martedì 30 settembre 2025

STORIA DELL'ISO ISETTA (1953-1962)

 

    L’Iso Isetta è una microvettura prodotta dalla Iso di Bresso tra il 1953 e il 1956 e successivamente dalla BMW su licenza fino al 1962. Fu progettata da Ermenegildo Preti e Pierluigi Raggi con l’obiettivo di creare un’auto compatta, confortevole e razionale. Il primo prototipo, realizzato nel 1952, presentava una carrozzeria a forma d’uovo, un portellone frontale incernierato e una meccanica derivata da motocicli. Inizialmente dotata di tre ruote, si passò a quattro con le posteriori ravvicinate per evitare l’uso del differenziale. Il motore era un monocilindrico a due tempi da 198 cm³, poi portato a 236 cm³ con 9,5 CV. La vettura definitiva fu presentata nel 1953 al Salone di Torino, suscitando stupore per il design simile a una cabina di elicottero. L’accesso avveniva tramite il portellone frontale solidale al piantone dello sterzo, facilitando l’ingresso. L’abitacolo ospitava due persone su una panchetta, con il motore e un piccolo vano bagagli dietro. La vetratura ampia garantiva ottima visibilità, e il tetto in tela era apribile. 



    La meccanica includeva un telaio tubolare, sospensioni anteriori indipendenti con tamponi in gomma, posteriori a balestra, freni idraulici e trazione posteriore. Nonostante la partecipazione alla Mille Miglia, le vendite in Italia furono scarse, forse per il prezzo vicino a quello della Fiat Topolino. Nel 1954, BMW acquisì la licenza e presentò la BMW 250 nel 1955, con motore monocilindrico a quattro tempi da 245 cm³ e 12 CV. La versione tedesca introdusse modifiche al telaio, sospensioni e impianto frenante. Nel 1956 arrivò la BMW 300 con motore da 297 cm³ e 13 CV. Le versioni Export, più rifinite, sostituirono le Standard nel 1957. Con l’avvento della BMW 600 e 700, le vendite dell’Isetta calarono, ma continuarono fino al 1962. L’Isetta fu prodotta anche in Brasile (Romi) e Francia (VELAM), con varianti pick-up e cabriolet. Negli USA, fu adattata con fari maggiorati e protezioni contro gli agenti atmosferici. Nel 2023, la Microlino, quadriciclo elettrico italiano, ha ripreso il design dell’Isetta.




lunedì 29 settembre 2025

IL MISTERIOSO MANOSCRITTO VOYNICH (1420 CIRCA)

 

    Il manoscritto Voynich è un codice illustrato risalente al XV secolo, scritto in una lingua sconosciuta e mai decifrata, contenente immagini di piante non identificabili e simboli misteriosi. È conservato presso la Biblioteca Beinecke dell’Università di Yale. Fu acquistato nel 1912 dal mercante Wilfrid Voynich da Villa Mondragone, vicino Frascati, e all’interno fu trovata una lettera del 1665 di Jan Marek Marci, che lo inviava ad Athanasius Kircher per decifrarlo. Si ritiene che l’imperatore Rodolfo II lo avesse acquistato per 600 ducati, credendolo opera di Ruggero Bacone. Il manoscritto è composto da 234 pagine su pergamena di vitello, con fogli pieghevoli e sezioni tematiche: botanica, astrologica, biologica, farmacologica e una finale con simboli stellati. Le illustrazioni mostrano piante, diagrammi zodiacali, figure femminili nude immerse in vasche, ampolle e radici, suggerendo un almanacco medico. La datazione al carbonio-14 colloca la pergamena tra il 1404 e il 1438, confutando ipotesi di falsificazione rinascimentale. 



    Numerosi tentativi di decifrazione si sono susseguiti: William Newbold ipotizzò un latino cifrato da Bacone; altri studiosi come Friedman e Brumbaugh analizzarono la struttura linguistica, evidenziando ripetitività e bassa entropia. Alcuni suggerirono che fosse una lingua artificiale o un elaborato falso. Gordon Rugg propose nel 2003 un metodo combinatorio con griglie per generare testo privo di senso ma strutturato. Diverse teorie recenti attribuiscono il manoscritto a autori vari: Antonio Averlino, monache domenicane, studiosi arabi o germanici. Stephen Bax nel 2014 identificò alcune parole legate a piante e costellazioni, ipotizzando una lingua estinta del Caucaso. Nel 2019 Gerard Cheshire sostenne che fosse un’enciclopedia scritta per Maria di Castiglia. Nel 2023 Eleonora Matarrese affermò che fosse redatto in un dialetto medio-tedesco parlato in Carnia. Il manoscritto continua a suscitare interesse e mistero, rimanendo uno degli enigmi più affascinanti della storia della crittografia e della linguistica.




domenica 28 settembre 2025

GATLING: L'ANTENATA DELLA MITRAGLIATRICE

 

    La Gatling gun fu ideata da Richard Jordan Gatling nel 1861 e brevettata nel 1862 come arma a fuoco rapido dotata di più canne rotanti azionate manualmente tramite una manovella. Il meccanismo prevedeva che ogni canna completasse ciclicamente le fasi di caricamento, sparo ed espulsione durante la rotazione, permettendo un raffreddamento più efficace rispetto alle armi a canna singola. I primi modelli utilizzavano cartucce metalliche ricaricabili, poi sostituite da cartucce in carta e infine da cartucce in ottone, che migliorarono l’affidabilità. L’alimentazione avveniva inizialmente tramite un caricatore a gravità montato sopra l’arma; nel 1881 fu introdotto il sistema Bruce, composto da due colonne di cartucce che consentivano un flusso continuo. Le versioni successive raggiunsero cadenze di tiro superiori a 400 colpi al minuto, e sperimentazioni con motori elettrici permisero di superare i 1000 colpi al minuto, anticipando il principio dei moderni cannoni rotanti. L’arma fu impiegata per la prima volta durante la Guerra Civile Americana, sebbene in quantità limitate, e successivamente in numerosi conflitti del XIX secolo. 



    Fu utilizzata nelle guerre indiane, nella guerra anglo-zulu, nella guerra russo-turca, nella guerra del Pacifico, nella ribellione dei Boxer, nella guerra ispano-americana e nella guerra filippino-americana. Diversi eserciti stranieri, tra cui quelli di Russia, Regno Unito, Giappone, Egitto, Perù e Argentina, adottarono vari modelli dell’arma, impiegandola sia in contesti terrestri sia navali. Negli Stati Uniti fu usata anche da milizie e forze di sicurezza durante scioperi e rivolte industriali. I modelli prodotti tra il 1893 e il 1903, con sei o dieci canne, utilizzavano cartucce .30 Army e potevano essere montati su affusti campali o su installazioni navali. L’esercito statunitense dichiarò la Gatling obsoleta nel 1911 dopo decenni di servizio, sostituendola con mitragliatrici a canna singola più leggere e automatizzate. Il principio delle canne rotanti cadde in disuso fino alla metà del XX secolo, quando fu ripreso per armi aeronautiche ad alta cadenza come la Minigun e il cannone M61 Vulcan, che applicavano lo stesso concetto con alimentazione elettrica e materiali moderni, rappresentando l’evoluzione diretta dell’idea originaria di Gatling.




sabato 27 settembre 2025

STORIA DELLA CALIFORNIA INDIPENDENTE (1846)

 

    La California Republic nacque il 14 giugno 1846 quando trentatré coloni americani dell’Alta California si ribellarono al governo messicano, occuparono Sonoma e proclamarono un’entità indipendente destinata a durare fino al 9 luglio. Le tensioni erano cresciute dopo che le autorità messicane avevano vietato agli immigrati statunitensi di acquistare o affittare terre, mentre gli Stati Uniti completavano l’annessione del Texas. La regione, trascurata dal Messico dopo il 1821, era diventata semiautonoma e nel 1845 il governatore Manuel Micheltorena era stato sostituito da Pío Pico, mentre José Castro controllava il nord da Monterey. In questo contesto il presidente James Polk perseguiva politiche espansionistiche e inviò esploratori per monitorare la situazione. Tra questi John Charles Frémont, che dopo scontri con Castro si spostò in Oregon, dove ricevette un messaggio segreto da Washington che interpretò come segnale dell’imminente guerra, decidendo di tornare in California. Nell’aprile 1846 la nave USS Portsmouth arrivò a Monterey e si spostò nella baia di San Francisco. 



