò nel 1846, prestò servizio nell’Esercito degli Stati Uniti e combatté nella guerra messicano-statunitense distinguendosi in battaglia. Tra il 1851 e il 1861 insegnò al Virginia Military Institute, dove formò numerosi cadetti e consolidò la sua reputazione di istruttore severo e disciplinato. Nell’aprile del 1861, quando la Virginia si separò dall’Unione e scoppiò la guerra civile, Jackson si unì all’Esercito Confederato. Ricevette il comando di una brigata composta da vari reggimenti della Virginia, che in seguito divenne nota come la “Stonewall Brigade” per la sua ferma resistenza durante la Prima Battaglia di Bull Run, dove la tenace posizione delle sue truppe guadagnò a Jackson il soprannome “Stonewall”. Nei due anni successivi si distinse per abilità tattica e aggressività, guidando con successo numerose operazioni nel teatro orientale della guerra. 



    Tra le sue imprese più note vi furono le manovre nella Valle di Shenandoah, dove con coraggio e rapidità di movimento affrontò forze numericamente superiori, e il ruolo chiave in scontri come Second Manassas, Antietam e Fredericksburg, che consolidarono la sua reputazione di comandante capace e temuto. Jackson era conosciuto per la disciplina rigorosa che imponeva alle sue truppe e per la sua determinazione personale, qualità che spesso influenzarono l’esito delle azioni di combattimento. Il suo comportamento sul campo di battaglia e la sua stretta collaborazione con il comandante in capo dell’Armata della Virginia Settentrionale, il generale Robert E. Lee, lo resero uno dei leader più rispettati tra le forze confederate. La sua carriera fu però tragicamente interrotta il 2 maggio 1863, durante la Battaglia di Chancellorsville, quando fu accidentalmente colpito da fuoco amico. Le ferite riportate costarono l’amputazione del suo braccio sinistro e, indebolito, Jackson contrasse una polmonite da cui morì l’10 maggio 1863 nella stazione di Guinea, in Virginia. La sua morte rappresentò un duro colpo per il comando confederato e fu ricordata come una delle perdite più significative per la causa del Sud. Dopo la sua morte, le imprese militari di Jackson acquisirono un carattere leggendario, venendo spesso celebrate nei racconti e nelle memorie sulla guerra, e contribuendo all’immagine di un comandante abile e determinato, la cui figura è ancora oggetto di studi storici.




VIA BALBIA E ARCO DEI FILENI (1937)

 

    La Via Balbia fu la più imponente infrastruttura costruita dall’Italia in Libia durante il periodo coloniale. Realizzata tra il 1934 e il 1937 sotto la direzione del governatore Italo Balbo, correva lungo tutta la costa nordafricana per oltre 1800 chilometri, collegando il confine tunisino a quello egiziano e unificando Tripolitania e Cirenaica in un’unica arteria. La strada aveva una carreggiata di sette metri, numerosi ponti e una rete di sessantacinque case cantoniere abitate da famiglie italiane incaricate della manutenzione. La sua funzione era strategica: permetteva rapidi spostamenti delle truppe, facilitava il controllo amministrativo e sosteneva i nuovi insediamenti agricoli creati dal regime. Lungo il tracciato sorsero villaggi coloniali progettati secondo criteri razionalisti, destinati ai coloni italiani che si stabilivano nelle aree agricole della costa. La Via Balbia divenne così uno strumento di integrazione territoriale e un simbolo della modernizzazione che l’Italia voleva attribuire alla propria presenza in Libia, accompagnata da una vasta campagna propagandistica che ne celebrava l’impatto economico e infrastrutturale. Elemento monumentale della litoranea era l’Arco dei Fileni, inaugurato nel 1937 in corrispondenza del confine amministrativo tra Tripolitania e Cirenaica, nei pressi di Ras Lanuf. Progettato da Florestano Di Fausto, l’arco aveva forme monumentali e un forte valore simbolico. 



    Richiamava il mito dei fratelli Fileni, narrato da Sallustio, secondo cui due giovani cartaginesi accettarono di farsi seppellire vivi per fissare il confine con i Greci di Cirene. Il regime reinterpretò questa leggenda come esempio di sacrificio per la patria, trasformandola in un elemento centrale della propria narrazione storica. L’arco, voluto direttamente da Balbo, divenne un punto di riferimento visivo della litoranea e uno dei monumenti più rappresentativi dell’architettura coloniale italiana. Era decorato con bassorilievi e iscrizioni che richiamavano la romanità e l’espansione mediterranea, e la sua posizione isolata nel deserto ne accentuava la funzione celebrativa. Nel marzo 1941 fu attraversato dalle truppe dell’Afrikakorps durante le operazioni militari in Cirenaica, entrando nella documentazione fotografica e cinematografica della guerra nel deserto e diventando uno dei simboli più riconoscibili del fronte nordafricano. Dopo l’indipendenza libica del 1951, il monumento perse progressivamente il suo significato celebrativo e fu percepito come un’eredità del passato coloniale. Nel 1973 venne demolito dalle autorità libiche. La Via Balbia, oggi nota come Litoranea Libica, continua invece a rappresentare un asse stradale fondamentale, anche se le condizioni variano a causa dei conflitti e della scarsa manutenzione. 




VIDKUN QUISLING (1887 -1945)

 

    Vidkun Quisling è una figura centrale e controversa della storia europea del Novecento, il cui nome è diventato sinonimo universale di tradimento. Nato nel 1887 in Norvegia, figlio di un pastore luterano, Quisling ebbe una formazione colta e articolata. Studiò all’Accademia Militare, distinguendosi per intelligenza e disciplina, e nei primi anni della sua carriera sembrò destinato a un futuro rispettabile all’interno delle istituzioni norvegesi. Partecipò a missioni umanitarie e diplomatiche in Europa orientale e in Russia, entrando in contatto con ambienti internazionali e maturando una visione ideologica sempre più complessa, segnata da nazionalismo, autoritarismo e antisocialismo. Negli anni Trenta fondò il partito Nasjonal Samling, ispirato ai movimenti fascisti europei, ma il consenso popolare rimase estremamente limitato e Quisling non riuscì mai a ottenere un reale peso politico attraverso le elezioni. La sua occasione arrivò con l’invasione tedesca della Norvegia, il 9 aprile 1940. In quel contesto drammatico, Quisling si autoproclamò capo del governo in un discorso radiofonico, collaborando apertamente con le forze naziste e cercando di legittimare il colpo di mano come un atto necessario per salvare il Paese dal caos. 



