Nel 1936 lo scultore Aroldo Bellini elaborò il progetto del Colosso dell’Arengario, una monumentale statua destinata a Roma e concepita nel clima celebrativo dell’Italia degli anni Trenta. L’opera avrebbe dovuto raffigurare una figura maschile di dimensioni colossali, alta oltre cinquanta metri, pensata come simbolo della potenza dello Stato e della continuità ideale con la monumentalità dell’antichità romana. Il progetto si inseriva nel vasto programma di rinnovamento urbano e architettonico promosso in quegli anni, caratterizzato da un linguaggio formale ispirato al classicismo semplificato e alla monumentalità severa. Il Colosso era destinato a sorgere in un’area rappresentativa della capitale, in relazione con edifici pubblici e spazi cerimoniali, assumendo il ruolo di punto focale scenografico e simbolico.
Bellini immaginò una struttura realizzata in materiali moderni come cemento armato e rivestimenti lapidei, capace di coniugare scultura e architettura in un’unica forma. All’interno della statua erano previsti spazi praticabili e percorsi verticali, in linea con altre esperienze monumentali del periodo. Nonostante l’attenzione ricevuta negli ambienti ufficiali e la diffusione del progetto su riviste e pubblicazioni dell’epoca, il Colosso dell’Arengario non superò mai la fase progettuale. Le difficoltà tecniche, i costi elevati e il mutare delle priorità politiche, aggravati dall’avvicinarsi del conflitto mondiale, portarono all’abbandono definitivo dell’iniziativa. Il progetto rimane oggi una testimonianza significativa delle ambizioni monumentali e simboliche dell’arte pubblica italiana degli anni Trenta.





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