    Il 10 giugno alcuni ribelli catturarono 170 cavalli destinati a Castro e decisero di prendere Sonoma, dove viveva il generale Mariano Guadalupe Vallejo. Il 14 giugno occuparono la città senza resistenza, arrestarono Vallejo e issarono la Bear Flag, con un grizzly e una stella rossa. William B. Ide fu eletto comandante e proclamò la California Republic, dichiarando l’intenzione di creare un governo che garantisse libertà civili e religiose. I ribelli organizzarono una milizia e, nel tentativo di procurarsi polvere da sparo, subirono perdite. Il 20 giugno si combatté la battaglia di Olompali contro le forze di Castro, unico scontro armato della rivolta. Frémont arrivò a Sonoma il 25 giugno con novanta uomini e il 5 luglio propose di unire i ribelli al suo gruppo formando il California Battalion. Il 9 luglio la repubblica cessò di esistere quando la bandiera americana fu issata a Sonoma e a Sutter’s Fort.




venerdì 26 settembre 2025

GIUSEPPE GALLIANO (1846-1896)

 

    Giuseppe Galliano nacque a Vicoforte nel 1846 e intraprese la carriera militare seguendo le orme del padre, ufficiale coinvolto nei moti costituzionali del 1821. Entrato nel Collegio Militare di Asti nel 1854, proseguì la formazione alla Scuola Militare di Modena, da cui uscì nel 1866 come sottotenente di fanteria, partecipando alla Terza guerra d’indipendenza con il 24º Reggimento “Como”. Nel 1873 passò agli Alpini, rimanendovi fino al 1883, quando fu promosso capitano e trasferito al 58º Reggimento “Abruzzi”, poi all’82º “Torino”. Nel 1887 partì per l’Eritrea con il Corpo di Rinforzo per vendicare l’eccidio di Dogali, ma l’operazione si concluse senza scontri. Tornato in Italia, ottenne nel 1890 di rientrare in Eritrea. Durante la battaglia di Agordat nel 1893, al comando di un battaglione e di una batteria di artiglieria indigena, fronteggiò i Dervisci. Dopo una ritirata forzata, guidò un contrattacco alla baionetta che ribaltò le sorti dello scontro, recuperando i pezzi d’artiglieria persi. Per questo atto ricevette la Medaglia d’Oro al Valor Militare. 



    Nel 1895, nella battaglia di Coatit, contribuì in modo decisivo alla vittoria italiana contro le truppe del Ras Mangascià, ottenendo una Medaglia d’Argento e la Croce di Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. Nello stesso anno, durante l’assedio del forte di Macallè, resistette per oltre due mesi con 1300 uomini contro l’esercito abissino di Menelik II. Nonostante le gravi perdite e la scarsità di risorse, rifiutò la resa e solo l’intervento diplomatico pose fine all’assedio. Per questa impresa fu promosso tenente colonnello e ricevette un’altra Medaglia d’Argento. Nel 1896 partecipò alla battaglia di Adua, dove morì eroicamente sul Monte Rajo, combattendo fino all’ultimo con i suoi ascari. Per il suo sacrificio fu insignito postumo di una seconda Medaglia d’Oro al Valor Militare, diventando uno dei pochi a riceverla due volte. A Ceva, dove risiedeva, gli furono dedicati un monumento, una scuola e un museo. Il suo nome fu anche scelto per un celebre liquore creato nel 1896 da Arturo Vaccari. Galliano è ricordato come uno dei più valorosi ufficiali italiani del XIX secolo.




giovedì 25 settembre 2025

BATTAGLIA DI ANCONA (1944)

 

    La battaglia di Ancona, combattuta tra il 16 giugno e il 18 luglio 1944, fu un'importante operazione militare della Seconda guerra mondiale che vide protagonista il II Corpo d'armata polacco, guidato dal generale Władysław Anders, affiancato da truppe italiane del Corpo Italiano di Liberazione e dai partigiani della Brigata Maiella. L'obiettivo era la conquista del porto di Ancona, fondamentale per garantire agli Alleati un punto di rifornimento sull'Adriatico, poiché i porti di Napoli e Brindisi risultavano troppo lontani dal fronte. Il II Corpo polacco, parte dell’Ottava Armata britannica, era composto da circa 43.000 uomini, tra cui due divisioni di fanteria, una brigata corazzata e unità di supporto, inclusi reparti femminili. La fase preliminare della battaglia iniziò con l’attraversamento del fiume Chienti il 21 giugno, dove si verificarono intensi scontri fino al 30 giugno. Inaspettatamente, le divisioni tedesche 71ª e 278ª si ritirarono verso il fiume Musone, dove si attestò una nuova linea difensiva. Nei primi giorni di luglio si combatterono duramente battaglie a Filottrano e Osimo, quest’ultima sede del potere fascista locale dopo i bombardamenti su Ancona dell’ottobre 1943. 



    L’offensiva decisiva partì il 17 luglio con una manovra di accerchiamento da nord, culminata nella conquista del Monte della Crescia e delle località di Agugliano, Offagna e Chiaravalle. Le truppe corazzate polacche raggiunsero il mare nella zona delle Torrette per bloccare la ritirata tedesca verso la Linea Gotica. Il 18 luglio alle 14:30, i polacchi entrarono ad Ancona attraverso Porta Santo Stefano. L’operazione fu l’unica condotta autonomamente dal II Corpo polacco in Italia. La collaborazione con le forze italiane fu decisiva: il CIL, guidato dal generale Umberto Utili, e i partigiani della Maiella contribuirono attivamente, così come la 111ª Compagnia Difesa Ponti e il IX Reparto d’Assalto, che ruppe la linea tedesca sul Musone. Dopo la liberazione, Ancona vide una rapida riorganizzazione amministrativa sotto la guida di Carlo Albertini, comandante dei Vigili del Fuoco, che aveva già operato durante i bombardamenti alleati che causarono 2782 morti e 58.000 sfollati. Il generale Anders ricevette la cittadinanza onoraria di Ancona nel dicembre 1945 e la battaglia è commemorata nel Monumento al milite ignoto di Varsavia insieme a Montecassino.




mercoledì 24 settembre 2025

BOMBARDAMENTI SU FOGGIA NELL'ESTATE 1943

 

    Tra maggio e settembre 1943 la città di Foggia fu oggetto di intensi bombardamenti da parte delle forze aeree anglo-americane, con l’obiettivo di neutralizzare il sistema aeroportuale e ferroviario che costituiva un nodo strategico per i collegamenti militari dell’Asse. La città disponeva di numerosi campi di aviazione utilizzati dalla Regia Aeronautica e dalla Luftwaffe, fondamentali per il controllo del Mediterraneo e per le operazioni in Grecia e nei Balcani. I bombardamenti iniziarono alla fine di maggio e si intensificarono nel mese di luglio, quando il 22 luglio 1943 un attacco massiccio colpì la stazione ferroviaria di viale XXIV Maggio, affollata di militari richiamati e civili, causando migliaia di vittime. Nei giorni successivi altre incursioni distrussero quartieri cittadini, infrastrutture e depositi, con particolare accanimento sugli scali ferroviari e sugli aeroporti di Amendola, Arpinova, Tortorella e San Severo. Il 19 agosto un nuovo bombardamento devastò il centro urbano, mentre il 8 e il 18 settembre ulteriori attacchi precedettero e seguirono l’armistizio di Cassibile. 



