mercoledì 31 dicembre 2025

EROI DI GUERRA: SERGENTE STUBBY (1916-1926)

 

    Sergeant Stubby nacque nel 1916 e fu un cane randagio di razza incerta, probabilmente legato ai primi Boston Terrier. Fu trovato nel luglio 1917 nel campus della Yale University mentre il 102nd Infantry Regiment si addestrava, e il soldato James Robert Conroy lo prese con sé. Conroy lo nascose sulla nave diretta in Francia e, una volta scoperto, il cane fu autorizzato a restare dopo aver eseguito un saluto militare appreso durante l’addestramento. Stubby servì con il 102nd Infantry Regiment della 26th Division per 18 mesi, partecipando a quattro offensive e diciassette battaglie sul fronte occidentale. Entrò in combattimento il 5 febbraio 1918 a Chemin des Dames, restando sotto il fuoco continuo per oltre un mese. Fu ferito alla zampa durante il raid di Seicheprey e inviato al retrofronte per la convalescenza, dove contribuì al morale delle truppe. In precedenza era stato esposto ai gas tossici e, dopo la guarigione, tornò al fronte con una maschera antigas appositamente realizzata. Imparò a segnalare gli attacchi con gas, a individuare i feriti nella terra di nessuno e a percepire in anticipo l’arrivo delle artiglierie. Catturò un soldato tedesco nell’Argonne, episodio che portò alla sua promozione a sergente. 



    Dopo la riconquista di Château-Thierry, le donne del luogo gli confezionarono un mantello su cui furono applicate le sue decorazioni. Fu ferito nuovamente da una granata. Terminata la guerra, tornò negli Stati Uniti nel 1918 e divenne una celebrità nazionale, partecipando a parate e incontrando i presidenti Wilson, Coolidge e Harding. Ottenne tessere onorarie dell’American Legion e della YMCA e apparve nei teatri. Nel 1921 il generale John Pershing gli consegnò una medaglia della Humane Education Society durante una cerimonia alla Casa Bianca. Frequentò con Conroy la Georgetown University Law Center e divenne mascotte sportiva dei Georgetown Hoyas, esibendosi durante gli intervalli delle partite. Morì nel sonno il 16 marzo 1926 e il suo corpo fu tassidermizzato, con le ceneri sigillate all’interno del montaggio. Nel 1956 Conroy lo donò allo Smithsonian, dove è tuttora esposto nel National Museum of American History. Ricevette un necrologio di mezza pagina sul New York Times e fu oggetto di ritratti, mostre e commemorazioni, tra cui una pietra nel Walk of Honor del Liberty Memorial nel 2006 e una statua bronzea inaugurata nel 2018 a Middletown, Connecticut. La sua storia ha ispirato libri, programmi educativi e il film d’animazione del 2018 Sgt. Stubby: An American Hero, accolto positivamente dalla critica.




MANIFESTI STORICI: KOFLER DI PADOVA

 

    La ditta Kofler nacque a Padova come azienda specializzata nella produzione di cosmetici e prodotti per la toilette, ed è documentata come una delle imprese italiane più antiche del settore. Le prime testimonianze certe risalgono agli anni Trenta del Novecento, periodo in cui l’azienda è già attiva nella realizzazione di ciprie, rossetti, mascara, ombretti, fondotinta e altri articoli di bellezza, come attestato dalle locandine pubblicitarie conservate nella Collezione Salce di Treviso, che la classificano tra le industrie chimiche e cosmetiche di riferimento dell’epoca. La sede produttiva era situata a Padova e comprendeva uno stabilimento industriale caratterizzato da struttura rettangolare, muri in mattoni a vista, solai in laterocemento e copertura a padiglione con capriate in legno, edificio attribuito a I. Koffler e successivamente ristrutturato da F. Miotto negli anni Ottanta, segno della continuità della presenza aziendale sul territorioCatalogo Generale dei Beni Culturali. L’impresa sviluppò un catalogo di profumi e prodotti da toilette che ebbero diffusione nazionale, come dimostrato dalla presenza del marchio Kofler Padova in repertori internazionali di profumeria, dove risultano almeno undici fragranze attribuite al brand, tra cui Paquerette, Zagara, Gardenia Romantica, Primula Rossa, Corsara, Cantico d’Amore, Eva, Chypre Royal e Mah Jong, oltre al profumo Estasi di Tabacco, lanciato nel 1942 e destinato al pubblico femminile. 



    Le campagne pubblicitarie degli anni Trenta e Quaranta, realizzate da illustratori come Forlivesi Montanari Enzo detto Araca, presentavano figure femminili eleganti e truccate, enfatizzando la modernità dei prodotti e la loro destinazione a un pubblico urbano e attento alla cura personaleCatalogo Generale dei Beni Culturali. L’azienda operò per decenni nel settore cosmetico, mantenendo la sede a Padova e consolidando la propria identità come marchio locale di lunga tradizione. La presenza del nome Kofler è attestata anche nella toponomastica storica padovana, poiché la villa Molin fu in epoca recente proprietà dell’imprenditore Igino Kofler, figura legata alla storia economica cittadina e indicata come uno degli ultimi proprietari dell’edificio, a testimonianza del radicamento della famiglia nel tessuto produttivo locale. La ditta Kofler, pur non più attiva nel mercato contemporaneo, rimane documentata nelle collezioni museali e negli archivi come uno dei marchi storici italiani della cosmetica, rappresentativo della produzione chimica e profumiera del Novecento.




SAN DOMENICO SAVIO (1842-1857)

 

    Domenico Savio nacque il 2 aprile 1842 a San Giovanni di Riva presso Chieri, secondo di dieci figli del fabbro Carlo e della sarta Brigida Gaiato. La famiglia, molto religiosa, si trasferì prima a Morialdo e poi a Mondonio, dove Domenico crebbe distinguendosi per serietà, senso del dovere e precoce maturità spirituale. A sette anni ricevette la Prima Comunione in anticipo rispetto all’età consueta e scrisse quattro propositi che mantenne con costanza. Frequentò la scuola con impegno, mostrando capacità di apprendimento e attitudine alla mediazione tra i compagni. Nel 1854 incontrò Giovanni Bosco, che ne riconobbe l’intelligenza, l’equilibrio e la vocazione religiosa, accogliendolo nell’oratorio di Valdocco. Qui Domenico si dedicò allo studio, alla preghiera e alla vita comunitaria, promuovendo la frequenza ai sacramenti e la devozione all’Immacolata. Nel 1856 fondò con alcuni coetanei la Compagnia dell’Immacolata, gruppo che incoraggiava l’impegno spirituale e l’aiuto reciproco, dal quale sarebbero poi nati i primi collaboratori dell’opera salesiana. Durante l’epidemia di colera dello stesso anno partecipò alle attività di assistenza agli ammalati insieme ai giovani dell’oratorio. La sua salute, già fragile, peggiorò progressivamente a causa di una malattia polmonare. 