    In realtà il suo governo non fu mai riconosciuto come legittimo dalla maggioranza dei norvegesi e rimase strettamente subordinato all’occupazione tedesca. Nel 1942, con l’appoggio delle autorità naziste, Quisling divenne ministro presidente, assumendo un ruolo di primo piano nell’amministrazione collaborazionista. Durante il suo regime furono introdotte leggi autoritarie, repressa l’opposizione politica e perseguitati ebrei e dissidenti. La deportazione degli ebrei norvegesi verso i campi di sterminio avvenne anche con la collaborazione delle autorità locali, segnando una delle pagine più tragiche della storia del Paese. Quisling cercò di presentarsi come difensore dell’indipendenza norvegese all’interno di una nuova Europa guidata dalla Germania, ma questa narrazione non convinse né la popolazione né la resistenza, che rimase attiva per tutta la durata dell’occupazione. Con la sconfitta della Germania nazista nel 1945, il suo destino fu rapidamente segnato. Arrestato, processato e accusato di alto tradimento, collaborazionismo e crimini gravi contro lo Stato, Quisling affrontò un processo pubblico che ebbe un enorme valore simbolico per la Norvegia liberata. La condanna a morte venne eseguita nell’ottobre del 1945. Da allora il suo nome ha assunto un significato che va oltre la vicenda personale. “Quisling” è entrato nel linguaggio comune di molte lingue per indicare chi tradisce il proprio Paese collaborando con un nemico occupante. 




giovedì 22 gennaio 2026

ARCHIVI DI STATO: SANT'IVO ALLA SAPIENZA

 

    Il francobollo dedicato agli Archivi di Stato – Sant’Ivo alla Sapienza è stato emesso il 24 novembre 2025 dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy, nell’ambito della serie tematica “Le eccellenze del patrimonio culturale italiano”. La carta valore postale ha valore di tariffa B zona 1, pari a 1,35 euro. La tiratura è di 200.025 esemplari, raccolti in fogli da quarantacinque unità. La stampa è realizzata dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato S.p.A. con tecnica rotocalcografica, su carta bianca patinata neutra autoadesiva con imbiancante ottico. La grammatura della carta è di 90 g/m², mentre il supporto siliconato è in carta Kraft monosiliconata da 80 g/m². Il bozzetto è stato curato da Maria Carmela Perrini. La vignetta raffigura il complesso monumentale di Sant’Ivo alla Sapienza, sede dell’Archivio di Stato di Roma. Completano il francobollo le legende “ARCHIVI DI STATO”, “ARCHIVIO DI STATO DI ROMA”, “COMPLESSO DI SANT’IVO ALLA SAPIENZA”, la scritta “ITALIA” e l’indicazione tariffaria “B ZONA 1”.



    Il complesso di Sant’Ivo alla Sapienza, progettato da Francesco Borromini nel XVII secolo, è uno dei capolavori dell’architettura barocca romana. Originariamente sede dell’antica Università della Sapienza, ospita dal 1876 l’Archivio di Stato di Roma, istituzione che conserva documenti prodotti dagli uffici giudiziari e amministrativi della capitale dal Medioevo all’età contemporanea. L’Archivio custodisce fondi di rilevanza storica, tra cui atti notarili, registri giudiziari, documentazione fiscale e catastale, oltre a collezioni iconografiche e cartografiche. La scelta di Sant’Ivo alla Sapienza per il francobollo evidenzia il valore culturale e simbolico del luogo, che rappresenta la continuità tra sapere universitario e conservazione della memoria documentale. L’emissione celebra il ruolo degli Archivi di Stato nella tutela del patrimonio storico nazionale, riconoscendone la funzione di presidio della legalità, della ricerca e della trasparenza amministrativa.



ORO ALLA PATRIA O GIORNATA DELLA FEDE (1935)

 

    L’iniziativa Oro alla Patria fu una mobilitazione nazionale organizzata dal regime fascista il 18 dicembre 1935, durante la guerra d’Etiopia e nel pieno delle sanzioni economiche imposte dalla Società delle Nazioni dopo l’attacco italiano del 3 ottobre. Le sanzioni, entrate in vigore il 18 novembre, limitarono l’esportazione di prodotti italiani e l’importazione di materiali utili allo sforzo bellico, creando difficoltà economiche e un forte impatto propagandistico. La Giornata della fede fu istituita per invitare la popolazione a donare oggetti d’oro allo Stato, in particolare le fedi nuziali, che venivano sostituite con anelli di ferro recanti la data dell’iniziativa. La cerimonia principale si svolse all’Altare della Patria a Roma, dove la regina Elena consegnò per prima la propria fede e quella del re, seguita da Rachele Mussolini, che donò anche gioielli ricevuti dal marito. A Roma furono raccolti oltre 250.000 anelli, mentre a Milano ne furono consegnati circa 180.000. Parteciparono esponenti della famiglia reale, gerarchi fascisti, personalità culturali e scientifiche come Guglielmo Marconi, Luigi Pirandello e Gabriele D’Annunzio, oltre a rappresentanti di associazioni sportive che donarono trofei, tra cui la prima Coppa Italia vinta dal Vado. 