    Le perdite civili furono altissime: le stime oscillano tra 20.000 e 22.000 morti, rendendo Foggia una delle città italiane più colpite dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Oltre alle vittime, migliaia di feriti e sfollati furono registrati, con la distruzione di gran parte del patrimonio edilizio, delle chiese, degli ospedali e delle scuole. Gli attacchi provocarono anche la perdita di almeno otto bombardieri B-24 e alcuni B-17 da parte degli Alleati. La città, ridotta a macerie, fu occupata dalle truppe britanniche il 27 settembre 1943 e divenne base operativa per le forze alleate grazie agli aeroporti rimessi in funzione. La tragedia di Foggia rimase impressa nella memoria collettiva per l’entità delle distruzioni e per il numero elevatissimo di vittime civili, con interi quartieri cancellati e famiglie annientate. I bombardamenti segnarono la fine del ruolo strategico della città come nodo ferroviario e centro aeroportuale dell’Asse, trasformandola in avamposto alleato per le operazioni in Italia e nei Balcani.




martedì 23 settembre 2025

VIDKUN QUISLING (1887 -1945)

 

    Vidkun Quisling è una figura centrale e controversa della storia europea del Novecento, il cui nome è diventato sinonimo universale di tradimento. Nato nel 1887 in Norvegia, figlio di un pastore luterano, Quisling ebbe una formazione colta e articolata. Studiò all’Accademia Militare, distinguendosi per intelligenza e disciplina, e nei primi anni della sua carriera sembrò destinato a un futuro rispettabile all’interno delle istituzioni norvegesi. Partecipò a missioni umanitarie e diplomatiche in Europa orientale e in Russia, entrando in contatto con ambienti internazionali e maturando una visione ideologica sempre più complessa, segnata da nazionalismo, autoritarismo e antisocialismo. Negli anni Trenta fondò il partito Nasjonal Samling, ispirato ai movimenti fascisti europei, ma il consenso popolare rimase estremamente limitato e Quisling non riuscì mai a ottenere un reale peso politico attraverso le elezioni. La sua occasione arrivò con l’invasione tedesca della Norvegia, il 9 aprile 1940. In quel contesto drammatico, Quisling si autoproclamò capo del governo in un discorso radiofonico, collaborando apertamente con le forze naziste e cercando di legittimare il colpo di mano come un atto necessario per salvare il Paese dal caos. 



    In realtà il suo governo non fu mai riconosciuto come legittimo dalla maggioranza dei norvegesi e rimase strettamente subordinato all’occupazione tedesca. Nel 1942, con l’appoggio delle autorità naziste, Quisling divenne ministro presidente, assumendo un ruolo di primo piano nell’amministrazione collaborazionista. Durante il suo regime furono introdotte leggi autoritarie, repressa l’opposizione politica e perseguitati ebrei e dissidenti. La deportazione degli ebrei norvegesi verso i campi di sterminio avvenne anche con la collaborazione delle autorità locali, segnando una delle pagine più tragiche della storia del Paese. Quisling cercò di presentarsi come difensore dell’indipendenza norvegese all’interno di una nuova Europa guidata dalla Germania, ma questa narrazione non convinse né la popolazione né la resistenza, che rimase attiva per tutta la durata dell’occupazione. Con la sconfitta della Germania nazista nel 1945, il suo destino fu rapidamente segnato. Arrestato, processato e accusato di alto tradimento, collaborazionismo e crimini gravi contro lo Stato, Quisling affrontò un processo pubblico che ebbe un enorme valore simbolico per la Norvegia liberata. La condanna a morte venne eseguita nell’ottobre del 1945. Da allora il suo nome ha assunto un significato che va oltre la vicenda personale. “Quisling” è entrato nel linguaggio comune di molte lingue per indicare chi tradisce il proprio Paese collaborando con un nemico occupante. 




lunedì 22 settembre 2025

MARCO MINGHETTI (1818-1886)

 

    Marco Minghetti (Bologna 1818 – Roma 1886) fu politico, economista e diplomatico della Destra storica, figura centrale nel Risorgimento e nella costruzione dello Stato unitario. Nato in una famiglia di proprietari terrieri, ricevette una solida formazione umanistica e scientifica, viaggiò in Europa e maturò idee liberali e economiche; pubblicò lavori su economia pubblica e libertà religiosa e si impegnò in pratiche agricole moderne. Dopo i moti del 1848 fu ministro dei Lavori Pubblici nello Stato pontificio, partecipò come ufficiale di stato maggiore nelle campagne contro l’Austria e, pur critico verso i repubblicani, mantenne posizioni moderate. Passato a Torino, si avvicinò a Cavour e al progetto unitario; fu segretario generale del ministero degli Esteri e presidente dell’Assemblea delle Romagne per l’annessione al Regno di Sardegna. 



    Ministro dell’Interno con Cavour e poi con Ricasoli, propose un progetto di decentramento amministrativo respinto dal Parlamento; divenne ministro delle Finanze e nel 1863 capo del governo, affrontando brigantaggio e la questione romana, e negoziò con la Francia la Convenzione di settembre del 1864 che prevedeva il ritiro delle guarnigioni francesi da Roma e lo spostamento della capitale a Firenze, decisione controversa che causò tumulti e la sua caduta. Fu di nuovo Presidente del Consiglio tra 1873 e 1876; la sua rigorosa politica fiscale portò al primo pareggio di bilancio italiano nel 1876 ma provocò la “rivoluzione parlamentare” e la sconfitta della Destra. Negli anni successivi si dedicò agli studi, alle relazioni culturali e diplomatiche, promosse contatti commerciali con Cina e Giappone, scrisse opere su Stato e Chiesa e mantenne ruolo di riferimento morale contro il trasformismo politico; morì a Roma nel 1886 e fu sepolto nella Certosa di Bologna.




domenica 21 settembre 2025

STORIA DELLE PASQUE VERONESI (1797)

 

    Le Pasque veronesi furono un’insurrezione scoppiata a Verona tra il 17 e il 25 aprile 1797 contro le truppe francesi di occupazione guidate dal generale Antoine Balland su ordine di Napoleone Bonaparte. Alimentata da soprusi, confische di beni e tentativi di imporre la Repubblica giacobina nel territorio veneziano, la rivolta esplose quando un manifesto provocatorio attribuito al provveditore Francesco Battaia infiammò le folle. Dopo una rissa in un’osteria e uno sparo tra civili e soldati presso i ponti, migliaia di cittadini armati di fucili, sciabole, forconi e bastoni assalirono pattuglie e alloggi francesi, mettendo fuori combattimento oltre mille militari. Il popolo insorse con il sostegno di volontari delle cernide e di milizie attive nelle valli bergamasche e bresciane, mentre i comandanti Emilei, Bevilacqua, Maffei e Miniscalchi guidavano le azioni a Porta San Zeno, Porta Nuova, Porta San Giorgio e Porta Vescovo. 