    Su consiglio dei medici, Don Bosco lo rimandò a casa nel marzo 1857. A Mondonio fu sottoposto a cure invasive che non migliorarono le sue condizioni. Morì il 9 marzo 1857 all’età di quattordici anni, assistito dai genitori. La fama di santità si diffuse rapidamente, sostenuta dalla biografia scritta da Don Bosco, che contribuì alla diffusione della sua figura come modello di purezza e impegno religioso. Nel 1933 Pio XI ne riconobbe le virtù eroiche; fu beatificato da Pio XII il 5 marzo 1950 e canonizzato il 12 giugno 1954. La memoria liturgica è fissata al 9 marzo, ma in Piemonte è celebrata il 6 maggio per evitare la coincidenza con la Quaresima. È patrono dei pueri cantores, dei ministranti e delle gestanti, che lo invocano nelle gravidanze difficili, tradizione legata all’uso dell’abitino e all’offerta dei fiocchi nei santuari a lui dedicati. Numerose chiese e istituzioni educative portano il suo nome, specialmente in Italia e nei paesi legati alla tradizione salesiana. I miracoli riconosciuti per la beatificazione e la canonizzazione riguardano guarigioni ritenute inspiegabili all’epoca, attribuite alla sua intercessione.



lunedì 29 dicembre 2025

70° ANNIVERSARIO DI ITALIA NOSTRA (1955)

 

    Il francobollo ordinario dedicato ai 70 anni di Italia Nostra è stato emesso il 29 ottobre 2025 dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy all’interno della serie tematica “Le eccellenze del patrimonio culturale italiano”. Appartiene alla tariffa B, pari a 1,30 euro, ed è stato stampato dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato in rotocalcografia su carta bianca patinata neutra autoadesiva con imbiancante ottico. La grammatura della carta è di 90 g/mq, con supporto in carta Kraft monosiliconata da 80 g/mq e adesivo acrilico ad acqua distribuito in quantità di 20 g/mq a secco. Il formato carta è 40×30 mm, quello di stampa 36×26 mm, mentre la tracciatura misura 46×37 mm; la dentellatura è 11, realizzata tramite fustellatura. La stampa utilizza sei colori e la tiratura complessiva è di 200.025 esemplari, distribuiti in fogli da 45 unità. Il bozzetto è stato realizzato da Dafne Cola e ottimizzato dal Centro Filatelico dell’Officina Carte Valori e Produzioni Tradizionali dell’IPZS. La vignetta raffigura un libro aperto da cui emergono architetture immerse nella natura, rappresentative del patrimonio artistico e paesaggistico italiano; in alto a sinistra compare il logo dell’associazione. 



    L’emissione celebra i settant’anni di Italia Nostra, fondata nel 1955 con l’obiettivo di tutelare il patrimonio culturale, storico, artistico e naturale del Paese. L’associazione ha svolto un ruolo costante nella salvaguardia di monumenti, paesaggi, centri storici e aree archeologiche, contribuendo alla diffusione di una cultura della conservazione e alla promozione di interventi legislativi e iniziative di protezione del territorio. Nel corso dei decenni ha partecipato a campagne nazionali per la difesa di siti minacciati, alla valorizzazione di beni culturali e alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica sul tema della tutela ambientale. La scelta iconografica del libro aperto richiama l’idea di un patrimonio da leggere, interpretare e preservare, mentre le architetture immerse nella natura rappresentano l’ampiezza degli ambiti d’intervento dell’associazione, che spazia dalla conservazione dei paesaggi storici alla protezione dei beni culturali riconosciuti dall’UNESCO.



PEARL HART (1871-1955)

 

    Pearl Hart, nata Pearl Taylor nel 1871 a Lindsay, in Ontario, proveniva da una famiglia religiosa e benestante che le garantì una buona istruzione. A sedici anni si innamorò di un giovane di cognome Hart, descritto da varie fonti come dedito al gioco e all’alcol, che sposò e con cui ebbe due figli poi affidati alla madre in Ohio. Dopo vari abbandoni e riconciliazioni, nel 1893 la coppia visitò la Fiera Mondiale di Chicago, dove lui lavorò come imbonitore e lei sviluppò interesse per il mondo del West assistendo allo spettacolo di Buffalo Bill. Terminata la fiera, lasciò nuovamente il marito e si trasferì a Trinidad, in Colorado, forse con un pianista di nome Dan Bandman. In questo periodo lavorò come cuoca e cantante, e secondo alcune fonti si mantenne anche come prostituta, sviluppando inoltre un’abitudine a sigari, alcol e morfina. Nel 1898 si trovava a Mammoth, in Arizona, dove lavorava in una pensione. La chiusura della miniera locale peggiorò la sua situazione economica e, dopo aver ricevuto notizia della malattia della madre, cercò denaro insieme a un uomo noto come Joe Boot, probabilmente sotto falso nome. Tentato senza successo di sfruttare una vecchia concessione mineraria, i due decisero di rapinare una diligenza sulla tratta Globe–Florence. 



    Il 30 maggio 1899, vicino a Cane Springs Canyon, Hart tagliò i capelli, indossò abiti maschili e, armata di un revolver, partecipò alla rapina sottraendo 431,20 dollari e due armi ai passeggeri, restituendo però un dollaro a ciascuno. Cinque giorni dopo furono catturati da una squadra guidata dallo sceriffo Truman. Boot si arrese, mentre Hart oppose resistenza. Lei fu trasferita nel carcere di Tucson, privo di strutture per donne, attirando rapidamente l’attenzione della stampa nazionale. Il 12 ottobre 1899 evase aprendo un varco nel muro, ma fu presto ripresa. Al processo fu assolta per la rapina dopo un appello emotivo alla giuria, ma immediatamente arrestata di nuovo per manomissione della posta. Condannata al carcere di Yuma, ricevette un trattamento particolare come unica donna della struttura, con una cella più ampia e la possibilità di ricevere visitatori. Boot divenne un detenuto di fiducia e riuscì a fuggire, scomparendo definitivamente. Hart fu graziata nel dicembre 1902 dal governatore Brodie e si trasferì a Kansas City. Successivamente lavorò in uno spettacolo che rievocava la rapina e poi, sotto falso nome, nel Wild West Show di Buffalo Bill. Nel 1904 fu arrestata per ricettazione. Negli anni successivi visse sotto identità diverse e si risposò. Morì il 30 dicembre 1955 nella contea di Gila, in Arizona.



MISTERI RISOLTI: L'OCCHIO DEL CAMALEONTE

 

    I camaleonti sono tra i rettili più affascinanti del mondo animale, celebri per una serie di caratteristiche davvero uniche. La più nota è senza dubbio la capacità di cambiare colore: un’abilità che non serve soltanto a mimetizzarsi tra rami e foglie, ma anche a comunicare con altri individui e a reagire a variazioni ambientali come luce, temperatura o stress. Un altro tratto sorprendente è la loro lingua, estremamente lunga e capace di scattare verso la preda a velocità impressionanti, trasformando il camaleonte in un cacciatore rapido e preciso. Ma ciò che colpisce maggiormente chi li osserva sono i loro occhi: grandi, sporgenti e in grado di muoversi in modo indipendente l’uno dall’altro. Questa mobilità permette al camaleonte di scandagliare l’ambiente circostante con un campo visivo quasi totale, individuando insetti anche a distanza senza dover muovere il corpo. Quando però deve colpire un bersaglio, gli occhi convergono nella stessa direzione, creando una visione tridimensionale che consente di stimare con precisione la distanza della preda. 



    È il meccanismo della stereopsi, fondamentale per la loro strategia di caccia silenziosa e accurata. Un recente studio guidato da Jurun Daza della Sam Houston State University ha aggiunto un tassello inatteso alla conoscenza di questi animali. Analizzando campioni di camaleonti tramite tomografia a raggi X e microscopia elettronica, i ricercatori hanno scoperto che i nervi ottici – i fasci che collegano gli occhi al cervello – sono avvolti a spirale. Finora non si sapeva che questa struttura esistesse nei camaleonti, e la scoperta apre nuove ipotesi sul funzionamento del loro sistema visivo. Secondo gli studiosi, la forma spiralata potrebbe conferire ai nervi una particolare plasticità rotazionale, permettendo loro di allungarsi e accorciarsi in modo efficiente durante i movimenti oculari estremi tipici della specie. Questa flessibilità sarebbe quindi un elemento chiave per sostenere sia l’indipendenza dei due occhi sia la loro capacità di sincronizzarsi quando serve una visione 3D precisa. Un adattamento raffinato, che contribuisce a rendere il camaleonte uno dei più straordinari cacciatori visivi del regno animale.



sabato 27 dicembre 2025

FLAK 88, IL DISTRUTTORE DI CARRI ARMATI (1933-1945)

 