    Le gerarchie ecclesiastiche invitarono il clero a contribuire e molte parrocchie organizzarono raccolte locali. Tra i pochi oppositori noti vi fu il principe Filippo Andrea VI Doria Pamphilj, che rifiutò di consegnare la fede insieme alla moglie; in risposta, il regime modificò temporaneamente il nome del vicolo adiacente al palazzo di famiglia in Via della Fede, ripristinato dopo la Liberazione. Complessivamente furono raccolte 37 tonnellate d’oro e 115 d’argento, dichiarate destinate alla Zecca dello Stato come patrimonio nazionale. Due brocche colme di fedi nuziali furono ritrovate nel 1945 tra i beni dei gerarchi in fuga con Mussolini, nel cosiddetto tesoro di Dongo. L’iniziativa fu accompagnata da cerimonie pubbliche, manifesti, discorsi ufficiali e una capillare partecipazione organizzata dalle strutture del regime, che utilizzò l’evento per rafforzare il consenso interno e presentare la mobilitazione come risposta collettiva alle misure internazionali contro l’Italia. La raccolta coinvolse amministrazioni locali, enti assistenziali, associazioni femminili e organizzazioni giovanili, che coordinarono la consegna degli oggetti e la distribuzione degli anelli di ferro, contribuendo alla diffusione capillare dell’iniziativa su tutto il territorio nazionale.




JOSEPHINE BAKER (1906-1975)

 

    Joséphine Baker, nata Freda Josephine McDonald nel 1906 a Saint Louis, crebbe in un ambiente povero e segnato da tensioni razziali. Lavorò fin da bambina come domestica e baby-sitter, abbandonò la scuola a dodici anni e a tredici si sposò per la prima volta. Dopo un secondo matrimonio si trasferì a New York, dove entrò nel mondo dello spettacolo come sostituta in Shuffle Along e poi in The Chocolate Dandies. Nel 1925 arrivò a Parigi con la Revue nègre e divenne rapidamente una delle principali vedette del music-hall francese grazie a uno stile che univa danza moderna, jazz e folklore afroamericano. Le sue esibizioni alle Folies Bergère, il celebre costume di banane e la presenza scenica contribuirono alla sua fama internazionale. Negli anni trenta partecipò a tournée europee e sudamericane, incise canzoni di successo come J’ai deux amours e recitò nei film Zouzou e La principessa Tam Tam. Nel 1937 ottenne la cittadinanza francese sposando Jean Lion. Durante la Seconda guerra mondiale collaborò con il controspionaggio della Francia Libera, sfruttando la sua notorietà per muoversi tra paesi diversi, raccogliere informazioni e trasportare documenti nascosti negli spartiti o cuciti negli abiti. 




    Operò in Francia, Portogallo, Spagna e Marocco, contribuendo alla preparazione dell’Operazione Torch e sostenendo reti di fuga per ebrei perseguitati. Per il suo impegno ricevette la Legion d’onore, la Médaille de la Résistance e la Croix de guerre. Nel dopoguerra continuò la carriera artistica e si impegnò nella lotta contro il razzismo, rifiutando locali segregati e partecipando alla marcia su Washington del 1963 accanto a Martin Luther King, dove intervenne in uniforme dell’aeronautica francese. Negli anni cinquanta adottò dodici bambini di origini diverse, formando la “tribù arcobaleno” con l’obiettivo di dimostrare la possibilità di convivenza tra culture differenti. Le spese per il castello des Milandes e per la famiglia portarono a gravi difficoltà economiche, e l’amica Grace Kelly la sostenne offrendole aiuto e ospitalità a Monaco. Negli anni settanta tornò al successo con spettacoli all’Olympia, al Carnegie Hall e al Bobino, sostenuti da personalità come Grace Kelly, Ranieri III e Jackie Onassis. Morì nel 1975 a Parigi dopo un’emorragia cerebrale, pochi giorni dopo il trionfo della sua ultima rivista. Ai funerali ricevette onori militari e una vasta partecipazione pubblica. Nel 2021 è stata ammessa simbolicamente al Pantheon di Parigi come prima donna nera a ottenere tale riconoscimento.






lunedì 19 gennaio 2026

HACHIKO: L'AMORE SENZA LIMITI (1923-1935)


    Hachikō nacque a metà novembre 1923 in una fattoria nei pressi della città di Ōdate, nella prefettura di Akita in Giappone. Era un cane maschio di razza Akita, noto per il suo mantello chiaro e per la sua eccezionale fedeltà. Nel gennaio 1924 fu portato a vivere a Shibuya, un quartiere di Tokyo, dal professor Hidesaburō Ueno, agronomo e docente all’Università Imperiale di Tokyo, che lo accolse come animale domestico. Ueno si trasferì con Hachikō nel suo domicilio vicino alla stazione di Shibuya e lo allevò con cura insieme alla sua compagna Yaeko Sakano. Hachikō sviluppò una routine quotidiana: ogni mattina accompagnava il professor Ueno fino alla stazione per il suo treno verso l’università, quindi lo attendeva ogni pomeriggio al ritorno, seduto nello stesso punto della banchina della stazione. Questo comportamento costante e regolare fu notato dagli abitanti della zona e dai frequentatori della stazione, che ben presto riconobbero il cane e la sua attesa puntuale. La routine tra Hachikō e Ueno proseguì senza interruzioni fino al 21 maggio 1925, quando il professor Ueno morì improvvisamente a causa di un’emorragia cerebrale mentre si trovava all’università. Il cane non fu presente alla morte del suo padrone e non fu informato dell’accaduto; il giorno successivo si recò comunque alla stazione di Shibuya per attenderne il ritorno, così come aveva sempre fatto. 