    Assediato dai popolani Castelvecchio resistette alle sortite dei forti di San Felice e San Pietro finché gli insorti conquistarono cannoni e rovesciarono le artiglierie nemiche. Il provveditore Battaia tentò di negoziare con i francesi, ma il Senato di Venezia rimase inerte, impegnato nell’armistizio di Leoben con l’Austria, che di fatto consegnò la Lombardia ai francesi. Alla fine aprile circa 15.000 soldati napoleonici circondarono Verona, soffocarono la rivolta il 25 aprile e inflissero pesanti ammende, razzie di opere d’arte e prigionie per quasi duemila civili. L’episodio accelerò la caduta della Repubblica di Venezia e generò un acceso dibattito storiografico che si protrae ancora oggi.




sabato 20 settembre 2025

I RITRATTI FUNERARI DEL FAYYUM (I-III SECOLO D.C.)

 

    I ritratti di mummie del Fayyum sono dipinti naturalistici su pannelli di legno, applicati alle mummie dell’élite egiziana durante il periodo romano. Questi ritratti, risalenti dal I secolo a.C. al III secolo d.C., rappresentano una rara sopravvivenza della pittura su tavola dell’antichità classica. Sebbene siano stati trovati in varie zone dell’Egitto, la maggior parte proviene dal bacino del Fayyum, in particolare da Hawara e Antinoopolis. I ritratti mostrano volti frontali, spesso solo testa e busto, con influenze greco-romane più che egizie. Due tecniche principali sono state usate: encausto (cera) e tempera, con la prima considerata di qualità superiore. Circa 900 esemplari sono noti, molti ben conservati grazie al clima secco egiziano. Il primo europeo a scoprirli fu Pietro Della Valle nel 1615. Nel XIX secolo, altri esploratori e collezionisti come Flinders Petrie contribuirono alla loro diffusione, anche se spesso senza contesto archeologico preciso. I pannelli erano realizzati con legni importati e inseriti tra le bende della mummia, talvolta dipinti direttamente sul cartonnage. 



    I soggetti erano uomini, donne e bambini, appartenenti alla classe agiata: funzionari, militari, religiosi. Non tutti i defunti avevano un ritratto, segno del costo elevato. Le iscrizioni greche indicano nomi e, raramente, professioni. L’abbigliamento e le acconciature riflettono la moda romana, utile per datare i ritratti. La popolazione del Fayyum era etnicamente mista: greci, egizi ellenizzati e veterani romani. Studi genetici e antropologici indicano una continuità con le popolazioni egizie precedenti. I ritratti sembrano essere stati dipinti post mortem, contrariamente alla teoria che fossero esposti in vita. La tradizione si affievolì nel III secolo, forse per crisi economiche, cambiamenti religiosi e sociali. Nonostante la perdita del contesto archeologico, questi ritratti restano una testimonianza preziosa dell’arte e della società dell’Egitto romano.




venerdì 19 settembre 2025

STORIA DEL DUOMO DI SANTO STEFANO A VIENNA

 

    Le origini del Duomo di Vienna risalgono al 1137, quando un accordo tra il margravio Leopoldo IV e il vescovo di Passau permise di erigere una chiesa dedicata a Stefano. La prima costruzione, consacrata nel 1147, subì gravi danni per un fulmine nel 1149. Tra il 1230 e il 1245 Federico II promosse un nuovo impianto romanico, di cui restano il grande portale detto “Riesentor” e le due torri “Heidentürme”. Dopo un incendio del 1258 l’edificio fu completato e riconsacrato nel 1263, ospitando pochi anni dopo il sinodo provinciale di Salisburgo. Dal 1304 gli Asburgo avviarono la trasformazione gotica con l’ampliamento del coro, consacrato nel 1340 come “Albertinischer Chor”. Rudolf IV pose le basi del grande rinnovamento: nel 1359 posò la prima pietra del Süd­turm e istituì nel 1365 il capitolo collegiata di “Allerheiligen”, trasferendo le reliquie e fondando la cripta che lo accolse alla sua morte. 





    Il campanile meridionale, alto 136 m, fu portato a termine nel 1433, divenendo stazione di riferimento in Europa, mentre il Nord­turm, iniziato nel 1450, rimase incompiuto e ottenne solo, nel 1578, una semplice cupola rinascimentale. Nei secoli successivi Anton Pilgram e Hans Puchsbaum lavorarono all’interno, che subì decorazioni barocche nel Seicento. Durante l’assedio turco del 1683 il Duomo subì danni e alcune bocche da fuoco furono fuse nella nuova campana “Pummerin”. Dopo le lesioni provocate da Napoleone nel 1809, la guglia meridionale fu ricostruita tra il 1862 e il 1864 da Friedrich von Schmidt secondo il modello medievale. Nel 1945 il tetto ligneo prese fuoco, distruggendo campane e organo, ma l’edificio fu risparmiato grazie alla resa del comandante nazista; riedificato con una struttura metallica, riaprì nel 1952 con la Pummerin rifusa, emblema di rinascita.








giovedì 18 settembre 2025

SENTINUM (SASSOFERRATO) - PARCO ARCHEOLOGICO


    Il Parco archeologico di Sentinum racchiude le vestigia dell’antica città romana di Sentinum, municipio riferito alla tribù Lemonia, celebre per la “Battaglia delle Nazioni” del 295 a.C. in cui Roma sconfisse Galli, Sanniti ed Etruschi. Il sito si estende intorno a un altopiano alluvionale alla confluenza del Sentino col Marena, a breve distanza dalla via Flaminia. Suddiviso in due settori – località Civita e Santa Lucia – occupa oggi 16 000 m² e fa parte della rete dei Beni Archeologici delle Marche, gestita dal Comune di Sassoferrato. Nel settore di Civita emergono tratti del circuito murario e del reticolo viario ortogonale con cardo e decumano principali, pavimentati in basoli bianchi e dotati di fognature. Si conservano resti delle terme urbane, con piscine, calidarium e frigidarium, e di un’aula absidata decorata da marmi policromi. In quest’area sono stati individuati ambienti adibiti a fonderia per bronzi e possibili fornaci vetrarie, oltre a diverse abitazioni raggruppate nell’“insula del pozzo”. 



    A Santa Lucia si trova un complesso termale extraurbano: un grande cortile a mosaico delimitato da colonne in breccia rossa di Verona, con tepidarium e apodyterium, verosimilmente destinato all’accoglienza dei viaggiatori lungo la strada di collegamento con Suasa. Le prime indagini risalgono al Quattrocento con Ciriaco d’Ancona; scavi sistematici iniziarono nel 1890-91 per la ferrovia Fabriano-Urbino e proseguirono nel Novecento sotto la guida di Brizio, Fabbrini, Brecciarioli Taborelli e infine dalle Università di Genova e Urbino (2002-2007). Molti reperti, fra cui il mosaico di Aion e quello del Ratto di Europa, sono esposti nel Museo Civico Archeologico di Sassoferrato e in collezioni europee.




mercoledì 17 settembre 2025

STORIA DI FRIBURGO IN BRISGOVIA (GERMANIA)


    Fondata nel 1120 da Konrad e dal duca Berthold III di Zähringen come libero centro mercantile, Freiburg sorse in un crocevia tra Mediterraneo e Mar del Nord. Il borgo, che contava già 6.000 abitanti intorno al 1200, iniziò allora l’edificazione della cattedrale romanico-gotica, poi completata nel 1513, a testimonianza della sua importanza spirituale ed economica. Nel Trecento la scoperta di ricchi giacimenti d’argento sul Monte Schauinsland fece di Freiburg una delle città più ricche d’Europa. Nel 1327 coniò il proprio denaro, il Rappenpfennig, e dal 1377 partecipò a un’alleanza monetaria con Basilea, Colmar e Breisach. Terminata la grande aria mineraria, verso il 1460 la popolazione scese nuovamente a 6.000 unità, ma la città si trasformò in polo culturale con la fondazione dell’Università nel 1457 da parte di Alberto VI d’Austria e l’introduzione di riforme giuridiche avanzate nel 1520. Rimasta fedele al cattolicesimo durante la Riforma, ospitò intellettuali come Erasmo da Rotterdam e attraversò tra il XVI e XVII secolo episodi drammatici, dalle cacce alle streghe al flagello della peste. 