    Il cannone contraerei 8,8 cm FlaK, sviluppato dalla Krupp e impiegato dalla Germania dal 1933 al 1945, fu utilizzato anche come arma controcarri. Le sue origini risalgono alla prima guerra mondiale, quando furono prodotti i primi pezzi da 88 mm destinati alla difesa delle aree industriali della Ruhr e della Renania. Dopo il trattato di Versailles, la Krupp collaborò con la Bofors per sviluppare nuovi modelli, ma solo nel 1933, con la denuncia del trattato, apparve il FlaK 18. Questo modello aveva canna monoblocco, affusto a crociera con brandeggio a 360°, elevazione da –3° a 85°, peso in batteria di circa 5 t e cadenza teorica di 15 colpi al minuto. La gittata efficace contraerea era di 8.000 m, quella terrestre di 14.800 m. Il FlaK 36 introdusse una canna in tre sezioni sostituibili e carrelli a doppia ruota, mentre il FlaK 37 aggiunse un sistema di trasmissione dati collegato a centrali di tiro elettromeccaniche, con batterie di quattro pezzi disposte a losanga. Il FlaK 41, sviluppato dalla Rheinmetall, aveva canna lunga 72 calibri, velocità iniziale di 1.000 m/s, quota efficace di 10.000 m e cadenza teorica di 20 colpi al minuto. 



    Fu prodotto anche il DKM 43, cannone senza rinculo da 88 mm destinato a caccia pesanti, rimasto allo stadio sperimentale. Nel 1943 furono costruiti 14 semoventi basati sul trattore Daimler-Benz da 18 t con FlaK 37, dotati di scudo protettivo e impiegati come difesa semimobile. Il FlaK 88 fu impiegato per la prima volta nella guerra di Spagna dalla Legione Condor, sia in funzione contraerea sia controcarri. Durante la seconda guerra mondiale fu decisivo nella campagna di Francia, in particolare ad Arras, e nella campagna del Nord Africa, incluso il Passo Halfaya. In Germania fu installato in batterie territoriali e su torri antiaeree, contribuendo in modo significativo alle perdite dei bombardieri alleati. Dopo la guerra rimase in servizio in Jugoslavia e Norvegia. L’Italia ricevette batterie di 88/55 come compensazione di crediti nel 1939, impiegandole nella difesa delle città e nei porti libici; furono trainate da Lancia 3Ro, Breda 61 e altri semicingolati. I trattori tedeschi più usati furono Sd.Kfz. 7 e Sd.Kfz. 11, con successivo impiego del KMm 8.




ASTRID DI SVEZIA, REGINA DEL BELGIO (1905-1935)

 

    Astrid di Svezia nacque a Stoccolma il 17 novembre 1905, terza figlia del principe Carlo, duca di Västergötland, e della principessa Ingeborg di Danimarca. I nonni paterni erano il re Oscar II di Svezia e la regina Sofia di Nassau, mentre quelli materni erano il re Federico VIII di Danimarca e la regina Luisa. Crebbe tra il Palazzo di Arvfurstens e la residenza estiva di Fridhem, ricevendo un’educazione rigorosa che comprendeva cucito, pianoforte, danza e attività assistenziali, lavorando anche in un orfanotrofio di Stoccolma. Praticava nuoto, sci, arrampicata, equitazione e golf. Nel 1926 conobbe il principe Leopoldo del Belgio durante una visita ufficiale e nello stesso anno fu annunciato il fidanzamento. Il matrimonio civile si svolse a Stoccolma il 4 novembre 1926 e quello religioso a Bruxelles il 10 novembre. Per sposarlo si convertì dal luteranesimo al cattolicesimo. Ricevette come dono di nozze una tiara del gioielliere Van Bever, poi utilizzata dalle regine consorti belghe. 



    Dopo la luna di miele nel sud della Francia si trasferì a Bruxelles e studiò francese e olandese. Come duchessa di Brabante partecipò a viaggi ufficiali in Indonesia, India e Congo e svolse attività caritative rivolte a infanzia, donne e istruzione. Alla morte di re Alberto I, il 17 febbraio 1934, divenne regina dei Belgi insieme al marito. Nel 1935 organizzò una raccolta di vestiario e viveri per i ceti colpiti dalla crisi economica, nota come Appello della Regina. Il 29 agosto 1935, durante una vacanza in Svizzera, l’auto guidata da Leopoldo uscì di strada a Küssnacht am Rigi; Astrid fu sbalzata fuori dal veicolo e morì sul colpo, mentre il re riportò lievi ferite. Era incinta del quarto figlio. Fu sepolta nella cripta reale della Chiesa di Nostra Signora di Laeken. In Svizzera venne costruita una cappella commemorativa nel luogo dell’incidente e in Belgio un monumento progettato da Paul Bonduelle, inaugurato nel 1938. Dal matrimonio nacquero tre figli: Giuseppina Carlotta, Baldovino e Alberto.




LA MADONNA DELLE MONTAGNE ROCCIOSE

 

    La Madonna delle Montagne Rocciose è una statua monumentale completata nel 1985 ed alta 90 piedi (27 m), dedicata alla Beata Vergine Maria, che si trova in cima alla Continental Divide e si affaccia sulla città di Butte, nel Montana. È la terza statua più alta degli Stati Uniti , dopo la Statua della Libertà e la recente statua di Pegaso che sconfigge il Drago, posta a Gulfstream Park, sulla Hallandale Beach in Florida. La statua è stata costruita da volontari utilizzando materiali donati, allo scopo di onorare le donne in tutto il mondo, specialmente le madri. La base è di 8.510 piedi sopra il livello del mare e 3.500 piedi sopra la città. La statua è illuminata e visibile di notte. Bob O'Bill , un residente della zona aveva già maturato nella sua mente l'idea di fare questa statua della Vergine, ma non sapeva ancora come e dove. Nel 1979, la moglie Joyce si ammalò gravemente di cancro. A quel punto deciso di fare un voto alla Madonna; se messo la moglie fosse guarita avrebbe mano al suo progetto , al fine di porgerle i dovuti onori nel suo cortile di casa. Ovviamente le dimensioni sarebbero state ben più ridotte, si parla di 5 piedi a dispetto dei 90 attuali. La donna si riprese e così l'uomo si mise all'opera, ma a poco a poco la sua idea si andava modificando e quella che doveva essere una piccola statua in giardino divenne la grande e maestosa “Madonna delle Montagne Rocciose”. 



    Straordinariamente molti cittadini di Butte hanno iniziato a donare i materiali necessari e parte del loro tempo affinché questo progetto divenisse realtà. E l'ideatore del progetto definitivo fu Laurien Eugene Riehl , un ingegnere in pensione dell'Azienda Anaconda che mette a disposizione di tutti le sue capacità ingegneristiche per una perfetta realizzazione della maestosa statua. Essa infatti doveva resistere alle potenti raffiche di vento che investono le cime di queste montagne. Joe Roberts ha trasportato il materiale. Si può dire che quasi tutti si dettero molto da fare per partecipare a questo grande progetto. I lavori ebbero inizio il 29 dicembre 1979 . I volontari passarono molte serate e tutta l'estate per la realizzazione della Madonna ma anche per creare una strada che potesse portare a Lei. La base della statua è stata versata nel settembre del 1985 con 400 tonnellate di cemento. Il calcestruzzo è stato fornito da un'azienda locale e fu un mezzo dell'esercito a sollevare la statua perché fosse posizionata. Un'emozione unica per tutti coloro che avevano tanto lavorato alla realizzazione di questo progetto! La costruzione è finita il 20 dicembre 1985. Ora La Madonna delle Montagne Rocciose è diventata un'attrazione turistica ei bus si alternano da giugno a settembre senza sosta.



giovedì 25 dicembre 2025

CENTENARIO DELLA NASCITA DI NANNI LOY (1925-1995)

 

    Il 23 ottobre 2025 il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha emesso un francobollo ordinario appartenente alla serie tematica “Le eccellenze del patrimonio culturale italiano” dedicato a Nanni Loy nel centenario della nascita. Il valore facciale corrisponde alla tariffa B pari a 1,30 euro. La tiratura è stata fissata in duecentomilaventicinque esemplari, raccolti in fogli da quarantacinque unità. La vignetta raffigura un ritratto del regista, sceneggiatore e autore televisivo, accompagnato da un cono di luce e da una cinepresa, elementi grafici che richiamano il mondo del cinema e della televisione. Completano l’immagine le legende “NANNI LOY” e “1925 – 1995”, la scritta “ITALIA” e l’indicazione della tariffa. Il bozzetto è stato realizzato da Emanuela L’Abate. La stampa è stata eseguita dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato S.p.A. in rotocalcografia, con l’impiego di cinque colori. La carta utilizzata è bianca, patinata neutra, autoadesiva, con imbiancante ottico e grammatura di 90 g/mq. Il supporto è dotato di adesivo permanente. L’emissione è stata accompagnata da busta primo giorno e da bollettino illustrativo. 



