Nel luglio del 1831, nel Canale di Sicilia, una nuova isola emerse dal mare tra la costa sudoccidentale della Sicilia e Pantelleria, circa 45 chilometri a sud-ovest di Sciacca. Fu chiamata Ferdinandea dal Regno delle Due Sicilie, Graham Island dagli inglesi e île Julia dai francesi. La sua esistenza visibile durò pochi mesi, ma la sua storia riunì vulcanologia, navigazione e rivalità mediterranee. Nata da un’eruzione sottomarina, divenne rapidamente oggetto di osservazioni scientifiche e di rivendicazioni diplomatiche, prima di essere demolita dalle onde e tornare sotto il livello del mare all’inizio del 1832. L’area in cui apparve non era marginale. Il Canale di Sicilia era una rotta essenziale tra Mediterraneo occidentale e orientale, tra Europa e Africa settentrionale. A nord vi era la Sicilia borbonica, a sud la Tunisia, a ovest Pantelleria, a est Malta, controllata dalla Gran Bretagna dal 1814. Nel 1830 la Francia aveva conquistato Algeri. In questo spazio, anche un’isola piccola e inospitale poteva assumere valore strategico come punto di osservazione, riferimento nautico o possibile base militare. La nascita dell’isola fu preceduta da segnali evidenti. Tra la fine di giugno e i primi giorni di luglio 1831 si verificarono scosse sismiche avvertite lungo la costa siciliana, specialmente nell’area di Sciacca. Navi in transito riferirono sobbalzi, rumori sotterranei, acque agitate e colonne di fumo. Il 4 luglio un intenso odore di zolfo fu percepito a Sciacca. Nei giorni successivi furono segnalati pesci morti, pomici galleggianti, ribollimenti e getti di materiale vulcanico.
La popolazione costiera osservò un tratto di mare che sembrava bollire e fumare. Il 7 luglio il capitano F. Trifiletti, al comando del brigantino Gustavo, riferì di aver visto un isolotto alto alcuni metri che emetteva cenere e lapilli. Il 12 luglio Ferdinando Caronna, capitano della nave napoletana Psyche, segnalò fumo proveniente dal mare. Il 13 luglio la colonna di fumo fu visibile anche da terra. Inizialmente alcuni abitanti credettero che si trattasse di un bastimento in fiamme, ma le successive osservazioni chiarirono l’origine vulcanica del fenomeno. La completa emersione avvenne nella prima metà di luglio, quando l’accumulo di materiali eruttivi superò il livello del mare. L’eruzione fu di tipo esplosivo sottomarino, causata dall’interazione tra magma e acqua marina. Questo tipo di attività produce frammentazione violenta del magma, emissione di gas, cenere, lapilli, scorie e pomici. Il cono emerso non era formato da lava compatta, ma soprattutto da tefra, cioè materiale piroclastico sciolto o scarsamente consolidato. La conseguenza fu decisiva: l’isola poté crescere rapidamente, ma rimase vulnerabile all’erosione marina. La stessa natura geologica che ne permise la nascita ne preparò la scomparsa. Nel periodo di massima estensione, tra luglio e agosto 1831, Ferdinandea raggiunse dimensioni notevoli per una terra nata da poche settimane. Le misurazioni dell’epoca indicano un’altezza di circa 63-65 metri, un perimetro tra 3,7 e 4,8 chilometri e una superficie intorno ai 4 chilometri quadrati. Sulla sommità si aprivano crateri fumanti e all’interno del cono furono osservati due laghetti, uno di circa venti metri di circonferenza e due metri di profondità.
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| RE FERDINANDO II |
Il terreno era scuro, caldo, instabile, coperto di cenere, scorie e materiali vulcanici recenti. La nuova isola attirò studiosi italiani e stranieri. Tra i primi osservatori vi fu Friedrich Hoffmann, geologo dell’Università di Berlino, allora in Sicilia. Il governo borbonico inviò il fisico Domenico Scinà, autore di un ragguaglio sul nuovo vulcano apparso nel mare di Sciacca. Un ruolo centrale ebbe Carlo Gemmellaro, professore di storia naturale all’Università di Catania, che descrisse il fenomeno in una relazione pubblicata nel 1831. L’isola fu studiata anche da Warington Wilkinson Smyth, Edward Davy e da osservatori britannici. La Francia inviò una missione guidata dal geologo Constant Prévost, cofondatore della Société géologique de France, accompagnato dal pittore Edmond Joinville. Prévost visitò la nuova terra il 27, 28 e 29 settembre 1831, raccogliendo dati poi presentati alla società geologica francese. Le relazioni segnalarono già il rapido deterioramento della struttura, con frane, crolli e forte azione delle onde. Gli osservatori descrissero un ambiente severo e instabile. Le coste erano ripide, friabili, soggette a smottamenti. Le fumarole emanavano vapori sulfurei. Il mare attorno era spesso torbido, carico di materiali galleggianti e alterato dai gas. La superficie non consentiva coltivazioni né insediamenti. Nel Mediterraneo del XIX secolo, però, il valore di una terra dipendeva anche dalla collocazione lungo rotte strategiche.