    La Guerra dei Trent’anni la ridusse a soli 2.000 abitanti nel 1648; nel 1644 ospitò la cruenta Battaglia di Freiburg. Fino al 1805 rimase capoluogo dell’Austria Anteriore sotto gli Asburgo, quindi entrò nel Granducato di Baden e nel 1821 divenne sede arcivescovile. Nel Novecento Freiburg subì drammatici bombardamenti: nel 1940 fu colpita per errore dalla Luftwaffe tedesca, mentre nel novembre 1944 l’operazione Tigerfish della RAF distrusse gran parte del centro storico, risparmiando solo il Münster. Durante il nazismo la comunità ebraica fu deportata a Gurs e ad Auschwitz, quasi annientata; oggi memoriali e “stolpersteine” ne commemorano la memoria. Liberata dai francesi nell’aprile 1945, entrò nella zona di occupazione francese prima di ritrovare autonomia nel Baden-Württemberg del dopoguerra.




martedì 16 settembre 2025

STORIA DI FERMO (MARCHE)


    Le origini di Fermo si perdono nell’età del Bronzo, quando un insediamento sulla sommità del colle Sabulo fungeva da acropoli per la civiltà picena. Il ritrovamento di tre necropoli villanoviane e di ricchi corredi, fra cui elmi crestati, ne fa un’enclave culturale di rilievo, poi assoggettata dall’Etruria e definitivamente convertita in colonia romana Firmum Picenum nel 264 a.C. Le cisterne per il deposito e la depurazione dell’acqua, il teatro e ampi tratti delle mura urbane rimangono oggi monumenti integri di quell’epoca. Nel Medioevo Fermo subì assedi e conquista prima dei Goti di Totila, poi dei Longobardi, fino a divenire capoluogo della Marca fermana sotto i Franchi. Nel 1095 vi predicò la prima Crociata papa Urbano II e dal 1199 la città fu libero comune, contesa tra Ascoli Piceno e signorie locali. Tra i signori spiccò Mercenario da Monteverde, tiranno dal 1331 al 1341, assassinato da congiurati durante una battuta di caccia. All’inizio dell’età moderna la sanguinosa “rivolta del pane” del 6 luglio 1648 esplose per il prelievo forzoso di grano. 



    Tra tumulti, campane e tamburi, furono uccisi il colonnello Teodoro Adami e il vice-governatore Uberto Visconti, le case di alcuni nobili furono demolite e centinaia di cittadini fuggirono nelle campagne; il papato restaurò l’ordine con dure condanne e confische. Durante il dominio napoleonico Fermo divenne capoluogo del Dipartimento del Tronto e ospitò ai moti risorgimentali del 1831 un effimero comitato provinciale, soffocato dall’intervento austriaco. Dopo l’Unità fu accorpata alla provincia di Ascoli Piceno, ma nel secondo dopoguerra conobbe una vivace rinascita culturale, diventando polo universitario e cuore del distretto calzaturiero; la legge del 2004 le ha infine restituito lo status di capoluogo di provincia.




lunedì 15 settembre 2025

MUSEO DI PALAZZO ROSSO A GENOVA

 

    Il Palazzo Brignole Sale, noto come Palazzo Rosso per la tonalità calda delle sue facciate, fu eretto tra il 1671 e il 1677 su preesistenti edifici medievali acquistati da Giovan Francesco Brignole Sale. Il progetto, affidato inizialmente ai fratelli Castello e completato da artigiani genovesi come Cataldi, imprimeva all’esterno un ritmo serrato di finestre incorniciate da bugnato liscio, coronate da una modanatura in stucco. Una elegante loggia rivolta su Strada Nuova introduceva al portale monumentale, sormontato dallo stemma araldico dei Brignole Sale, simbolo del peso politico ed economico della famiglia nella Repubblica di Genova. All’interno si aprono ambienti riccamente decorati: il salone d’onore ospita affreschi di Valerio Castello raffiguranti episodi mitologici, mentre le volte degli appartamenti prendono vita sotto i pennelli di Giovanni Andrea Ansaldo, Taddeo Carlone e Giovanni Benedetto Castiglione. 



    Stucchi di Antonio Maria Maragliano impreziosiscono le pareti a contrasto con gli eleganti pavimenti in marmi policromi. La quadreria privata, raccolta nei secoli dai Brignole Sale, conserva capolavori di Van Dyck, Guido Reni, Bernardo Strozzi, Jean-Baptiste van Loo, Francesco Solimena e Alessandro Magnasco. Ricchissimo è anche il corredo di porcellane, avori, sculture lignee e arredi d’epoca. Nel 1874 la marchesa Maria Brignole Sale, ultima erede del casato, donò alla città il palazzo insieme al vicino Palazzo Bianco; l’anno successivo entrambi aprirono come musei civici. Oggi il Palazzo Rosso fa parte dei Musei di Strada Nuova, inseriti nella lista Unesco, mantenendo intatto il fascino barocco e continuando a parlare dell’intreccio tra potere, arte e collezionismo genovese.




domenica 14 settembre 2025

IL GIARDINO DELLE DELIZIE DI HIERONYMUS BOSCH (1480-1490)

 

    Il Trittico del Giardino delle delizie è un trittico a olio su tavola attribuito a Hieronymus Bosch, databile tra la fine del XV e l'inizio del XVI secolo; è conservato al Museo del Prado di Madrid ed è considerato il capolavoro dell'artista. Il pannello è composto da tre tavole lignee unite e richiudibili; la tecnica è olio su tavola e le dimensioni complessive sono indicate come 220 × 389 cm; la datazione è incerta ma comunemente collocata tra il 1480 e il 1490 o, secondo altre valutazioni, tra il 1490 e il 1510; l'opera è nota anche con il titolo alternativo Il Millennio. Quando il trittico è chiuso le ante esterne mostrano una scena monocroma in grisaille che rappresenta la Terra durante la Creazione, con riferimenti alla terza giornata della Genesi; aperto, il trittico si articola in tre scene principali che seguono una sequenza tematica: il pannello di sinistra raffigura il Giardino dell'Eden con la creazione di Adamo ed Eva e la presenza di Dio Padre, animali reali e fantastici e un paesaggio che introduce la narrazione; il pannello centrale, da cui deriva il titolo, mostra il Giardino delle delizie popolato da numerose figure umane nude impegnate in attività conviviali e sensuali, grandi frutti, animali, fontane e architetture bizzarre distribuite su più registri.