    Nanni Loy, nato a Cagliari nel 1925 e scomparso a Roma nel 1995, è stato regista, sceneggiatore e autore televisivo tra i più significativi del Novecento italiano. Dopo gli studi al Centro Sperimentale di Cinematografia, esordì alla regia negli anni Cinquanta e si affermò con film come Le quattro giornate di Napoli del 1962, dedicato alla rivolta popolare contro l’occupazione nazista, che ottenne riconoscimenti internazionali e fu candidato all’Oscar come miglior film straniero. Realizzò opere di impegno civile e sociale come Detenuto in attesa di giudizio del 1971 con Alberto Sordi, che mise in luce le contraddizioni del sistema giudiziario italiano. Fu autore di programmi televisivi innovativi come Specchio segreto, che introdusse la tecnica della candid camera in Italia, e di trasmissioni che mescolavano umorismo e osservazione critica della società. La sua attività ha contribuito a rinnovare il linguaggio cinematografico e televisivo, con uno stile capace di unire dramma e ironia. La celebrazione filatelica del 2025 si inserisce nel centenario della nascita e riconosce il ruolo di Loy come figura centrale della cultura italiana del Novecento, ricordando la sua capacità di raccontare la realtà sociale e politica del Paese attraverso cinema e televisione e di lasciare un segno duraturo nella memoria collettiva.



ANNE SHIRLEY (1918-1993)

 

    Anne Shirley, nata Dawn Evelyn Paris il 17 aprile 1918 a New York, iniziò la carriera cinematografica da bambina con il nome Dawn O’Day, apparendo in film muti e sonori negli anni Venti e Trenta. Fu una child star molto attiva, con ruoli in produzioni come Sweethearts on Parade e Liliom, e partecipò a numerosi film di supporto. Nel 1934 ottenne il ruolo di Anne in Anne of Green Gables, e il successo del film la spinse a cambiare legalmente il proprio nome in Anne Shirley, che mantenne per tutta la carriera. Negli anni successivi lavorò per la RKO e altre case di produzione, interpretando ruoli giovanili in commedie e drammi. Nel 1937 ricevette una candidatura all’Oscar come miglior attrice non protagonista per Stella Dallas, dove interpretò la figlia di Barbara Stanwyck. Continuò a recitare in film come Steamboat Round the Bend, Make Way for a Lady, Chasing Yesterday, Vogues of 1938, Saturday’s Children, The Devil and Daniel Webster e Murder, My Sweet, collaborando con registi come Jacques Tourneur e attori come Dick Powell, Edward Arnold e altri protagonisti del cinema americano del periodo. 



    La sua carriera comprende oltre quaranta film, attraversando l’evoluzione dell’industria cinematografica dal muto al sonoro fino al secondo dopoguerra. Partecipò anche a produzioni radiofoniche e televisive, ampliando la propria attività artistica. Nel 1940 sposò l’attore John Payne, da cui ebbe una figlia; il matrimonio terminò nel 1950. Successivamente sposò il produttore Adrian Scott, che fu inserito nella lista nera di Hollywood durante il maccartismo; anche questa unione si concluse con un divorzio. Nel 1949 sposò lo sceneggiatore Charles Lederer, nipote di Marion Davies, con cui rimase fino alla morte di lui nel 1976. Dopo la metà degli anni Quaranta ridusse progressivamente le apparizioni cinematografiche e si ritirò definitivamente nel 1949, dedicandosi alla vita privata e alla famiglia. Visse lontana dall’industria cinematografica per oltre quattro decenni. Morì il 4 luglio 1993 a Los Angeles all’età di 75 anni. La sua figura rimane associata alla transizione da attrice bambina a interprete adulta e al riconoscimento critico ottenuto nella fase centrale della carriera, con una candidatura all’Oscar e una filmografia che documenta la sua presenza costante nel cinema americano tra gli anni Venti e Quaranta.



DOVE ANDARONO I SOPRAVVISSUTI DI POMPEI ED ERCOLANO DOPO L'ERUZIONE DEL VESUVIO ?

 

    Le ricerche archeologiche e documentarie indicano che una parte degli abitanti di Pompei ed Ercolano riuscì a lasciare le città prima del collasso finale degli edifici e dell’arrivo dei flussi piroclastici. Le testimonianze epigrafiche, gli atti amministrativi e la presenza di individui identificabili in altre località mostrano che diversi nuclei familiari si reinsediarono in varie città della Campania e dell’Italia romana. Le analisi condotte su iscrizioni rinvenute a Napoli, Cuma, Puteoli, Ostia e Roma attestano la presenza, dopo l’eruzione, di persone originarie delle due città, riconoscibili attraverso nomi, cariche pubbliche e continuità di attività economiche. Alcuni proprietari terrieri risultano attivi in aree agricole non colpite, mentre membri di famiglie pompeiane compaiono in documenti relativi a transazioni fondiarie e a richieste di risarcimento presentate alle autorità imperiali. Le fonti indicano che una parte dei sopravvissuti trovò rifugio presso parenti o comunità collegate da rapporti commerciali preesistenti, mentre altri furono trasferiti in insediamenti organizzati dallo Stato romano. 



    Le analisi dei beni mancanti negli scavi, come cavalli, carri e oggetti di valore, suggeriscono che alcuni abitanti lasciarono le città portando con sé risorse utili alla ricostruzione della propria vita altrove. Le ricerche moderne stimano che almeno duecento persone siano documentabili come sopravvissute attraverso tracce epigrafiche e archeologiche, mentre migliaia potrebbero essersi disperse in centri urbani e rurali della regione. Le testimonianze indicano inoltre che alcuni individui tornarono temporaneamente nell’area dopo l’eruzione per recuperare beni o verificare lo stato delle proprietà, prima che la zona fosse dichiarata inabitabile. Le ricostruzioni basate su percorsi stradali e distanze mostrano che i sopravvissuti si diressero principalmente verso nord e nord-ovest, seguendo le vie che collegavano Pompei e Ercolano ai centri maggiori della Campania e del Lazio.



martedì 23 dicembre 2025

SCUDELA: IL MULO EROE DECORATO CON LA MEDAGLIA D'ORO AL VALOR MILITARE

 

    Scudela fu un mulo impiegato dagli Alpini nella Prima Guerra Mondiale e fu decorato con la Medaglia d’Oro al Valor Militare; la sua effigie in bronzo, opera dello scultore Pietro Canonica, è collocata davanti alla Fortezzuola di Villa Borghese a Roma. Scudela era il mulo di una batteria di montagna degli Alpini impiegata sui fronti alpini durante la guerra 1915‑1918; veniva utilizzato per il trasporto di materiali, munizioni e di un piccolo pezzo d’artiglieria sui sentieri di montagna, operando in condizioni di neve, pendenze ripide e sotto il fuoco nemico; la sua resistenza e l’attitudine al servizio lo resero celebre tra i reparti che lo impiegavano. Al termine del conflitto Scudela venne ricordato come esempio di fedeltà e valore del bestiame da soma impiegato in guerra; in seguito alla guerra lo scultore Pietro Canonica realizzò una statua in bronzo raffigurante il mulo, intitolata L’Umile Eroe o Scudela, che fu donata dall’artista al Comune di Roma nel 1940 e collocata di fronte alla Fortezzuola, sede dello studio dell’autore e oggi sede del Museo Pietro Canonica. 



