Tra il 1840 e il 1890 lo sterminio dei bisonti delle Grandi Pianure nordamericane accompagnò in modo diretto l’espansione degli Stati Uniti verso ovest e le guerre contro le popolazioni indigene. All’inizio del XIX secolo i bisonti erano presenti in decine di milioni di esemplari e costituivano la base economica, alimentare e culturale di molte tribù delle pianure, che ne utilizzavano ogni parte per nutrimento, vestiario, utensili e rituali. Con l’avanzata dei coloni, l’apertura delle ferrovie e la crescente domanda di pelli, la caccia assunse rapidamente dimensioni industriali. Cacciatori professionisti abbattevano intere mandrie, spesso prelevando solo le pelli e lasciando le carcasse a marcire. A partire dagli anni Settanta dell’Ottocento la distruzione divenne sistematica e rapidissima, favorita da armi più efficienti e dalla possibilità di trasporto ferroviario.
Lo sterminio ebbe anche una chiara funzione strategica: privare le popolazioni native della loro principale fonte di sostentamento significava indebolirne la resistenza e costringerle alla resa o alla dipendenza dagli aiuti governativi, facilitando il trasferimento forzato nelle riserve. Nel giro di pochi decenni la popolazione di bisonti crollò fino a poche centinaia di capi sopravvissuti in aree isolate. Le conseguenze furono devastanti sia dal punto di vista ecologico sia culturale, con la distruzione di un equilibrio naturale millenario e di un elemento centrale della vita delle società indigene. Solo alla fine del XIX secolo iniziarono timidi tentativi di protezione che evitarono l’estinzione completa della specie.