La prima rivendicazione fu borbonica. Il 17 luglio 1831 il funzionario doganale Michele Fiorini riuscì a sbarcare sull’isola e vi piantò un remo, rivendicandola per il Regno delle Due Sicilie. Ferdinando II comprese il valore politico dell’evento e con atto sovrano del 17 agosto 1831 attribuì ufficialmente alla nuova terra il nome di Ferdinandea, in onore della dinastia regnante. La scelta del nome trasformava un fenomeno naturale in un territorio politicamente identificato. La Gran Bretagna agì rapidamente. Il 2 agosto 1831 il capitano Humphrey Fleming Senhouse, comandante della nave da guerra HMS St Vincent, prese possesso dell’isola in nome della Corona britannica, issò la Union Jack e la chiamò Graham Island, da Sir James Graham, Primo Lord dell’Ammiragliato. Londra guardava alla nuova terra dal punto di vista della potenza navale. Malta era la grande base britannica del Mediterraneo centrale, ma un punto emerso più vicino alla Sicilia poteva offrire vantaggi per il controllo del traffico marittimo. La Francia intervenne con il brigantino La Flèche, comandato dal capitano di corvetta Jean La Pierre. Prévost e Joinville sbarcarono sull’isola alla fine di settembre e la denominarono Julia, in riferimento al mese di luglio in cui era emersa e nel clima politico della monarchia di Luglio francese. I francesi collocarono anche una targa commemorativa e innalzarono la bandiera. La nuova isola divenne così un territorio a tre nomi, ciascuno legato a una diversa pretesa: Ferdinandea per i Borbone, Graham per gli inglesi, Julia per i francesi.
La contesa mise in evidenza un problema giuridico concreto: a chi appartiene una terra appena nata dal mare? Secondo un principio di diritto romano, un’isola sorta in mare poteva essere considerata res nullius fino all’occupazione. Nel caso di Ferdinandea la prossimità alla Sicilia rafforzava la posizione borbonica, mentre la rapidità dell’occupazione e la forza navale favorivano le ambizioni britanniche. La Francia interveniva con un approccio insieme scientifico e politico; la Spagna manifestò interesse, senza assumere un ruolo comparabile. Il governo borbonico inviò sull’isola la corvetta bombardiera Etna al comando del capitano Corrao, che vi piantò la bandiera delle Due Sicilie. Quando giunsero unità britanniche, si evitò lo scontro diretto e la questione fu rinviata ai governi. Nell’ottobre 1831 Napoli inviò a Francia e Gran Bretagna una memoria per ribadire che la nuova terra apparteneva alla Sicilia. Le cancellerie europee seguirono il caso con attenzione, ma l’evoluzione naturale dell’isola rese progressivamente meno urgente una soluzione diplomatica. La disputa va letta nel quadro della politica mediterranea degli anni Trenta dell’Ottocento. La Gran Bretagna cercava la sicurezza delle rotte verso Levante e India; la Francia, dopo Algeri, rafforzava la propria presenza in Africa settentrionale; il Regno delle Due Sicilie difendeva la sovranità sulle acque prossime alla Sicilia. Ferdinandea era piccola, ma si trovava in un mare decisivo, e per questo provocò reazioni rapide rispetto alla sua consistenza materiale.