    La scultura rappresenta il mulo in atteggiamento naturale, con finimenti e attrezzature da servizio, e fu concepita come monumento commemorativo agli animali da soma e al loro ruolo nel conflitto; nel 1957 alla statua del mulo fu affiancata un’altra scultura di Canonica raffigurante un alpino in vedetta, creando un complesso monumentale dedicato all’Alpino e all’Umile Eroe. La collocazione a Villa Borghese è documentata negli archivi comunali e nelle schede del catalogo dei beni culturali, che registrano la donazione, la data di collocamento e le caratteristiche materiali dell’opera; la figura di Scudela è citata in pubblicazioni locali e in guide storiche come simbolo della partecipazione degli animali al servizio militare e come esempio di memoria civile della Grande Guerra. La denominazione “Scudela” e l’attribuzione della Medaglia d’Oro al Valor Militare sono riportate nelle descrizioni del monumento e nella tradizione commemorativa legata all’opera di Canonica, che ha contribuito alla diffusione della memoria del mulo come “umile eroe” tra i visitatori e nelle iniziative culturali dedicate alla Prima Guerra Mondiale.



USO MILITARE DEI DIRIGIBILI ITALIANI DURANTE LA GUERRA ITALO-TURCA (1911-1912)

 

    I dirigibili italiani P2 e P3 furono impiegati nella guerra italo‑turca (1911‑1912) per ricognizione, bombardamento e rilievi fotografici; i due semirigidi effettuarono complessivamente 128 missioni e realizzarono un rilievo fotografico di Tripoli composto da circa 500 immagini. Nel corso del conflitto la Sezione Aerostatica italiana inviò in Libia dirigibili semirigidi del tipo indicato come P.2 e P.3, che furono sgonfiati, smontati e imbarcati a Napoli sul piroscafo Toscana per essere trasferiti a Tripoli dove era in costruzione un aeroscalo con due aviorimesse; durante il trasferimento e i lavori di allestimento una violenta libecciata del 16 dicembre 1911 distrusse gli hangar in costruzione e danneggiò gli involucri, ma le riparazioni furono eseguite e i mezzi poterono effettuare ascensioni di prova. I dirigibili impiegati furono utilizzati in operazioni di esplorazione, ricognizione fotografica e bombardamento; il personale che li armò e li condusse era composto da elementi misti della Marina e dell’Esercito, con coordinamento operativo che permise l’impiego a supporto delle operazioni terrestri italiane in Cirenaica e Tripolitania. 



    Durante il periodo operativo i P.2 e P.3 completarono un totale di 128 missioni complessive; tra le attività svolte figurano ricognizioni aeree per individuare posizioni nemiche, osservazione dei movimenti delle truppe ottomane, guida dell’artiglieria e lanci di bombe leggere su obiettivi terrestri; le ascensioni venivano condotte cercando di mantenere i dirigibili al di fuori del raggio efficace del fuoco nemico, operazione che risultò generalmente possibile grazie all’altitudine e alla mobilità degli aerostati. I dirigibili eseguirono anche rilievi fotografici sistematici: fu realizzato un rilievo di Tripoli in scala 1:2000 composto da circa 500 fotografie formato 13×18 che coprivano un’area di circa 11 km², impiego che fornì mappe e informazioni cartografiche utili per le operazioni di sbarco e per la pianificazione delle azioni terrestri. L’impiego dei dirigibili nella guerra italo‑turca rappresentò la prima applicazione bellica sistematica di aerostati da parte delle forze armate italiane; oltre ai semirigidi P.2 e P.3, le forze italiane disponevano di altri aerostati di dimensioni variabili (modelli P, M e Parseval 17) che furono impiegati in funzione di supporto e ricognizione durante il conflitto, contribuendo all’evoluzione delle tecniche di guerra aerea e alla successiva organizzazione dell’aviazione militare italiana.




TRANSATLANTICO "CONTE BIANCAMANO"

 

    Il transatlantico Conte Biancamano fu costruito nel 1925 nei cantieri William Beardmore and Company di Dalmuir, Scozia, per il Lloyd Sabaudo e battezzato in onore di Umberto I; varato il 23 aprile 1925, fu consegnato il 7 novembre e compì il primo viaggio di linea il 20 novembre 1925 sulla rotta Genova–Napoli–New York. Progettato come nave passeggeri di lusso per la migrazione e il traffico transatlantico, era considerato all’epoca una delle più grandi e moderne unità italiane, con registrazione a Genova e iscrizione al Registro RINA numero 1910; l’identificativo radio iniziale fu NJVE, poi IBCI in anni successivi. Durante la sua carriera civile operò per il Lloyd Sabaudo (1925–1932), per le compagnie riunite Italia di Navigazione e Flotte Riunite in vari periodi e per il Lloyd Triestino (1937–1940), svolgendo anche servizi verso il Sud America e l’Estremo Oriente. Nel corso della Seconda guerra mondiale la nave fu catturata e requisita dagli Stati Uniti: entrata in servizio nella US Navy come trasporto truppe con la matricola AP‑54 e ribattezzata USS Hermitage, fu impiegata intensamente dal 1942 al 1947 per il trasporto di militari alleati attraverso l’Atlantico e altre rotte operative. 



    Al termine del servizio militare la nave fu restituita all’Italia nel 1947 e riassunse il nome Conte Biancamano, riprendendo attività di linea civile sotto la gestione di società di navigazione italiane fino agli anni Cinquanta; subì un ammodernamento nel 1948. Negli anni successivi la sua proprietà e gestione passarono più volte tra società italiane e, dopo il progressivo declino del traffico passeggeri d’epoca, la nave fu disarmata e avviata alla demolizione a La Spezia; lo smantellamento portò al recupero di elementi significativi dell’allestimento, tra cui il ponte di comando con strumentazione e la sala da ballo della prima classe, che furono acquisiti e ricostruiti nel Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia di Milano dove costituiscono oggi una testimonianza storica dell’unità. Tra le informazioni tecniche e amministrative registrate figurano il numero IMO 5606334 e l’uso di diversi codici di chiamata radio nel corso della vita operativa; la nave è ricordata come una delle grandi unità passeggeri italiane del primo Novecento e come l’unico transatlantico originale in Italia di cui siano conservati elementi strutturali e arredi musealizzati.




domenica 21 dicembre 2025

TRENTENNALE DELLA CANZONE "CON TE PARTIRO'"

 

    Il francobollo italiano dedicato ai 30 anni della canzone Con te partirò è stato emesso il 23 ottobre 2025 come valore ordinario della serie tematica “Le Eccellenze del patrimonio culturale italiano”. L’emissione consiste in un singolo francobollo inserito in foglietto, con tiratura di 160.000 esemplari. L’indicazione tariffaria è “A”, corrispondente a 3 euro. Il francobollo misura 48 x 40 mm, è stampato su carta bianca patinata neutra autoadesiva con imbiancante ottico e presenta dentellatura 9 ottenuta tramite fustellaturaprotofilia.it. 



    La vignetta riproduce un particolare del testo della canzone, focalizzato sull’inciso, con sfondo monocromatico bordeaux su cui compaiono un uccello in volo e un pentagramma tratto dallo spartito originale. Completano il disegno la legenda “30 ANNI”, la scritta “ITALIA” e l’indicazione tariffaria. Il foglietto contiene un solo esemplare e mantiene la stessa impostazione grafica, con continuità cromatica e iconografica rispetto al francobollo. La celebrazione ricorda il trentesimo anniversario della canzone Con te partirò, presentata da Andrea Bocelli al Festival di Sanremo del 1995 e divenuta uno dei brani italiani più conosciuti a livello internazionale. 



