Sibilla Aleramo, pseudonimo di Marta Felicina Faccio, nacque ad Alessandria nel 1876. Cresciuta in una famiglia borghese, visse un’infanzia segnata dal trasferimento a Civitanova Marche e dalla malattia mentale della madre, culminata nel suo ricovero e morte. A quindici anni fu vittima di violenza da parte di un impiegato della fabbrica paterna, che fu costretta a sposare. La sua vita coniugale fu oppressiva, e trovò sollievo temporaneo nella maternità. Iniziò a scrivere articoli su riviste letterarie e femministe, impegnandosi attivamente nel movimento per l’emancipazione femminile. Collaborò con intellettuali come Maria Montessori, Giovanni Cena e Anna Kuliscioff, e fu direttrice del settimanale socialista “L’Italia femminile”. Nel 1902 lasciò marito e figlio per trasferirsi a Milano, dove iniziò una relazione con Cena e scrisse il romanzo autobiografico “Una donna”, pubblicato nel 1906, che racconta la sua esperienza personale e la lotta per l’autonomia femminile.
Il libro ebbe grande successo internazionale. Continuò l’attività femminista, promuovendo scuole serali per contadini e contadine, ma si distaccò dal movimento, ritenendolo superato. Ebbe relazioni sentimentali con figure come Lina Poletti, Dino Campana, Vincenzo Cardarelli, Giovanni Papini e Salvatore Quasimodo. La relazione con Campana fu particolarmente tormentata. Negli anni ’20 e ’30 pubblicò poesie e prose, tra cui “Momenti”, “Endimione” e “Amo dunque sono”. Dopo una fase di opposizione al fascismo, nel 1929 fu ammessa all’Accademia d’Italia e aderì a un’associazione fascista, ma nel 1943 rifiutò di trasferirsi a Salò. Dopo la guerra si iscrisse al PCI e collaborò con “l’Unità”. Morì a Roma nel 1960. Ebbe tre incontri con il figlio Walter, il primo nel 1933, l’ultimo sul letto di morte. Le sue carte sono conservate presso la Fondazione Gramsci e altri archivi. A lei sono dedicate strade, biblioteche e istituti scolastici in varie città italiane.
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