(STORIA XX-XXI SECOLO) - Il terremoto della Marsica del 13 gennaio 1915 rappresenta uno dei più gravi disastri naturali della storia italiana contemporanea e uno degli eventi sismici più devastanti mai registrati nell’Appennino centrale. La scossa principale avvenne alle ore 7:52 del mattino e colpì soprattutto l’area della conca del Fucino, nella provincia dell’Aquila, provocando distruzioni estese in Abruzzo, Lazio e parte del Molise. La magnitudo dell’evento, rivalutata dagli studi moderni, viene generalmente indicata tra 6,7 e 7,0, mentre l’intensità macrosismica raggiunse l’XI grado della scala Mercalli, un livello definito “catastrofico”. L’epicentro fu localizzato nell’area della Piana del Fucino, tra Avezzano, Gioia dei Marsi e San Benedetto dei Marsi, in una zona che già nei secoli precedenti aveva conosciuto eventi sismici importanti ma che all’inizio del Novecento non era considerata tra le aree più pericolose del Regno d’Italia. Il terremoto avvenne in pieno inverno, con neve abbondante e temperature rigidissime, condizioni che contribuirono ad aggravare il numero delle vittime e a rallentare drammaticamente i soccorsi. La Marsica era allora una regione prevalentemente agricola, caratterizzata da piccoli centri abitati costruiti in muratura povera, spesso privi di qualsiasi criterio antisismico. La bonifica del lago Fucino, completata nella seconda metà dell’Ottocento grazie ai lavori promossi dal principe Alessandro Torlonia, aveva trasformato l’area in una fertile pianura coltivata, aumentando la densità abitativa e lo sviluppo economico della zona. Avezzano era diventata il principale centro amministrativo e commerciale del territorio marsicano, con oltre tredicimila abitanti, edifici pubblici, scuole, chiese, alberghi, attività commerciali e collegamenti ferroviari strategici tra Roma e l’Abruzzo interno.
Alle 7:52 del 13 gennaio la popolazione si trovava in gran parte all’interno delle abitazioni. Molti bambini erano nelle scuole o stavano per entrarvi, mentre numerosi contadini si preparavano a raggiungere i campi. La scossa durò circa un minuto, un tempo lunghissimo per un terremoto di tale intensità. Il movimento tellurico provocò il collasso quasi immediato della maggior parte degli edifici costruiti in pietra non legata da malta resistente. Interi paesi furono rasi al suolo in pochi secondi. Avezzano risultò praticamente distrutta: oltre l’80 per cento della popolazione perse la vita. Su più di tredicimila abitanti i superstiti furono poche centinaia. Crollarono il castello Orsini, il municipio, le scuole, le caserme, gli edifici religiosi e quasi tutte le abitazioni private. Morirono il sindaco Bartolomeo Giffi, funzionari pubblici, carabinieri, insegnanti, professionisti e gran parte della classe dirigente locale. In molti casi intere famiglie scomparvero completamente. I danni furono enormi anche nei centri di Gioia dei Marsi, Pescina, Ortucchio, San Benedetto dei Marsi, Trasacco, Lecce nei Marsi, Collarmele, Cerchio, Luco dei Marsi, Celano, Magliano de’ Marsi e in numerosi comuni della Valle Roveto e della Valle del Liri. Alcuni paesi persero oltre la metà degli abitanti. A Pescina sopravvisse il giovane Ignazio Silone, futuro scrittore e politico, che perse gran parte della famiglia sotto le macerie. Le cronache dell’epoca descrissero scene apocalittiche: edifici collassati completamente, strade scomparse, persone sepolte vive, incendi provocati da stufe e lampade a petrolio, animali impazziti e sopravvissuti costretti a scavare a mani nude tra neve e detriti nel tentativo di salvare parenti e amici. Il terremoto fu avvertito distintamente a Roma, Napoli, Firenze e in vaste aree dell’Italia centrale. Nella capitale si verificarono lesioni ad alcuni edifici storici, oscillazioni di monumenti e il crollo di elementi decorativi.