    Il successo del brano, composto da Francesco Sartori con testo di Lucio Quarantotto, si consolidò negli anni successivi grazie alla diffusione mondiale e alle numerose reinterpretazioni. La versione in duetto Time to Say Goodbye, incisa con Sarah Brightman nel 1996, contribuì ulteriormente alla notorietà globale del brano, che raggiunse i vertici delle classifiche in diversi Paesi. La canzone è stata utilizzata in eventi pubblici, cerimonie ufficiali e produzioni audiovisive, diventando un simbolo della musica italiana contemporanea. L’emissione filatelica del 2025 si inserisce nel quadro delle celebrazioni nazionali dedicate alle opere che hanno contribuito alla diffusione della cultura italiana nel mondo, riconoscendo al brano un ruolo significativo nella storia musicale recente e nella valorizzazione dell’immagine artistica del Paese.



SANTA GIANNA BERETTA MOLLA (1922-1962)

 

    Gianna Beretta Molla nacque a Magenta il 4 ottobre 1922 in una famiglia cattolica numerosa e profondamente religiosa, con radici veneziane e una lunga tradizione ecclesiastica. Fu la decima di tredici figli, otto dei quali sopravvissuti, e tre dei suoi fratelli intrapresero la vita religiosa. Ricevette il battesimo il giorno stesso della nascita e crebbe in un ambiente segnato da pratiche religiose costanti. Durante l’infanzia e l’adolescenza visse tra Magenta, Bergamo e Genova, seguendo gli spostamenti familiari dovuti a lutti e necessità. Frequentò scuole cattoliche e partecipò attivamente alla vita parrocchiale, maturando una formazione spirituale rigorosa. Tornata a Magenta nel 1942, si iscrisse alla facoltà di Medicina e Chirurgia, studiando tra Milano e Pavia, dove si laureò nel 1949. Aprì un ambulatorio a Mesero e nel 1952 si specializzò in pediatria, esercitando la professione con particolare attenzione agli aspetti umani e spirituali del rapporto medico-paziente. 



    Parallelamente svolse attività nell’Azione Cattolica e nelle opere caritative locali. Il 24 settembre 1955 sposò l’ingegnere Pietro Molla e si trasferì a Pontenuovo di Magenta, dove divenne responsabile del consultorio materno-infantile e prestò assistenza volontaria nelle scuole. Ebbe tre figli tra il 1956 e il 1959. Nel 1961, durante una nuova gravidanza, le fu diagnosticato un fibroma uterino; prima dell’intervento chiese ai medici di salvare il bambino. Portò a termine la gestazione e il 21 aprile 1962 nacque la figlia Emanuela, ma Gianna sviluppò una grave peritonite e morì il 28 aprile 1962 a 39 anni. Fu sepolta a Mesero. La causa di beatificazione iniziò nel 1972 e nel 1991 fu dichiarata venerabile. Il 24 aprile 1994 fu proclamata beata e nel 2004 santa, dopo il riconoscimento di un miracolo avvenuto in Brasile nel 2000, riguardante la sopravvivenza di una bambina nata in condizioni cliniche ritenute incompatibili con la vita. La sua memoria liturgica è il 28 aprile e la sua tomba a Mesero è meta di pellegrinaggi. A lei sono dedicati un santuario e diverse iniziative di culto e studio.



LA SCUOLA PER DIVENTARE UN PERFETTO BABBO NATALE

 

    La figura di Babbo Natale, così radicata nell’immaginario collettivo statunitense, non è soltanto un simbolo festivo, ma anche una vera e propria professione che richiede preparazione, cura e una certa disciplina. Negli Stati Uniti, dove la tradizione natalizia assume dimensioni quasi rituali, esiste da quasi un secolo un’istituzione dedicata a formare interpreti capaci di incarnare in modo credibile lo spirito del personaggio: la Charles W. Howard Santa Claus School, fondata nel 1937 in Michigan. La scuola nacque dall’intuizione di Charles W. Howard, un contadino che, osservando Babbi Natale improvvisati con abiti trasandati e barbe poco curate, decise di creare un percorso strutturato per restituire dignità e professionalità a questa figura tanto amata. Nel tempo, l’istituto è diventato un punto di riferimento internazionale, accogliendo ogni anno centinaia di aspiranti Santa Claus provenienti da diversi Paesi. Il programma formativo è sorprendentemente molto articolato. 



    Si studiano tecniche di respirazione e postura per sostenere lunghe ore di interazione con il pubblico, elementi di dizione per modulare la voce in modo caldo e rassicurante, nozioni di psicologia infantile per comprendere e gestire le emozioni dei bambini, oltre a competenze più pratiche come la cura di una barba naturale e persino l’alimentazione delle renne, parte integrante del mito. Non mancano lezioni dedicate al linguaggio dei segni, per rendere l’esperienza inclusiva anche per i bambini con difficoltà uditive. L’ammissione non richiede requisiti formali particolarmente rigidi, ma una corporatura robusta, una barba bianca autentica e una risata convincente possono facilitare il percorso. Corsi simili sono nati anche in altri Paesi, Italia compresa, a dimostrazione di quanto la figura di Babbo Natale sia diventata un patrimonio culturale condiviso. Le attività della scuola includono anche momenti di movimento e danza di gruppo, utili a sviluppare presenza scenica, coordinazione e capacità di coinvolgimento. In questo modo, l’aspirante Santa Claus non impara soltanto a indossare un costume, ma a interpretare un ruolo che richiede empatia, dedizione e un’autentica capacità di trasmettere gioia.



venerdì 19 dicembre 2025

GEMMOLOGIA E MINERALOGIA: AMAZZONITE

 

    L’amazzonite è una varietà verde o blu‑verde del feldspato microclino, appartenente al gruppo dei tectosilicati e caratterizzata da formula chimica KAlSi₃O₈. Cristallizza nel sistema triclino e presenta abito prismatico, sfaldatura perfetta, frattura irregolare e tenacità fragile. La durezza è compresa tra 6 e 6,5 nella scala Mohs, la lucentezza è vitrea o talvolta madreperlacea, la striscio è bianco e la densità varia tra 2,56 e 2,58 g/cm³Wikipedia. È generalmente traslucida o opaca e mostra fluorescenza ultravioletta debole di colore verde oliva. La colorazione è attribuita alla presenza di tracce di piombo e acqua nella struttura cristallina, responsabili delle tonalità che vanno dal verde intenso al turchese. Il minerale è polimorfo dell’ortoclasio e appartiene alla serie dei feldspati alcalini. Il nome deriva dal Rio delle Amazzoni, sebbene non siano presenti giacimenti nella regione amazzonica; la denominazione fu introdotta nel XIX secolo in seguito al ritrovamento di pietre verdi attribuite erroneamente a questo minerale. 



    Le località più note includono le Montagne Ilmen in Russia, il Colorado e la Virginia negli Stati Uniti, il Brasile, il Madagascar e il Canadacrystalance.com. Si rinviene in pegmatiti granitiche ricche in feldspati e quarzo, spesso associata ad albite e microclino, e può formarsi in cristalli isolati o in masse compatte. L’amazzonite è stata utilizzata come materiale ornamentale e gemma, impiegata per cabochon, perline e oggetti decorativi grazie alla sua colorazione uniforme e alla facilità di lavorazione. È considerata moderatamente rara in qualità gemma, mentre è più comune come minerale da collezione. La sua radioattività naturale è dovuta alla presenza di potassio, che contiene una piccola percentuale dell’isotopo K‑40Wikipedia. Le prime descrizioni mineralogiche risalgono al 1847, quando fu classificata come varietà di microclino da A. Breithaupt. Oggi è studiata per la particolare struttura reticolare dei feldspati triclinici e per i meccanismi di colorazione legati agli ioni metallici.



