L’iniziativa Oro alla Patria fu una mobilitazione nazionale organizzata dal regime fascista il 18 dicembre 1935, durante la guerra d’Etiopia e nel pieno delle sanzioni economiche imposte dalla Società delle Nazioni dopo l’attacco italiano del 3 ottobre. Le sanzioni, entrate in vigore il 18 novembre, limitarono l’esportazione di prodotti italiani e l’importazione di materiali utili allo sforzo bellico, creando difficoltà economiche e un forte impatto propagandistico. La Giornata della fede fu istituita per invitare la popolazione a donare oggetti d’oro allo Stato, in particolare le fedi nuziali, che venivano sostituite con anelli di ferro recanti la data dell’iniziativa. La cerimonia principale si svolse all’Altare della Patria a Roma, dove la regina Elena consegnò per prima la propria fede e quella del re, seguita da Rachele Mussolini, che donò anche gioielli ricevuti dal marito. A Roma furono raccolti oltre 250.000 anelli, mentre a Milano ne furono consegnati circa 180.000. Parteciparono esponenti della famiglia reale, gerarchi fascisti, personalità culturali e scientifiche come Guglielmo Marconi, Luigi Pirandello e Gabriele D’Annunzio, oltre a rappresentanti di associazioni sportive che donarono trofei, tra cui la prima Coppa Italia vinta dal Vado.
Le gerarchie ecclesiastiche invitarono il clero a contribuire e molte parrocchie organizzarono raccolte locali. Tra i pochi oppositori noti vi fu il principe Filippo Andrea VI Doria Pamphilj, che rifiutò di consegnare la fede insieme alla moglie; in risposta, il regime modificò temporaneamente il nome del vicolo adiacente al palazzo di famiglia in Via della Fede, ripristinato dopo la Liberazione. Complessivamente furono raccolte 37 tonnellate d’oro e 115 d’argento, dichiarate destinate alla Zecca dello Stato come patrimonio nazionale. Due brocche colme di fedi nuziali furono ritrovate nel 1945 tra i beni dei gerarchi in fuga con Mussolini, nel cosiddetto tesoro di Dongo. L’iniziativa fu accompagnata da cerimonie pubbliche, manifesti, discorsi ufficiali e una capillare partecipazione organizzata dalle strutture del regime, che utilizzò l’evento per rafforzare il consenso interno e presentare la mobilitazione come risposta collettiva alle misure internazionali contro l’Italia. La raccolta coinvolse amministrazioni locali, enti assistenziali, associazioni femminili e organizzazioni giovanili, che coordinarono la consegna degli oggetti e la distribuzione degli anelli di ferro, contribuendo alla diffusione capillare dell’iniziativa su tutto il territorio nazionale.
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