    Hachikō continuò a presentarsi quasi ogni giorno alla stazione alla stessa ora per cercare di vedere il suo padrone, nonostante l’assenza di Ueno. Inizialmente i dipendenti della stazione e i passanti cercarono di scacciarlo o di allontanarlo, ma ben presto la presenza quotidiana del cane attirò l’attenzione della comunità locale, e molte persone cominciarono a portargli cibo e a prendersi cura di lui. Negli anni successivi la storia di Hachikō si diffuse sui giornali giapponesi e suscitò un forte interesse pubblico, trasformando il cane in un simbolo di fedeltà. Nel 1934 fu eretta una statua in bronzo in suo onore di fronte alla stazione di Shibuya, nel punto esatto dove il cane attendeva ogni giorno, e la figura divenne meta di pellegrinaggi e di cerimonie commemorative. Hachikō soffrì di problemi di salute nel corso della sua vita, ma continuò la sua vigilanza quotidiana per quasi dieci anni. Morì l’8 marzo 1935 a Shibuya all’età di undici anni. Dopo la sua morte il suo corpo fu cremato e le sue ceneri furono sepolte accanto a quelle del professor Ueno nel cimitero di Aoyama a Tokyo. La storia di Hachikō è stata successivamente narrata in film, documentari, libri e altre opere culturali, e la sua figura è riconosciuta in Giappone e nel mondo come esempio di lealtà e devozione tra un cane e il suo padrone.





PRINCIPESSA MAFALDA DI SAVOIA (1902-1944)

 

    Mafalda Maria Elisabetta Anna Romana di Savoia nacque il 19 novembre 1902 a Roma, nel Regno d’Italia, seconda figlia del re Vittorio Emanuele III e della regina Elena del Montenegro. Cresciuta in ambiente di corte, ricevette un’educazione conforme al rango reale e partecipò fin da giovane ad attività pubbliche e assistenziali. Durante la prima guerra mondiale affiancò la madre nelle visite agli ospedali militari italiani per l’assistenza ai feriti. Il 23 settembre 1925 sposò a Racconigi il principe Filippo d’Assia-Kassel, membro della nobiltà tedesca di fede protestante. Dal matrimonio nacquero quattro figli: Maurizio, Enrico, Ottone ed Elisabetta. Dopo le nozze Mafalda visse prevalentemente in Germania, mantenendo contatti con la famiglia reale italiana. Il marito ricoprì incarichi politici e militari nel Terzo Reich, entrando nelle SS e assumendo ruoli di collegamento tra la Germania nazista e l’Italia fascista. Con l’inizio della seconda guerra mondiale la posizione della principessa divenne progressivamente più complessa a causa dei rapporti tra le due monarchie e i regimi alleati. Nell’agosto 1943 Mafalda si trovava a Sofia per assistere la sorella Giovanna, regina di Bulgaria, dopo la morte del marito Boris III. 



    Appresa la notizia dell’armistizio italiano con gli Alleati, decise di rientrare in Italia. Durante il viaggio fu avvertita dei rischi legati alla presenza tedesca sul territorio, ma proseguì ugualmente verso Roma. Giunta nella capitale, fu convocata con il pretesto di comunicazioni riguardanti il marito e si recò all’ambasciata tedesca, dove venne arrestata dalla Gestapo. Trasferita prima a Monaco e poi a Berlino, fu infine deportata nel campo di concentramento di Buchenwald, dove venne internata sotto falso nome. Il 24 agosto 1944 un bombardamento alleato colpì un’area industriale del campo, provocando crolli e numerose vittime. Mafalda rimase gravemente ferita, riportando ustioni estese e lesioni al braccio sinistro. Trasportata nell’infermeria del campo, fu sottoposta all’amputazione dell’arto a causa dell’infezione, ma morì per emorragia nella notte tra il 27 e il 28 agosto 1944 all’età di quarantuno anni. Inizialmente sepolta in una fossa comune, dopo la guerra la salma fu riesumata e trasferita nel cimitero del castello di Kronberg im Taunus, in Germania. Mafalda di Savoia rimane l’unica principessa della casa reale italiana morta in un campo di concentramento nazista durante la seconda guerra mondiale.




KALININ K-7: IL MOSTRO DEI CIELI (1933)

 

    Il Kalinin K-7 fu un aereo sperimentale sovietico di grandi dimensioni progettato all’inizio degli anni trenta dall’ingegnere Konstantin Alekseevič Kalinin presso l’ufficio di progettazione di Kharkiv. Il velivolo era concepito come aeromobile polivalente destinato sia al trasporto civile sia a impieghi militari, inclusi trasporto truppe, bombardamento e trasporto merci. Il progetto si distingueva per una configurazione non convenzionale, caratterizzata da un’ala di enorme superficie e spessore, con apertura alare di circa 53 metri, all’interno della quale erano alloggiate cabine, compartimenti di carico e parte dell’equipaggio. La struttura portante era realizzata con tubi d’acciaio al cromo-molibdeno saldati, soluzione avanzata per l’epoca, mentre il rivestimento era in tela e metallo. In origine il K-7 era equipaggiato con sei motori Mikulin AM-34 raffreddati a liquido, montati sul bordo d’attacco dell’ala, ma a causa dell’eccessivo peso complessivo venne aggiunto un settimo motore in configurazione spingente nella parte posteriore della sezione centrale. L’equipaggio comprendeva piloti, navigatore, radiooperatore e meccanici di bordo, dislocati in diversi compartimenti accessibili tramite passaggi interni. 



    Nella versione civile l’aereo era progettato per trasportare fino a 120 passeggeri, mentre nella configurazione militare avrebbe potuto imbarcare oltre cento paracadutisti completamente equipaggiati. Come bombardiere pesante era previsto l’impiego di numerose mitragliatrici e cannoni difensivi disposti in postazioni multiple, oltre a un rilevante carico bellico alloggiato in stive interne. Il primo volo ebbe luogo l’11 agosto 1933, dopo un lungo periodo di costruzione e prove a terra. Durante i voli di collaudo emersero però gravi problemi di vibrazioni strutturali e instabilità, dovuti a fenomeni di risonanza tra la struttura alare, i piani di coda e la propulsione. Furono studiate modifiche ai longheroni e agli impennaggi, ma le conoscenze dell’epoca non consentirono una soluzione efficace. Il 21 novembre 1933, durante uno dei voli di prova, una deriva subì una rottura strutturale che causò la perdita di controllo del velivolo e la sua distruzione al suolo, con la morte di quattordici persone a bordo e una a terra. Dopo l’incidente il programma fu sospeso e successivamente cancellato, nonostante fossero stati avviati altri esemplari. Il K-7 rimase uno dei più grandi aerei costruiti prima dell’era dei jet e un esempio dei limiti tecnologici dell’aviazione degli anni trenta.