Mentre gli Stati discutevano, il mare distruggeva l’isola. Le onde colpivano un edificio fatto in gran parte di cenere e scorie non consolidate. Ogni mareggiata asportava materiale, abbassava le pareti e riduceva il perimetro. I rapporti scientifici di settembre descrivevano già un’isola molto erosa rispetto alla fase iniziale. I fianchi cedevano in grandi frane, i detriti venivano dispersi dalle correnti, le superfici emerse si restringevano. L’attività vulcanica diminuì e l’edificio non ricevette nuovo materiale sufficiente a compensare l’erosione. Alla fine del 1831 Ferdinandea era ormai quasi scomparsa. Il 17 dicembre alcuni osservatori riferirono che non ne restava traccia visibile sopra il livello del mare. Nel gennaio 1832 l’isola era completamente sommersa. Rimase il Banco Graham, una piattaforma vulcanica posta a pochi metri dalla superficie e pericolosa per la navigazione. La controversia internazionale si spense senza un vero trattato, perché l’oggetto della disputa non era più una terra emersa. La natura aveva risolto ciò che la diplomazia non aveva ancora definito. La scomparsa dell’isola non cancellò il vulcano. Il Banco Graham è parte dei Campi Flegrei del Mar di Sicilia, una zona vulcanica sottomarina che comprende rilievi e apparati sommersi. La sommità del banco si trova oggi a circa 6-8 metri sotto il livello del mare. L’episodio del 1831 resta uno dei rari casi documentati di isola vulcanica effimera nel Mediterraneo. Può essere confrontato, per dinamica generale, con Surtsey, emersa al largo dell’Islanda tra il 1963 e il 1967, anche se contesto e durata furono diversi.
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| CARLO GEMMELLARO |
Ferdinandea mostrò come un’eruzione possa produrre nuova terra e quanto la sua resistenza dipenda dalla composizione dei materiali e dalla continuità dell’alimentazione vulcanica. La vicenda ebbe anche una forte dimensione cartografica. Per alcuni mesi le carte nautiche e geografiche dovettero registrare una nuova isola in una zona trafficata, poi un banco poco profondo e pericoloso. La rapidissima trasformazione del luogo creò incertezza nelle descrizioni, nelle misurazioni e nei nomi. Ferdinandea, Graham e Julia circolarono contemporaneamente nei rapporti, nelle mappe e nelle pubblicazioni scientifiche, riflettendo la competizione tra poteri e tradizioni linguistiche. Il Banco Graham tornò più volte al centro dell’attenzione per attività sismiche, emissioni gassose o ipotesi di riemersione, e la memoria della disputa ottocentesca fu richiamata anche attraverso gesti simbolici legati alla sovranità italiana. Dal punto di vista storico, Ferdinandea concentra in un solo episodio fenomeni naturali e dinamiche politiche. La sua nascita appartiene alla storia della Terra, ma la sua denominazione e le sue rivendicazioni appartengono alla storia degli Stati. La scienza vi vide un laboratorio naturale; la diplomazia un problema di sovranità; le marine militari un possibile punto strategico; l’opinione pubblica un evento straordinario. La sua storia documenta anche il rapporto tra il Regno delle Due Sicilie e il Mediterraneo prima dell’Unità d’Italia.
Ferdinando II rivendicò la nuova terra come parte del proprio dominio, ma dovette confrontarsi con potenze navali molto più forti. L’episodio mostra la vulnerabilità diplomatica degli Stati italiani preunitari e la capacità del governo borbonico di reagire sul piano amministrativo e simbolico. Il nome Ferdinandea rimase infatti quello più radicato nella memoria italiana. L’isola Ferdinandea non ebbe città, porti, abitanti o coltivazioni. Non produsse una storia sociale interna, perché non ebbe il tempo di svilupparla. La sua storia è fatta di scosse, fumo, cenere, osservazioni scientifiche, bandiere, relazioni diplomatiche e demolizione marina. In pochi mesi passò dalla non esistenza alla piena visibilità, dalla visibilità alla contesa, dalla contesa all’inabissamento. La sua durata limitata non diminuì la sua importanza: l’evento rivelò processi e tensioni già presenti nel Mediterraneo. Oggi Ferdinandea è una presenza sommersa, ma non dimenticata. Il suo nome indica ancora un luogo, un episodio e un problema storico. È un’isola che non c’è più in superficie, ma che resta nella geografia sottomarina, nella vulcanologia, nelle carte del Mediterraneo e nella memoria siciliana. La sua vicenda del 1831 mostra come un fenomeno naturale possa entrare nella storia politica e culturale di un’epoca. In pochi mesi, una montagna di cenere nata dal mare coinvolse scienziati, governi, marine militari e opinione pubblica europea, lasciando una traccia molto più lunga della sua esistenza fisica.















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