GATLING: L'ANTENATA DELLA MITRAGLIATRICE

 

    La Gatling gun fu ideata da Richard Jordan Gatling nel 1861 e brevettata nel 1862 come arma a fuoco rapido dotata di più canne rotanti azionate manualmente tramite una manovella. Il meccanismo prevedeva che ogni canna completasse ciclicamente le fasi di caricamento, sparo ed espulsione durante la rotazione, permettendo un raffreddamento più efficace rispetto alle armi a canna singola. I primi modelli utilizzavano cartucce metalliche ricaricabili, poi sostituite da cartucce in carta e infine da cartucce in ottone, che migliorarono l’affidabilità. L’alimentazione avveniva inizialmente tramite un caricatore a gravità montato sopra l’arma; nel 1881 fu introdotto il sistema Bruce, composto da due colonne di cartucce che consentivano un flusso continuo. Le versioni successive raggiunsero cadenze di tiro superiori a 400 colpi al minuto, e sperimentazioni con motori elettrici permisero di superare i 1000 colpi al minuto, anticipando il principio dei moderni cannoni rotanti. L’arma fu impiegata per la prima volta durante la Guerra Civile Americana, sebbene in quantità limitate, e successivamente in numerosi conflitti del XIX secolo. 



    Fu utilizzata nelle guerre indiane, nella guerra anglo-zulu, nella guerra russo-turca, nella guerra del Pacifico, nella ribellione dei Boxer, nella guerra ispano-americana e nella guerra filippino-americana. Diversi eserciti stranieri, tra cui quelli di Russia, Regno Unito, Giappone, Egitto, Perù e Argentina, adottarono vari modelli dell’arma, impiegandola sia in contesti terrestri sia navali. Negli Stati Uniti fu usata anche da milizie e forze di sicurezza durante scioperi e rivolte industriali. I modelli prodotti tra il 1893 e il 1903, con sei o dieci canne, utilizzavano cartucce .30 Army e potevano essere montati su affusti campali o su installazioni navali. L’esercito statunitense dichiarò la Gatling obsoleta nel 1911 dopo decenni di servizio, sostituendola con mitragliatrici a canna singola più leggere e automatizzate. Il principio delle canne rotanti cadde in disuso fino alla metà del XX secolo, quando fu ripreso per armi aeronautiche ad alta cadenza come la Minigun e il cannone M61 Vulcan, che applicavano lo stesso concetto con alimentazione elettrica e materiali moderni, rappresentando l’evoluzione diretta dell’idea originaria di Gatling.




ANNE JEFFREYS (1923-2017)

 

    Anne Jeffreys, nata Annie Jeffreys Carmichael nel 1923 a Goldsboro, iniziò la carriera come soprano grazie a una borsa di studio della New York Municipal Opera Company, interpretando ruoli principali e cantando anche al Carnegie Hall. Parallelamente lavorò come modella per l’agenzia John Robert Powers e fu scelta per un musical che attirò l’attenzione degli studios hollywoodiani. Debuttò al cinema nel 1942 e negli anni Quaranta apparve in numerose produzioni RKO e Republic, tra cui I Married an Angel, Step Lively con Frank Sinatra, Zombies on Broadway, Riffraff e diversi western. Ottenne notorietà interpretando Tess Trueheart nei film dedicati a Dick Tracy e recitò nel film Dillinger del 1945 nel ruolo della compagna del celebre criminale. Con il rallentamento delle offerte cinematografiche si dedicò al teatro musicale, partecipando a Street Scene, Kiss Me, Kate, My Romance e Three Wishes for Jamie, consolidando la reputazione di interprete versatile capace di unire canto e recitazione. 



    Dal 1953 al 1955 interpretò Marion Kerby nella serie televisiva Topper insieme al marito Robert Sterling, con cui apparve anche in special musicali televisivi come The Merry Widow e Dearest Enemy. Negli anni successivi prese parte a numerose serie televisive, tra cui Wagon Train, Love, American Style, Murder, She Wrote, L.A. Law, e fu candidata al Golden Globe per il ruolo in The Delphi Bureau. Ebbe ruoli ricorrenti in Finder of Lost Loves, Falcon Crest, Baywatch e soprattutto in General Hospital e Port Charles, dove interpretò Amanda Barrington dal 1984 al 2004. Partecipò anche a produzioni di fantascienza come Battlestar Galactica e Buck Rogers. Nel 1945 sposò Joseph Serena, matrimonio annullato nel 1949; nel 1951 sposò Robert Sterling, da cui ebbe tre figli e con cui rimase fino alla morte di lui nel 2006. Nel 1956 perse la madre in un incidente domestico. Jeffreys, di fede battista, morì a Los Angeles nel 2017 all’età di 94 anni. Nel corso della carriera ricevette vari riconoscimenti, tra cui una stella sulla Hollywood Walk of Fame nel 1960, il Golden Boot Award nel 1997 e il Living Legacy Award nel 1998.



mercoledì 17 dicembre 2025

RAZIONALISMO ITALIANO: CITTA' DI GUIDONIA (1937)

 

    Il francobollo dedicato alla Città di Guidonia è stato emesso il 21 ottobre 2025 dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy come parte della serie tematica “Patrimonio naturale e paesaggistico”. Si tratta di un francobollo ordinario con indicazione tariffaria B, pari a 1,30 euro, stampato dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato S.p.A. in rotocalcografia a quattro colori su carta bianca, patinata neutra, autoadesiva, con imbiancante ottico e grammatura di 90 g/mq, supportata da carta Kraft monosiliconata da 80 g/mq. La tiratura è stata fissata in 200.025 esemplari, distribuiti in fogli da 45 unità. Le dimensioni del francobollo sono di 30 x 40 mm, con dentellatura realizzata tramite fustellatura a passo 11. La vignetta, ideata dal bozzettista Adriano Faeti, raffigura in grafica stilizzata lo skyline di Piazza Matteotti, progettata negli anni Trenta, centro nevralgico della città, con la Torre Civica e il Municipio, esempi della razionalità urbanistica del Novecento. Completano il disegno la legenda “CITTÀ DI GUIDONIA”, la scritta “ITALIA” e l’indicazione tariffaria “B”. 



    La celebrazione attraverso il francobollo richiama la storia e l’identità di Guidonia Montecelio, città situata nella provincia di Roma, che deve il suo nome al generale Alessandro Guidoni, pioniere dell’aeronautica italiana morto nel 1928 durante un collaudo. La città fu istituita ufficialmente nel 1937 e si sviluppò come centro legato all’aeronautica militare e alle attività industriali connesse. Piazza Matteotti, raffigurata nel francobollo, rappresenta il cuore urbanistico della città, progettata negli anni Trenta secondo i criteri dell’architettura razionalista, con edifici pubblici e spazi civici che riflettono l’idea di modernità e funzionalità tipica del periodo. La Torre Civica e il Municipio sono simboli della città e testimoniano l’impianto urbanistico voluto in epoca fascista per creare un centro ordinato e rappresentativo. Guidonia è oggi uno dei comuni più popolosi della provincia di Roma e conserva un ruolo importante per la presenza di infrastrutture militari e civili, oltre che per il patrimonio paesaggistico e naturale che ne caratterizza il territorio. 



YASUTOMO OKA (1983)

 

    Yasutomo Oka è nato nel 1983 a Komaki, nella prefettura di Aichi in Giappone. Dopo gli studi iniziali, si iscrisse alla Tama Art University di Tokyo, dove si laureò nel 2006. Fin dai primi anni di formazione si orientò verso la pittura ad olio, sviluppando una tecnica iperrealista che lo rese noto per la capacità di creare opere difficilmente distinguibili da fotografie. La sua produzione si concentra soprattutto su ritratti femminili, realizzati con grande precisione e cura dei dettagli, in cui utilizza modelli reali come base di partenza, ma tende a idealizzarne i tratti durante il processo creativo. Ogni dipinto richiede un tempo di esecuzione che può arrivare a un mese, dato l’estremo livello di accuratezza. Le sue opere raffigurano spesso donne in abiti tradizionali giapponesi come kimono ornati da motivi floreali e accessori per capelli, collocate su sfondi di carta da parati elaborata o ambienti domestici. In altri casi i soggetti indossano abiti moderni e sono ritratti in interni, talvolta vicino a finestre, oppure inseriti in scenari naturali come giardini o foreste, con atmosfere suggestive che includono elementi simbolici, ad esempio un gufo bianco in un bosco autunnale. 