venerdì 16 gennaio 2026

ENTE PER LA FORMAZIONE LAVORO ELIS

 

    Il 21 novembre 2025 il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha emesso un francobollo ordinario appartenente alla serie tematica “i Valori sociali” dedicato a ELIS, organizzazione non-profit italiana. Il francobollo, del valore corrispondente alla tariffa B pari a 1,30 euro, è stato stampato in rotocalcografia dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato S.p.A. su carta bianca, patinata neutra, autoadesiva con imbiancante ottico. La tiratura è stata di 200.025 esemplari, distribuiti in fogli da 45 unità. Il bozzetto è stato realizzato da Fabio Abbati. La vignetta presenta un fondino policromatico suddiviso in quattro riquadri, ciascuno raffigurante un giovane professionista impegnato in ambiti formativi promossi da ELIS: un operaio edile con strumentazione tecnica, una cuoca all’opera, una donna con casco protettivo e computer portatile, e un individuo immerso in un’esperienza di realtà virtuale. In alto è riportato il logo dell’organizzazione accompagnato dal claim “Formiamo persone al lavoro”. Completano il francobollo le diciture “ITALIA”, “I.P.Z.S. S.p.A. - ROMA - 2025” e l’indicazione tariffaria “B”. L’emissione è stata inserita nel programma filatelico 2025 come riconoscimento dell’impegno sociale e formativo dell’ente.



    ELIS è un centro educativo nato nel 1962 a Roma su iniziativa dell’Opus Dei, con l’obiettivo di offrire formazione professionale e umana a giovani provenienti da contesti svantaggiati. Nel corso degli anni ha ampliato la propria attività collaborando con imprese, scuole, università e istituzioni pubbliche e private, promuovendo percorsi di orientamento, innovazione tecnologica e inserimento lavorativo. Il francobollo celebra l’impatto di ELIS nel panorama educativo italiano, evidenziando il ruolo centrale della formazione tecnica e professionale come strumento di inclusione sociale. L’organizzazione ha sviluppato progetti come il “Campus ELIS”, che ospita corsi di meccatronica, informatica, cucina e edilizia, e il “Consorzio ELIS”, che coinvolge aziende in iniziative di responsabilità sociale. La scelta di rappresentare diverse figure professionali riflette la varietà dei percorsi offerti e l’attenzione alle competenze richieste dal mercato del lavoro contemporaneo. L’emissione filatelica si inserisce in una tradizione di valorizzazione delle realtà educative e sociali italiane, contribuendo alla diffusione della conoscenza di modelli formativi innovativi e inclusivi.



ARLINE JUDGE (1912-1974)

 

    Arline Judge, nata Margaret Arline Judge il 21 febbraio 1912 a Bridgeport, Connecticut, Stati Uniti, fu un’attrice e cantante statunitense attiva principalmente nel cinema degli anni trenta e quaranta. Figlia di John Judge, giornalista, e di Margaret Ormond Judge, crebbe a New York City dove la famiglia si trasferì durante la sua infanzia; frequentò scuole cattoliche tra cui una Ursuline Academy dove studiò canto e danza. Iniziò la carriera artistica esibendosi in spettacoli musicali e riviste a Broadway come The Second Little Show e Silver Slipper, mostrando abilità nel canto, nella danza e nella commedia. Fu notata da un agente della RKO Pictures mentre si esibiva in teatro e nel 1931 debuttò al cinema con una piccola parte nel film Bachelor Apartment; lo stesso anno recitò in Are These Our Children, lavoro che portò all’inizio della sua collaborazione nel cinema. Durante gli anni trenta lavorò in numerosi film, spesso commedie leggere e produzioni di serie B, e fu diretta anche dal regista Wesley Ruggles, che sposò nell’ottobre 1931. Nel corso di quell’anno fu protagonista in film come Girl Crazy e interpretò ruoli caratteristici di giovani donne vivaci e donne ambigue. Tra le sue pellicole degli anni trenta si annoverano opere come Sensation Hunters, The Age of Consent, Shoot the Works, College Scandal, Here Comes Trouble, King of Burlesque e Valiant Is the Word for Carrie, mostrando versatilità tra commedia e dramma. 



    Dopo la rottura del contratto con la RKO nel 1933 continuò a lavorare come freelancer con vari studi, comparendo in ruoli di supporto e carattere. Il suo impegno cinematografico continuò anche negli anni quaranta con film quali Harvard, Here I Come!, The Lady Is Willing, Song of Texas, Ragazze in catena, G.I. Honeymoon e From This Day Forward, mentre negli anni cinquanta e sessanta apparve sporadicamente in televisione, includendo episodi di Mr. and Mrs. North e Perry Mason, quest’ultimo nel 1964. Arline Judge fu sposata sette volte: il primo matrimonio con Wesley Ruggles durò dal 1931 al 1937 e da esso nacque il figlio Wesley Ruggles Jr.; successivamente sposò Daniel Reid Topping nel 1937, da cui ebbe un secondo figlio, Dan Topping Jr., e da cui si separò nel 1940. I successivi matrimoni includono James Ramage Addams, Vincent Morgan Ryan, Henry J. Bob Topping, George Ross III ed Edward Cooper Heard, tutti conclusisi con divorzi. Pur continuando ad apparire in progetti cinematografici e televisivi fino alla metà degli anni sessanta, la frequenza delle sue interpretazioni diminuì nel tempo. Arline Judge morì il 7 febbraio 1974 a West Hollywood, California, all’età di 61 anni e fu sepolta nel Saint Michael’s Cemetery di Stratford, nel Connecticut.



