Il terremoto della Marsica del 13 gennaio 1915 fu uno dei più gravi disastri naturali della storia italiana contemporanea. La scossa principale si verificò alle 7 e 52 del mattino, con una magnitudo stimata intorno a 7.0 e un’intensità distruttiva elevatissima. L’epicentro fu localizzato nell’area del Fucino, tra Avezzano, Pescina e i centri della Marsica abruzzese, allora densamente abitati e caratterizzati da edilizia fragile. Avezzano fu quasi completamente rasa al suolo, con una percentuale di distruzione superiore al novanta per cento. Il bilancio umano fu drammatico: le vittime furono circa trentamila, concentrate soprattutto nei piccoli comuni, dove intere famiglie rimasero sepolte sotto le macerie. Il sisma fu avvertito in gran parte dell’Italia centrale e meridionale, da Roma a Napoli, provocando danni anche lontano dall’epicentro.
Le condizioni climatiche invernali, con temperature rigide e neve, aggravarono ulteriormente la situazione dei superstiti, molti dei quali rimasero per giorni senza riparo, assistenza medica o viveri. I soccorsi furono lenti e difficoltosi a causa delle strade distrutte, delle comunicazioni interrotte e della scarsità di mezzi disponibili, aggravata dalla contemporanea partecipazione dell’Italia alla Prima guerra mondiale. L’intervento dell’esercito e delle organizzazioni di soccorso arrivò progressivamente, ma non riuscì a evitare un numero elevatissimo di morti per ferite, freddo e infezioni. Il terremoto della Marsica ebbe profonde conseguenze sociali ed economiche, accelerando lo spopolamento di molte aree e imponendo una ricostruzione lunga e complessa. L’evento contribuì anche a una maggiore attenzione istituzionale verso la prevenzione sismica e la sicurezza edilizia, pur senza produrre risultati immediati e strutturali.