    Il pannello di destra rappresenta una visione infernale con scene di punizione, strumenti musicali trasformati in strumenti di tortura, creature mostruose e ambientazioni notturne che illustrano la dannazione. L'iconografia combina riferimenti biblici, simboli morali medievali e invenzioni fantastico-allegoriche: ricorrono motivi come frutti sovradimensionati, uccelli e ibridi zoomorfi, macchine e architetture impossibili, specchi e vasche, e una ricca simbologia legata al peccato, alla tentazione e alla punizione. L'opera è caratterizzata da una densità compositiva e da un linguaggio visivo estremamente complesso, con una molteplicità di scene in miniatura che richiedono letture analitiche per singoli episodi; la tavolozza varia dal monocromo delle ante esterne ai colori vividi del pannello centrale e ai toni scuri e cupi del pannello destro. La provenienza documentata colloca il trittico nella collezione reale spagnola prima del trasferimento stabile al Museo del Prado; nel corso dei secoli l'opera ha subito interventi di restauro e studi critici che ne hanno indagato materiali, tecnica e stratigrafia pittorica.




sabato 13 settembre 2025

JULIE BELL (1958)

 

    Julie Bell è nata il 21 ottobre 1958 a Beaumont, Texas, da padre architetto e madre con inclinazioni artistiche. Fin dall’infanzia mostrò interesse per il disegno, dedicandosi sia alla rappresentazione di figure umane sia di animali. Frequentò sei scuole diverse, studiando pittura, disegno e fotografia, con particolare attenzione al disegno dal vero e alla figura umana. Negli anni Ottanta intraprese anche la carriera di culturista, partecipando a concorsi nazionali e ottenendo riconoscimenti, esperienza che influenzò profondamente la sua arte, portandola a raffigurare donne forti e muscolose. Nel 1990 iniziò a collaborare con il mondo del fumetto e dell’illustrazione fantasy, diventando la prima donna a realizzare copertine di Conan the Barbarian per la Marvel Comics, incarico che mantenne fino al 1996. Illustrò inoltre numerose serie di trading cards e copertine di libri di fantascienza e fantasy, raggiungendo quasi cento pubblicazioni in questo ambito. Nel 1994 sposò l’artista Boris Vallejo, con cui aveva già collaborato come modella e partner creativo; insieme realizzarono campagne pubblicitarie per aziende come Nike, Coca-Cola e Toyota e fondarono uno studio in Pennsylvania. 



    Parallelamente alla produzione fantasy, Bell sviluppò una carriera come pittrice iperrealista di animali selvatici, ottenendo riconoscimenti internazionali e premi, tra cui la nomina a Living Master da parte dell’Art Renewal Center. Le sue opere sono state esposte in musei e gallerie e pubblicate su riviste come Fine Art Connoisseur e American Art Collector. Ha partecipato come giurata al concorso The Bennett Prize e ha visto le sue opere incluse nella Bennett Art Collection. Tra i suoi lavori più noti figurano dipinti come The Order of Wolves (2009), Horse Whispers (2012) e If Wishes Were Horses (2012), caratterizzati da una tecnica iperrealista e da un’attenzione particolare alla resa anatomica e alla dinamica dei corpi. Bell ha contribuito alla diffusione del genere heroic fantasy, un tempo considerato marginale, rendendolo popolare e riconoscibile grazie al suo stile personale. Attualmente vive e lavora in Pennsylvania, continuando a produrre opere di immaginative realism e wildlife painting, mantenendo una posizione di rilievo nel panorama artistico internazionale.




venerdì 12 settembre 2025

STEVEN POWER (1956)

 

    Gli anni formativi di Steven Power risalgono al 1956, anno della sua nascita a Detroit; ben presto la famiglia si trasferì sulle coste di Los Angeles, dove tra le onde sviluppò una passione che avrebbe segnato tutta la sua vita. Figlio del designer automobilistico e pubblicitario John Power, laureato all’Art Center College of Design di Pasadena, osservò fin da bambino il padre impegnato in studi e schizzi, maturando una tecnica iperrealista che univa precisione e fantasia. Per quasi tutta la giovinezza annotò avventure, ore di surf e viaggi in California, Messico e Hawaii con matita e pennello, dando forma a paesaggi in cui la natura sembra pulsare di energia. 



    Pubblico e collezionisti commentano che le sue tele invitano a immergersi in visioni di paradiso, un effetto amplificato dal realismo meticoloso e dall’intenso chiaroscuro. Ha iniziato realizzando scenografie per videoclip e film, sculture, fondali pittorici, murales e finiture decorative in ville private, dove ha affinato l’uso della stratificazione dei pigmenti per creare superfici ricche di spessore e contrasti luminosi. Il trasferimento definitivo alle Hawaii nel 1994 ha rappresentato un punto di svolta: il mare divenne il soggetto principale dei suoi quadri, immortalato in scene “credibili e al tempo stesso quasi irreali”. In quegli anni ha ricevuto l’incarico di illustrare cinque edizioni del Triple Crown of Surfing; tra queste le più note per i contest del 1997, 1998, 1999, 2003 e per il Vans Triple Crown del 2009, opere che hanno consacrato la sua fama tra collezionisti e appassionati di surf art.




giovedì 11 settembre 2025

RICARDO FERNANDEZ ORTEGA (1971)


    Ricardo Fernández Ortega è nato a Durango, Messico, nel 1971. Fin dall’infanzia ha manifestato un talento naturale per la pittura, perfezionandosi presso la Escuela de Pintura, Escultura y Artesanías dell’Università Juárez di Durango e in workshop con maestri come Enrique Estrada, Benjamín Domínguez, Herlinda Sánchez Laurel, Daniel Lezama e Luciano Spano. Questa formazione ibrida ha plasmato il suo approccio, fondendo rigore accademico e slancio visionario in una cifra stilistica riconoscibile. Nel corso di oltre vent’anni ha tenuto tredici mostre personali: fra le più significative “Los Habitantes de una Casa” (Galería Meyer East, New Mexico), “Los horizontes del tálamo” (Casa Lamm, Città del Messico, 2008), “Secretos de la penumbra” (Corsica Gallery, Puerto Vallarta, 2008) e “Casi el Paraíso” (Museo del Chamizal, Chihuahua, 2010). 



    Ha partecipato a rassegne collettive di rilievo internazionale—dalla Bienal Diego Rivera di Guanajuato (2001) all’“Artistas emergentes de Latinoamérica” a New York (2007)—e ha ricevuto borse di studio statali (1999, 2007, 2009) oltre a menzioni onorarie in biennali nazionali. Dal 2005 al 2006 ha diretto il Museo di Arte Contemporanea Ángel Zárraga di Durango, e le sue opere sono entrate nelle collezioni del Museo de la Muerte (Aguascalientes), del Museo dei Pittori Oaxaqueños, della Suprema Corte di Giustizia della Nazione e del Museo Ángel Zárraga. Nel suo lavoro la figura femminile, ritratta con maestria iperrealista, dialoga con scenari onirici per esplorare erotismo, memoria e trascendenza, trasformando ogni dipinto in un viaggio emozionale fra sogno e materia.




mercoledì 10 settembre 2025

KAROL BAK (1961)

 

    Karol Bąk è nato il 30 maggio 1961 a Koło, nella regione della Wielkopolska in Polonia. Frequentò la Scuola Superiore di Belle Arti di Poznań, diplomandosi in allestimento di interni. Nel 1984 fu ammesso alla Facoltà di Grafica della Scuola Superiore Statale di Belle Arti di Poznań, oggi Università delle Arti, con l’intenzione di dedicarsi alla pittura, alla grafica e alla scultura. Nel 1989 si laureò con lode conseguendo due diplomi, uno in grafica sotto la guida del professor Tadeusz Jackowski e uno in disegno nello studio del professor Jarosław Kozłowski. Per la sua tesi espose disegni e grafiche presso l’Ufficio Esposizioni Artistiche di Poznań, utilizzando principalmente la tecnica dell’incisione su rame. Ricevette il premio “Diploma 89” a Toruń per il suo lavoro di laurea e nel 1990 ottenne il primo posto alla mostra annuale di grafica e disegno con la medaglia Jan Wroniecki. Dopo la laurea si dedicò soprattutto al disegno e all’incisione, realizzando anche progetti commerciali per riviste, fiere e aziende. 