STORIA DELL'AUTOMOTRICE "LITTORINA" - SECONDA PARTE

 

    Tra il 1934 e il dopoguerra le Ferrovie dello Stato sperimentarono l’impiego di littorine FIAT di prima generazione nel traffico merci e in servizi speciali. Tra gennaio e febbraio 1934 furono ordinate sei automotrici-bagagliaio: tre costruite da FIAT su base ALb 48 e tre da Breda. Le unità FIAT, classificate ALDb 01-03 poi 101-103, erano lunghe 15.616 mm, avevano un volume utile di 45 m³, una portata massima di 7,5 tonnellate, interperno di 9.550 mm e passo di 2.880 mm. Le unità Breda, classificate ALDb 201-203, erano più lunghe, 16.860 mm, con volume utile di 50 m³, portata di 8 tonnellate, interperno di 15.600 mm e passo di 3.000 mm. L’impiego pratico di queste automotrici merci risultò poco soddisfacente. Le FIAT furono assegnate inizialmente a Foggia; la 102 venne distrutta da un incendio, mentre le altre furono spostate più volte senza trovare un utilizzo stabile, trasformate a metano nel 1942 e demolite dopo la guerra. Le Breda operarono inizialmente a Bologna, poi a Foligno; la 201 fu distrutta in un incidente, la 202 demolita nel 1948 e la 203 demotorizzata nel 1950, riclassificata come rimorchiata LDb 203 e poi LDn 203 dal 1962, rimanendo accantonata fino al 1971. 



    Nel dopoguerra si tentò un nuovo utilizzo delle automotrici per merci speciali. Nel 1947 tre ALb 64, numeri 106, 116 e 140, furono modificate dalla FIAT eliminando gli interni passeggeri e creando un unico vano frigorifero per il trasporto del pesce; vennero riclassificate ALHb 64.106, 116 e 140. Le casse furono verniciate in alluminio come i carri frigorifero e dotate di copertura metallica sull’imperiale; la portata utile era di circa 5 tonnellate comprensive del ghiaccio. Le unità mantennero i motori originali, con modifica dello scappamento. Furono assegnate a Roma per collegamenti rapidi da Ancona Marittima e successivamente, dal 1949, al deposito di Verona con partenze da Chioggia. Nel 1962 furono smotorizzate e riclassificate come rimorchiate LHn 64.101-103, utilizzate per breve tempo e poi accantonate e demolite tra il 1968 e il 1970. Nel complesso le littorine FIAT di prima generazione conobbero un rapido declino per l’evoluzione tecnica e gli effetti della guerra, con numerose unità demolite, trasformate a metano o convertite in rimorchi; alcune ALb 48 furono riclassificate come ALUb 24 per servizi postali e successivamente trasformate in rimorchi Ln 55, con esemplari rimasti in servizio fino agli anni Ottanta.




martedì 13 gennaio 2026

OMICIDI IRRISOLTI: LE SORELLE GRIMES (1956)

 

    L’omicidio delle sorelle Grimes riguarda la scomparsa e l’uccisione di due adolescenti statunitensi, Barbara Grimes di quindici anni e Patricia Grimes di tredici, avvenuta a Chicago nel 1956. Le due sorelle vivevano con la madre Christine Grimes nel quartiere di McKinley Park. La sera del 28 dicembre 1956 le ragazze uscirono di casa per recarsi al Brighton Theater, un cinema del quartiere, dove era proiettato il film Amami teneramente con Elvis Presley. Lo spettacolo terminò intorno alle 21:45, ma Barbara e Patricia non fecero ritorno a casa. La madre, inizialmente non allarmata, iniziò a preoccuparsi nelle ore successive e il giorno seguente denunciò la scomparsa alla polizia. Le ricerche coinvolsero le forze dell’ordine e numerosi volontari e furono diffuse descrizioni dettagliate delle due ragazze. Nei giorni successivi vennero segnalati presunti avvistamenti e furono ricevute lettere e telefonate anonime che sostenevano di fornire informazioni sul loro destino, ma nessuna di esse risultò attendibile. Il caso attirò rapidamente l’attenzione dell’opinione pubblica e dei media nazionali. 



    Il 22 gennaio 1957 i corpi delle sorelle Grimes furono ritrovati in una zona rurale innevata nei pressi di Willow Springs, a circa venticinque chilometri dal luogo della scomparsa. Le autopsie stabilirono che le ragazze erano morte per shock e ipotermia, senza segni evidenti di ferite mortali, e che erano decedute poco dopo la scomparsa. Le indagini si concentrarono su diverse piste, inclusa la possibilità di un rapimento a scopo sessuale, ma non emersero prove conclusive. Tra i sospettati figurò Benny Bedwell, un giovane arrestato in Florida che confessò l’omicidio durante un interrogatorio, ma la confessione risultò incoerente e venne ritenuta inaffidabile. Un altro sospettato fu Edward Lee Elkins, che rilasciò dichiarazioni contraddittorie senza che venissero trovati riscontri oggettivi. Nel corso degli anni il caso fu riaperto più volte, con nuove testimonianze e ipotesi investigative, senza mai giungere all’identificazione certa di un colpevole. L’omicidio delle sorelle Grimes rimane uno dei casi irrisolti più noti della storia criminale di Chicago ed è stato oggetto di numerosi articoli, libri e rievocazioni mediatiche. 



IL "QUARTO STATO" DI GIUSEPPE PELLIZZA DA VOLPEDO

 

    Il quarto stato è un dipinto a olio su tela di Giuseppe Pellizza da Volpedo realizzato nel 1901 e conservato dal luglio 2022 alla Galleria d’Arte Moderna di Milano. Il quadro è il risultato finale di un lungo percorso creativo avviato all’inizio degli anni Novanta dell’Ottocento e basato su studi, bozzetti e versioni preparatorie. Il primo bozzetto risale al 1891 e si intitola Ambasciatori della fame, opera ispirata a una manifestazione di protesta di operai nella piazza Malaspina di Volpedo; esso costituì la prima tappa di un processo che vide molteplici varianti e rielaborazioni. Tra queste, nel 1895-1896 Pellizza realizzò una versione intermedia denominata Fiumana, caratterizzata da una vasta massa di figure disposte secondo una composizione articolata e da uno studio approfondito della luce e del colore utilizzando tecniche pittoriche divisioniste. Insoddisfatto dei risultati tecnici e motivato anche dagli eventi sociali italiani, tra cui il massacro di Bava-Beccaris a Milano, nel 1898 l’artista iniziò una nuova fase di lavoro elaborando il bozzetto noto come Il cammino dei lavoratori, nel quale accentuò la gestualità delle figure e la plasticità delle prime file, delineando uomini e donne che avanzano in modo lento ma deciso. Questo studio richiese circa tre anni di lavoro e portò Pellizza a completare l’opera definitiva nel 1901, che egli intitolò Il quarto stato in riferimento all’idea di una classe operaia autonoma e consapevole. 