    La sua attività espositiva ha avuto diffusione internazionale, con opere presentate in gallerie e piattaforme d’arte contemporanea. Tra i lavori noti figurano titoli come Illusion Player del 2011, View of Eternity dello stesso anno, A Girl del 2014, Azure del 2015 e Light of Serenity del 2021, oltre a numerosi ritratti venduti in aste internazionali. La sua produzione è stata documentata da gallerie online come The Gallerist, Artpeople Gallery e Artelandia, che ne hanno sottolineato la precisione tecnica e la capacità di rendere la pelle, i tessuti e gli sfondi con un realismo fotografico. Oka non possiede un sito ufficiale, ma mantiene una presenza sui social network, in particolare Facebook e Twitter, dove condivide immagini delle sue opere. La sua carriera ha consolidato la reputazione di artista iperrealista giapponese di rilievo, con un corpus di lavori che testimonia un percorso coerente e riconoscibile, caratterizzato dall’uso esclusivo della pittura a olio e da una costante attenzione alla resa minuziosa dei dettagli.




LA REGIA AZIENDA MONOPOLIO BANANE (RAMB) E LA REPUBBLICA DELLE BANANE

 

    La Regia Azienda Monopolio Banane, nota con l’acronimo RAMB, fu un ente statale italiano creato nel 1935 per gestire in regime di monopolio il trasporto e la commercializzazione delle banane provenienti dalle concessioni agricole della Somalia italiana, in particolare nelle aree di Genale e del Giuba. La coltivazione della banana divenne centrale dopo la crisi del cotone seguita alla depressione del 1929, che ne dimezzò il prezzo. Prima della costituzione della RAMB, il commercio era affidato a società private che offrivano il prodotto a costi elevati, con scarsa qualità e quantità insufficienti, rendendolo un bene marginale. L’azienda fu istituita con R.D.L. del 2 dicembre 1935 n. 2085, sotto il controllo del Ministero delle Colonie, e nel 1937 Enrico Cibelli fu nominato presidente del Consiglio di Amministrazione. La sede principale era a Genova, con uffici dedicati a funzioni commerciali, marittime, industriali, di personale, propaganda, affari generali, economato e cassa. Agenzie furono aperte in città italiane come Roma, Napoli, Venezia, Trieste, Fiume e Ancona e in Africa Orientale a Merca, Mogadiscio, Chisimaio e Massaua. Il personale di terra contava 180 unità e quello navigante 242. L’azienda costruì depositi nelle principali città italiane e dal 1937 commissionò quattro moderne bananiere, RAMB I, RAMB II, RAMB III e RAMB IV, che durante la guerra furono convertite in navi militari per la Regia Marina. 



    Alla flotta appartenevano anche tre motonavi gemelle costruite tra il 1933 e il 1934: Capitano Bottego, Capitano Antonio Cecchi e Duca degli Abruzzi. Solo la RAMB III sopravvisse al conflitto, catturata dalle truppe jugoslave e trasformata nel 1948 nello yacht presidenziale Galeb del maresciallo Tito. Gran parte delle altre unità rimase bloccata in Africa Orientale e andò perduta con la caduta della colonia. Nel 1939, ultimo anno di normalità prima della guerra, il consumo di banane in Italia raggiunse i 450.000 quintali. Dopo il conflitto la RAMB fu sciolta, ma l’Italia mantenne una protezione tariffaria doganale per le banane somale fino agli anni Sessanta. Successivamente l’ente continuò come Azienda Monopolio Banane, concedendo zone esclusive a operatori privati. Nel 1963 scoppiò lo scandalo delle banane (Repubblica delle banane), legato alla corruzione durante il rinnovo delle concessioni, con l’arresto del presidente Franco Bartoli Avveduti, del segretario Alessandro Lenzi e di vari concessionari, tra cui Angelo Tonini, Angelo Panattoni, Cherubino Pagni, Diego Sartori, Antonio Bignami e Bartolo Saccà. Il processo coinvolse 124 concessionari e dirigenti dell’AMB, con richieste di pene fino a 10 anni, ma si concluse con condanne lievi e l’abolizione dell’azienda. Attualmente la produzione somala non è più destinata all’esportazione ma al solo consumo interno.è più destinata all’esportazione ma al solo consumo interno.




lunedì 15 dicembre 2025

ZOG I : RE D'ALBANIA (1895-1961)

 

    Ahmet Lekë Bej Zog nacque l’8 ottobre 1895 nel castello di Burgajet, nel distretto di Mat, da Xhemal Pasha Zogolli e Sadije Toptani. La famiglia, di nobiltà tribale e feudale, aveva ottenuto titoli dall’Impero ottomano e vantava legami con il casato degli Skanderbeg. Educato al liceo imperiale di Galatasaray a Costantinopoli, entrò nell’esercito austro-ungarico come colonnello, rientrando in Albania nel 1919 dopo la dissoluzione dell’Impero. Succedette al padre come bey di Mat e capo del clan Gheg. Nel 1920 fu ministro dell’interno e governatore di Scutari, poi comandante in capo delle forze armate. Nel 1922 divenne primo ministro, carica che mantenne fino al 1924, quando una rivolta guidata da Fan Noli lo costrinse all’esilio. Con l’appoggio italiano e di reparti zaristi rientrò nello stesso anno, consolidando il potere. Il 21 gennaio 1925 fu eletto presidente della Repubblica Albanese, assumendo la carica il 1º febbraio. Durante la presidenza introdusse riforme sociali e amministrative, abolì gradualmente la servitù e rafforzò i rapporti con l’Italia, che fornì prestiti e influenza sulle finanze. Il 1º settembre 1928 si proclamò Re degli Albanesi con il nome di Zog I Scanderbeg III, istituendo una monarchia costituzionale. Creò una polizia centrale, introdusse un saluto ufficiale e attribuì titoli regali ai familiari. 



    La madre fu dichiarata Regina Madre, le sorelle principesse e il fratello principe. Consolidò il sistema educativo nazionale e istituì una moneta cartacea sostenuta da riserve d’oro e pietre preziose. Nel 1931 sopravvisse a un attentato a Vienna. Negli anni Trenta l’Albania divenne sempre più dipendente dall’Italia, soprattutto durante la Grande depressione. Il 27 aprile 1938 sposò la contessa Géraldine Apponyi de Nagyappony, dalla quale ebbe un figlio, Leka, nato il 5 aprile 1939. Due giorni dopo, il 7 aprile, l’Italia invase l’Albania e Vittorio Emanuele III assunse il titolo di Re d’Albania. Zog e la famiglia fuggirono in esilio, soggiornando in Grecia, Turchia, Gran Bretagna, Egitto e infine Francia. Nel 1951 acquistò la residenza Knollwood a Long Island, che vendette nel 1955. Visse poi in Costa Azzurra, in ristrettezze economiche. Morì il 9 aprile 1961 a Suresnes e fu sepolto a Thiais, fino al trasferimento dei resti nel 2012 al Mausoleo della famiglia reale a Tirana. Durante la guerra la resistenza realista ebbe scarso successo e il Paese entrò nella sfera sovietica con il regime comunista di Enver Hoxha. Zog continuò dall’esilio a rivendicare il trono fino alla morte. Nel 1997 il figlio Leka promosse un referendum per la restaurazione monarchica, che vide prevalere la repubblica.