    Negli anni Novanta intraprese numerosi viaggi in Europa occidentale per approfondire la conoscenza dell’arte, visitando musei in Spagna, Germania e Francia. La sua produzione pittorica superò le cento opere e partecipò a diverse mostre personali e collettive. I suoi lavori si caratterizzano per l’uso di illusioni e atmosfere surreali, con forte influenza della mitologia e della bellezza femminile come soggetto principale. Ha perfezionato la sua tecnica pittorica con Andrzej Kurzawski e ha sviluppato cicli tematici come “Dialogi”, “Kobieta”, “Złoty wiek”, “Anioły” e “Misterium czasu”. Ha esposto in Polonia e all’estero, con mostre a Poznań, Varsavia, Berlino, Parigi e altre città europee. È stato attivo anche come illustratore e grafico, mantenendo un legame con le arti applicate. Le sue opere sono presenti in collezioni private e gallerie, e hanno ricevuto riconoscimenti per la qualità tecnica e la forza visiva. La sua carriera si è sviluppata tra pittura, incisione e grafica, con un corpus artistico che unisce tradizione accademica e ricerca personale.




martedì 9 settembre 2025

HAMISH BLAKELY (1968)


    Hamish Blakely è nato nel 1968 a Canterbury, Inghilterra, e fin da bambino ha mostrato una forte inclinazione per l’arte, realizzando schizzi in bianco e nero prima di intraprendere gli studi in illustrazione alla Wimbledon School of Art e alla Kingston University, dove sperimentò per la prima volta i colori a olio cercando di perfezionare i suoi ritratti e accendendo un interesse che lo avrebbe portato a una carriera di successo. Trasformatosi in illustratore professionista dopo il diploma, collaborò con istituzioni come Cable & Wireless e British Telecom e realizzò le copertine di due edizioni di Schindler’s List, prima di avvicinarsi definitivamente alla pittura figurativa e alla tecnica materica basata sulla stratificazione di pigmenti pesanti, che conferisce alle sue tele una superficie ricca di spessore e di contrasti luminosi. 



    La passione per la figura umana, e in particolare per l’eleganza delle forme femminili, si traduce in opere dove sensualità e realismo si fondono grazie a dettagli meticolosi e a una tavolozza intensa e calibrata, influenzata dal drammatico chiaroscuro di Caravaggio, dalla verità psicologica dei volti di Rembrandt e Velázquez e dalla narrazione pittorica di Norman Rockwell, modelli dai quali ha attinto per elaborare il proprio linguaggio artistico. Ha esposto a Londra in gallerie di prim’ordine, ricevendo un riconoscimento nazionale che ha consacrato la sua abilità tecnica e la capacità di emozionare il pubblico, continuando a produrre tele molto richieste da collezionisti e mercanti d’arte internazionali.




lunedì 8 settembre 2025

DRAGAN ILIC DI VOGO (1962)


    Dragan Ilić Di Vogo, nato a Belgrado il 7 settembre 1962, è uno dei più rappresentativi artisti europei del realismo magico e del surrealismo. Diplomato in belle arti a Belgrado, intraprende la carriera professionale come pittore nel 1990 e nel 2001 ottiene il riconoscimento ufficiale di artista indipendente. Vive e lavora stabilmente a Belgrado, convinto che l’arte non conosca confini di forma, colore o percezione. Membro dei gruppi PARALAKSA e LIBELULLE e delle associazioni ESNAF e Art of Imagination, Di Vogo ha esposto in numerose collettive e personali, tra cui la mostra al Lary Art Galerie di Vienna nel 1991 e l’inserimento nell’antologia Dreamscape – The Best of Imaginary Realism. 



    La sua poetica unisce rigore iperrealista ad atmosfere oniriche, esplorando l’inconscio e il rapporto tra materia ed emozione. Critici come Đorđe Kadijević e Veselin Mišnić hanno sottolineato la sua abilità nel trasporre simboli archetipici in raffinati quadri poetici, mentre Zoran Nastić ne ha lodato l’equilibrio tra paradosso e profondità metafisica. Continua a sperimentare nuove dimensioni, rinnovando per ogni opera la definizione di bellezza ideale attraverso un linguaggio visivo carico di tensione e introspezione. 




domenica 7 settembre 2025

ROLF ARMSTRONG (1889-1960)


    Rolf Armstrong nacque John Scott Armstrong il 21 aprile 1889 a Bay City, Michigan, figlio di un armatore dei Grandi Laghi. Dopo il trasferimento della famiglia a Detroit e la morte del padre nel 1903, visse alcuni anni a Seattle coi fratelli, dove strinse un legame col nipote Robert Armstrong, futuro attore di King Kong. Nel 1907 si iscrisse allo School of the Art Institute of Chicago, condividendo la stanza con Thomas Hart Benton, e al termine degli studi nel 1911 si trasferì a New York per perfezionarsi con Robert Henri. Cambiato il nome in Rolf, completò la sua formazione a Parigi presso l’Académie Julian nel 1919 e studiò tecniche di produzione di calendari a Minneapolis nel 1921. Debuttò come autore di copertine nel 1912 su Judge e nei decenni successivi realizzò oltre 60 cover per Photoplay, Metropolitan, Puck, Every Week e il Saturday Evening Post, ritratti soprattutto di star del cinema muto come Mary Pickford, Greta Garbo e Bebe Daniels. Dal 1915 cominciò a dedicarsi all’arte dei calendari, creando immagini in gran parte realizzate in pastello: alcune sue opere più monumentali, Cleopatra e Arabian Nights, furono dipinte appositamente per questo uso. 



    Con il tempo l’attività di calendari divenne la sua fonte principale di reddito; dal 1939 siglò un contratto esclusivo con Brown & Bigelow, sfornando ogni anno mezzi busti o figure intere di “glamour girls” che alimentarono la leggenda del “calendar girl”. Tra i suoi numerosi modelli spiccò la ventenne Jewel Flowers, protagonista di How Am I Doing?, best seller bellico del 1942 e simbolo dell’ottimismo americani. Autore di oltre 500 opere, Armstrong seppe fondere tecniche di illustrazione e gusto popolare, calcare la scena del “Golden Age of American Illustration” e lanciare un genere capace di influenzare moda, musica e persino la nose art degli aeroplani. Dopo un periodo a Bayside, Queens, e un breve soggiorno in California, nel 1959 si ritirò a vita privata ad Oahu, dove morì il 22 febbraio 1960: le sue ceneri furono disperse sul Nuʻuanu Pali, secondo suo volere, mentre a Detroit comparve infine un cippo commemorativo.




sabato 6 settembre 2025

KATE DICKENS PERUGINI (1839-1929)

 

    Catherine Elizabeth Macready Dickens, conosciuta come Kate Dickens e poi come Kate Perugini, nacque a Londra il 29 ottobre 1839, figlia di Charles Dickens e Catherine Hogarth. Era la più giovane delle figlie sopravvissute dello scrittore e fu considerata la prediletta del padre, che la chiamò Catherine in onore dell’attore William Macready. Da bambina ricevette il soprannome di “Lucifer Box” per il carattere vivace e talvolta irruente. Partecipò ai viaggi della famiglia e alle attività teatrali organizzate dal padre, recitando nel 1857 in The Frozen Deep di Wilkie Collins davanti alla regina Vittoria. Dopo la separazione dei genitori nel 1858 rimase con il padre. Il 17 luglio 1860 sposò Charles Allston Collins, scrittore e artista, fratello di Wilkie Collins. Il matrimonio fu segnato dalla malattia del marito, che morì di cancro nel 1873. Kate ebbe una relazione con Valentine Prinsep e nello stesso anno si risposò con il pittore Charles Edward Perugini, celebrando un matrimonio segreto e poi una cerimonia ufficiale nel 1874. Dal matrimonio nacque un figlio, Leonard Ralph Dickens Perugini, morto nel 1876 a soli sette mesi. La coppia frequentava ambienti artistici e letterari, con amicizie come J. M. Barrie e George Bernard Shaw. Kate fu pittrice di ritratti e scene di genere, talvolta collaborando con il marito. 