    Il dipinto fu presentato per la prima volta al pubblico alla Quadriennale di Torino nel 1902, accompagnato da un’altra tela dell’artista, ma non ottenne riconoscimenti ufficiali né venne acquistato da istituzioni o collezioni pubbliche. Il quadro fu successivamente diffuso attraverso la stampa e riproduzioni, guadagnando notorietà anche al di fuori delle esposizioni ufficiali. Pellizza riuscì a esporre la propria opera in una mostra solo una volta, nel 1907 a Roma, poco prima di togliersi la vita. Dopo un periodo di oblio, nel 1920 Il quarto stato fu ripresentato in una retrospettiva monografica a Milano, evento che favorì una sottoscrizione pubblica per l’acquisto dell’opera dagli eredi; nel 1921 entrò così a far parte delle collezioni civiche milanesi. Nel corso del tempo la tela ha avuto diverse collocazioni espositive prima di giungere nel luogo attuale. La scena raffigura una processione di lavoratori che avanza, con figure frontali, espressioni determinate e gesti naturali, collocati su uno sfondo aperto e illuminato in modo da suggerire un senso di movimento compatto e un significato sociale legato alla presenza della classe dei lavoratori.




LA PORTAEREI AQUILA DELLA REGIA MARINA (1941-1952)

 

    L’Aquila fu una portaerei della Regia Marina italiana progettata durante la Seconda guerra mondiale mediante la conversione dello scafo del transatlantico Roma, costruito per la Navigazione Generale Italiana e varato il 26 febbraio 1926 nei cantieri Ansaldo di Sestri Ponente. La decisione di trasformarlo in portaerei maturò dopo le prime esperienze belliche e, in particolare, dopo l’attacco britannico a Taranto del novembre 1940, che dimostrò l’importanza dell’aviazione imbarcata. I lavori di trasformazione iniziarono nel luglio 1941 e comportarono la completa rimozione delle sovrastrutture civili, l’installazione di un ponte di volo continuo lungo 211,6 metri e largo 25,2 metri, la creazione di hangar interni e il rafforzamento dello scafo con controcarene e doppi fondi. Lo scafo fu allungato di circa cinque metri e dotato di un nuovo apparato motore costituito da otto caldaie e quattro turbine, previsto inizialmente per gli incrociatori leggeri della classe Capitani Romani, capace di sviluppare circa 151.000 cavalli e di garantire una velocità massima di circa 30 nodi. 



    Il dislocamento a pieno carico era di circa 27.800 tonnellate, con una lunghezza complessiva di 235,5 metri, una larghezza di 30 metri e un pescaggio di 7,3 metri. L’autonomia stimata era di circa 5.500 miglia a 18 nodi. L’equipaggio previsto ammontava a circa 1.420 uomini, comprendenti personale di bordo e reparti aerei. L’unità avrebbe dovuto imbarcare circa 51 aerei Reggiane Re.2001, con una capacità potenziale fino a 66 velivoli in configurazioni alternative. L’armamento comprendeva otto cannoni da 135/45, dodici cannoni da 65/64 e numerose mitragliere antiaeree da 20/65 mm, destinati alla difesa contro attacchi aerei. Alla data dell’armistizio dell’8 settembre 1943 la nave era completata per circa il 90 per cento e aveva effettuato solo prove statiche dell’apparato motore, senza mai entrare in servizio operativo. Dopo l’armistizio fu occupata dalle forze tedesche e dalla Marina della Repubblica Sociale Italiana, che tentarono inutilmente di completarla mentre subiva danni da bombardamenti e azioni navali. Nel 1945 l’unità risultava gravemente danneggiata e inutilizzabile. Recuperata nel dopoguerra, fu rimorchiata a La Spezia nel 1949 e definitivamente demolita nel 1952, senza essere mai entrata in servizio attivo.




sabato 10 gennaio 2026

CENTENARIO NASCITA DI ROBERT KENNEDY (2025-1968)

 

    Il francobollo emesso il 20 novembre 2025 celebra il centenario della nascita di Robert Francis Kennedy ed è stato autorizzato dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy e distribuito da Poste Italiane; la vignetta presenta un primo piano fotografico del volto di Kennedy con resa cromatica calibrata per evidenziare espressione e sguardo, inserito in un layout che lascia spazio per la dicitura della serie e l’indicazione tariffaria; il valore è destinato all’uso ordinario e appartiene alla serie tematica «I Valori sociali». Il francobollo è stato prodotto in rotocalcografia dalla Zecca dello Stato su carta bianca patinata neutra autoadesiva con imbiancante, senza filigrana, e presenta microtesto di sicurezza; il formato è rettangolare e la dentellatura è standard per le emissioni moderne; la tiratura complessiva è stata fissata in duecentomilaventicinque esemplari per la versione in fogli e per i fogli speciali sono previste tirature limitate; la stampa a più colori è stata scelta per garantire fedeltà fotografica e stabilità cromatica; l’emissione è accompagnata da un bollettino illustrativo ufficiale e da un annullo speciale emesso il giorno dell’uscita; la commercializzazione è avvenuta tramite gli uffici postali, i canali filatelici e la vendita online di Poste Italiane. 



    Robert Francis Kennedy nacque il 20 novembre 1925 a Brookline, Massachusetts; fu procuratore generale degli Stati Uniti durante la presidenza del fratello John Fitzgerald Kennedy e successivamente senatore, noto per l’impegno a favore dei diritti civili, della giustizia sociale e delle politiche contro la povertà; la sua attività istituzionale contribuì al percorso legislativo che portò all’approvazione del Civil Rights Act e a iniziative volte a ridurre le disuguaglianze sociali. La scelta di commemorarlo con un francobollo nel centenario della nascita è motivata dal valore simbolico delle sue battaglie civili e dalla risonanza internazionale del suo messaggio; l’emissione è stata accompagnata da eventi commemorativi, convegni e mostre organizzate da istituzioni culturali e universitarie in Italia per analizzare il suo contributo politico e morale, e il materiale filatelico divulgativo documenta le tappe principali della sua carriera, il contesto storico degli anni Sessanta e l’eredità culturale che ha ispirato movimenti civili successivi, consolidando la motivazione istituzionale dell’emissione.



STORIA DELL'AUTOMOTRICE "LITTORINA" - PRIMA PARTE

 

    La prima automotrice FIAT a combustione interna entrò in servizio nel 1932 e fu impiegata il 18 ottobre per il viaggio inaugurale della stazione di Littoria, realizzata dopo la bonifica dell’Agro Pontino. In quell’occasione il mezzo venne indicato come “Littorina”, denominazione che si diffuse rapidamente. FIAT aveva già svolto sperimentazioni precedenti sulla trazione termica e nel 1931 aveva realizzato la ALb 25, ma il vero salto tecnico avvenne con la ALb 48 del 1932, dotata di struttura portante saldata ispirata a soluzioni aeronautiche. La cassa in lega leggera presentava frontale arrotondato con radiatore centrale, ampie finestrature e copertura delle ruote. Il veicolo poggiava su due carrelli a due assi, di cui uno motorizzato, con rodiggio (1A)2′. Gli interni offrivano sedili imbottiti, bagagliere e illuminazione elettrica. La capacità era di 48 posti e la velocità massima raggiungeva i 110 km/h. Una normativa specifica consentì l’impiego dell’agente unico e l’esenzione fiscale sulla benzina. I tre prototipi iniziali erano lunghi 13.816 mm e privi di agganci e ritirata. 



    Nel 1933 furono costruite 12 unità di serie con cassa allungata a 15.626 mm, ritirata centrale e repulsori anteriori. Lo sviluppo portò alle ALb 64 da 64 posti, prodotte in 48 esemplari, e alle ALb 80 da 80 posti, prodotte in 10 unità, dotate di doppia motorizzazione e velocità massima di 130 km/h. Nel 1934 una ALb 48 effettuò un viaggio dimostrativo in Europa e le ALb 80 furono presentate anche all’estero, compresa l’Unione Sovietica con adattamento allo scartamento. Nello stesso anno venne introdotto un compartimento postale. Parallelamente le Ferrovie dello Stato sperimentarono la trazione diesel con le ALn 56 serie 100 del 1934, dotate di due motori diesel e velocità di 110 km/h. Nel 1935 furono prodotte 50 ALb 56 a benzina, ultime del genere. Dal 1936 al 1938 la produzione si concentrò sulle ALn 56 diesel serie 1000, in 100 unità. Furono inoltre costruite 25 ALn 40, più lunghe e confortevoli, con posti di prima e seconda classe e cucina, destinate a servizi rapidi, segnando il definitivo affermarsi della trazione diesel.




GEMMOLOGIA E MINERALOGIA: AMBRA

 

    L’ambra è una resina vegetale fossile originata dalla trasformazione chimica e fisica della resina prodotta da alberi, soprattutto conifere, che è stata sepolta nei sedimenti e sottoposta per milioni di anni a processi di polimerizzazione e perdita di sostanze volatili. Non è un minerale ma una sostanza organica fossilizzata, utilizzata come materiale ornamentale fin dalla preistoria. La resina fresca fuoriusciva dagli alberi in seguito a ferite o stress e, essendo viscosa, poteva intrappolare insetti, frammenti vegetali e altri piccoli organismi, che talvolta si sono conservati come inclusioni fossili. L’età dell’ambra varia a seconda dei giacimenti, ma i depositi più noti risalgono in gran parte al Paleogene. Esistono diverse classi di ambra basate sulla composizione chimica delle resine originali, mentre resine più giovani e non completamente fossilizzate sono classificate come coppale. Il termine “ambra” deriva dall’arabo anbar, inizialmente riferito all’ambra grigia, e successivamente esteso alla resina fossile. Dal punto di vista fisico l’ambra è amorfa, ha durezza relativamente bassa e densità ridotta, caratteristiche che la rendono leggera e facilmente lavorabile. 



    I colori variano dal giallo chiaro al miele, all’arancione, al rosso e al marrone, fino a tonalità molto scure; può essere trasparente, traslucida o opaca. Alcuni tipi mostrano fluorescenza sotto luce ultravioletta. La composizione comprende macromolecole organiche derivate soprattutto da diterpeni, con proporzioni variabili di componenti solubili e insolubili. La formazione dell’ambra richiede condizioni ambientali che proteggano la resina dalla degradazione biologica e chimica, permettendone la sepoltura e la trasformazione. I principali giacimenti si trovano in depositi sedimentari, in particolare nella regione del Mar Baltico, ma anche in America, Asia e altre aree. L’ambra può essere raccolta sulle spiagge, estratta da sedimenti terrestri o ottenuta da miniere. Dopo l’estrazione viene pulita, talvolta trattata e lavorata per la produzione di gioielli e oggetti decorativi. Oltre all’uso ornamentale, l’ambra è importante per lo studio degli ecosistemi antichi grazie agli organismi conservati al suo interno. L’ambra è stata ampiamente commerciata lungo rotte antiche, note come vie dell’ambra, che collegavano le regioni settentrionali dell’Europa con il Mediterraneo, favorendo scambi culturali e la diffusione di manufatti già in epoca protostorica. L’uso è attestato da reperti antichi.