    Studiò arte al Bedford College e dal 1877 espose alla Royal Academy, alla Society of Watercolour Painters e alla Society of Lady Artists. John Everett Millais la ritrasse nel celebre dipinto esposto alla Grosvenor Gallery nel 1881, dopo averla già utilizzata come modella nel 1860 per The Black Brunswicker. Tra il 1880 e il 1882 inviò tre opere alla Grosvenor Gallery, tra cui Civettina. Partecipò all’Esposizione Colombiana di Chicago del 1893 con opere esposte al Palace of Fine Arts e al Woman’s Building. È nota soprattutto per i ritratti di bambini, come A Little Woman (1879), Feeding Rabbits (1884), Dorothy de Michele (1892) e A Flower Merchant. Scrisse articoli e libri, tra cui Dickens as a Lover of Art and Artists (1903), The Comedy of Charles Dickens (1906) e Edwin Drood and the Last Days of Charles Dickens (1906). Fu la principale fonte per Gladys Storey nel libro Dickens and Daughter del 1939, che rivelò la relazione tra Dickens ed Ellen Ternan, confermata da Shaw. Charles Perugini morì nel 1918 e fu sepolto accanto al figlio. Kate visse altri dieci anni e morì a Londra il 9 maggio 1929 all’età di 89 anni, con la causa di morte indicata come “esaurimento”.




venerdì 5 settembre 2025

WLADYSLAW CZACHORSKI (1850-1911)


    Władysław Czachórski nacque il 22 settembre 1850 a Lublino e si affermò come uno dei massimi esponenti della pittura accademica polacca del tardo Ottocento. Dopo una formazione iniziale alla Scuola di Belle Arti di Varsavia sotto la guida di Rafał Hadziewicz, completò gli studi all’Accademia di Belle Arti di Dresda e soprattutto a Monaco di Baviera (1869-1873), dove, frequentando maestri come Hermann Anschütz, Karl von Piloty e Alexander Wagner, ottenne la medaglia d’argento “Magna Cum Laude”. Con il sostegno di premi e borse di studio intraprese viaggi formativi in Francia e Italia, approfondendo tecniche e temi che avrebbero caratterizzato la sua produzione. Stabilitosi stabilmente a Monaco, mantenne intensi rapporti con la Polonia, diventando membro dell’Accademia di Belle Arti di Berlino e assumendo il ruolo di organizzatore e giudice in importanti esposizioni internazionali. Nel 1893 fu decorato con l’Ordine di San Michele per il contributo all’arte, mentre le sue opere vennero presentate nelle più prestigiose mostre di Cracovia, Varsavia, Łódź e a Leopoli, nell’allora Galizia austriaca. 



    Tra i suoi lavori giovanili si distinguono le scene shakesperiane: “Esequie di Giulietta” e “Amleto” (entrambe del 1873) e soprattutto “Amleto riceve gli attori” (1875), che conquistarono critica e pubblico per la vivida resa drammatica. Tuttavia la fama di Czachórski si fonda soprattutto sui raffinati ritratti e sulle nature morte ambientate in salotti lussuosi, in cui giovani donne, immortalate con grande realismo, si accompagnano a tessuti preziosi, gioielli scintillanti e dettagli minuziosi. Opere come “Signora con rosa” e il ritratto del figlio Władek (1879), “Prime rose” (1891), “La lettera” (1896), “Un bouquet” (inizi del Novecento) e “Signora in abito lilla con fiori” (1903) testimoniano la sua straordinaria padronanza nel restituire volumi, texture e luce. Morì a Monaco il 13 gennaio 1911 e alla Società Nazionale di Belle Arti “Zachęta” di Varsavia fu dedicata un’ampia mostra postuma. Le sue tele sono oggi conservate nei principali musei polacchi, ma anche in collezioni private di Germania, Inghilterra e Stati Uniti nonché in istituzioni straniere come il Museo Nazionale di Leopoli e l’Accademia di San Carlos di Città del Messico.




giovedì 4 settembre 2025

ARTURO DAZZI (1881-1966)

 

    Arturo Dazzi nacque a Carrara il 13 luglio 1881 da Lorenzo e Amalia Castelpoggi. Rimasto presto orfano del padre, concessionario di cave e laboratorio di marmo, iniziò giovanissimo a lavorare come apprendista scalpellino presso lo zio. Nel 1892 si iscrisse all’Accademia di Belle Arti di Carrara, seguendo i corsi di Lio Gangeri fino al 1899 e studiando insieme ad Alterige Giorgi. Grazie a una borsa di studio triennale si trasferì a Roma nel 1901, dove entrò in contatto con le novità artistiche del primo Novecento. Nel 1907 fu iniziato in Massoneria nella Loggia Fantiscritti di Carrara. Nel 1908 realizzò la statua del giurista Cardinal De Luca per il Palazzo di Giustizia di Roma e nel 1912 il fregio della Cappella Martini nella Certosa di Bologna. Partecipò alle esposizioni nazionali giovanili di Napoli nel 1912 e 1913 e alla Biennale di Venezia del 1914. Nel 1920 presentò alla Dodicesima Esposizione d’arte di Venezia la testa in marmo rosa Serafina. Una delle sue prime opere, I costruttori, fu acquistata dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna. Tra il 1918 e il 1926 vinse numerosi concorsi e collaborò con l’architetto Marcello Piacentini, realizzando diversi Monumenti ai Caduti, tra cui quello di Genova inaugurato nel 1931. Tra il 1922 e il 1930 eseguì opere come Antonella, Sogno di bimba e il Cavallino, quest’ultimo esposto alla Biennale del 1928 e acquistato dalla Galleria d’Arte Moderna di Roma. 



    Nel 1930 insegnò scultura in marmo all’Accademia di Carrara, formando allievi come Luigi Venturini e Giorgio Salvi. Tra il 1931 e il 1932 scolpì il colosso marmoreo di Piazza della Vittoria a Brescia, alto 7,50 metri, noto come Il Bigio, rimosso nel 1945 e conservato in un magazzino comunale. Nel 1935 partecipò alla II Quadriennale romana con una cera e diciannove dipinti a olio. Nel 1937 fu nominato Accademico e iniziò il progetto della Stele Marconi all’EUR di Roma, obelisco rivestito da 92 pannelli in marmo di Luni, inaugurato nel 1959 in occasione delle Olimpiadi. Nel 1938 la sua scultura Adolescente fu esposta a Berna. Collaborò con Gaetano Rapisardi al Mausoleo di Ciano a Livorno, rimasto incompiuto sull’isola di Santo Stefano. Dal 1948 al 1950 fu titolare della cattedra di scultura all’Accademia di Carrara. Nel 1952 espose alla Biennale di Venezia il ritratto ligneo di Malaparte. Nel 1958 realizzò l’altorilievo per la Basilica di San Giovanni Bosco a Roma. Tra le sue ultime opere vi furono il Monumento a San Francesco a Vittoria Apuana nel 1962 e la statua di Dante a Mulazzo nel 1966. Morì a Pisa il 16 ottobre 1966.