Tuttavia il governo Salandra impiegò diverse ore prima di comprendere la reale gravità della situazione. Le comunicazioni ferroviarie e telegrafiche risultarono interrotte, molte strade erano impraticabili a causa delle frane e la neve ostacolava gli spostamenti. I primi soccorsi organizzati partirono solo nel pomeriggio del 13 gennaio, ma raggiunsero Avezzano soltanto all’alba del giorno successivo. Per molte località isolate occorsero giorni prima che arrivassero aiuti effettivi. La macchina dei soccorsi si rivelò inizialmente insufficiente rispetto alle dimensioni della tragedia. Furono mobilitati reparti del Regio Esercito, carabinieri, vigili del fuoco, medici, volontari della Croce Rossa e religiosi provenienti da varie regioni italiane. Migliaia di soldati parteciparono alle operazioni di scavo e assistenza, lavorando in condizioni climatiche estreme. Numerosi superstiti morirono per il freddo o per le ferite nei giorni successivi. In molti paesi il recupero dei corpi durò settimane. Le autorità dovettero affrontare anche gravi problemi sanitari, con il rischio di epidemie dovute alla decomposizione dei cadaveri e alla mancanza di acqua potabile. Vennero allestiti ospedali da campo, tendopoli e baraccamenti temporanei. Molti feriti furono trasferiti a Roma mediante treni speciali. Il bilancio ufficiale delle vittime superò le trentamila persone, ma alcune stime arrivarono a oltre trentaduemila morti, rendendo il terremoto della Marsica uno dei più sanguinosi disastri sismici europei del XX secolo. La tragedia colpì una popolazione già economicamente fragile e provocò conseguenze demografiche devastanti. Interi nuclei familiari scomparvero, molte proprietà agricole rimasero abbandonate e migliaia di orfani dovettero essere assistiti da istituzioni religiose e associazioni benefiche. Il sisma avvenne inoltre in un momento storico particolarmente delicato. L’Europa era già entrata nella Prima guerra mondiale e l’Italia, pur ancora neutrale, viveva un periodo di forte tensione politica e militare.
Nel giro di pochi mesi l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale si spostò progressivamente verso il conflitto imminente, contribuendo a ridurre rapidamente l’interesse per la catastrofe marsicana. Molti storici hanno osservato come il terremoto del 1915 sia stato parzialmente oscurato nella memoria collettiva italiana proprio dall’ingresso del paese nella guerra nel maggio dello stesso anno. Dal punto di vista scientifico il terremoto della Marsica ebbe grande importanza per gli studi sismologici italiani. Le osservazioni effettuate dai geologi e dai tecnici dell’epoca permisero di comprendere meglio la natura tettonica dell’Appennino centrale, caratterizzato da faglie attive responsabili di terremoti molto violenti. Furono documentate fratture del terreno, subsidenze, smottamenti e alterazioni idrogeologiche diffuse nella conca del Fucino. Le ricerche successive identificarono nel sistema di faglie dell’area marsicana la causa principale dell’evento sismico. Il terremoto contribuì inoltre ad alimentare il dibattito sulla necessità di introdurre normative edilizie antisismiche più rigorose. Già dopo il terremoto di Messina e Reggio Calabria del 1908 erano state elaborate alcune disposizioni tecniche, ma il sisma del 1915 dimostrò ancora una volta la vulnerabilità del patrimonio edilizio italiano. Nelle zone colpite si avviarono programmi di ricostruzione che modificarono profondamente l’assetto urbanistico di numerosi centri abitati. Avezzano venne ricostruita quasi interamente secondo criteri moderni, con strade più ampie, edifici pubblici progettati con tecniche antisismiche e una nuova organizzazione urbana. La ricostruzione richiese molti anni e comportò ingenti investimenti statali. Furono costruiti quartieri provvisori di baracche in legno e muratura leggera destinati a ospitare i superstiti. La presenza di tecnici, ingegneri e imprese provenienti da altre regioni trasformò profondamente il tessuto economico e sociale della Marsica. Il terremoto lasciò segni profondi anche nella cultura e nella memoria collettiva.
Numerose fotografie scattate nei giorni successivi documentarono città completamente distrutte, montagne di macerie e file di sopravvissuti avvolti nelle coperte sotto la neve. Alcune immagini realizzate dal fotografo statunitense John Lansing Callan divennero celebri a livello internazionale. Scrittori, giornalisti e studiosi descrissero la devastazione della Marsica come una delle più terribili tragedie dell’Italia moderna. La memoria del sisma sopravvisse soprattutto nelle comunità locali attraverso racconti familiari, monumenti commemorativi, lapidi e cerimonie annuali. In molti paesi furono realizzati sacrari e monumenti ai caduti del terremoto. Ad Avezzano il ricordo della distruzione totale della città rimase centrale nell’identità collettiva del Novecento. Anche la Chiesa cattolica ebbe un ruolo importante durante e dopo la catastrofe. Sacerdoti, religiosi e suore parteciparono ai soccorsi e all’assistenza degli orfani e dei feriti. Diverse chiese storiche crollarono completamente, mentre altre furono ricostruite negli anni successivi. Il terremoto ebbe inoltre conseguenze economiche durature: molte attività agricole e commerciali furono annientate, la produzione subì un drastico calo e numerosi abitanti emigrarono verso Roma o altre regioni italiane. Alcuni studiosi hanno evidenziato come il trauma del 1915 abbia contribuito a modificare la struttura sociale della Marsica, accelerando fenomeni migratori e cambiamenti economici già in corso. Il sisma influenzò anche la legislazione italiana in materia di protezione civile e gestione delle emergenze, sebbene all’epoca non esistesse ancora un sistema organizzato paragonabile a quello moderno. Le operazioni di soccorso misero in evidenza la necessità di coordinamento tra autorità civili, esercito e servizi sanitari. Nel corso del Novecento il terremoto della Marsica venne spesso richiamato nei dibattiti sulla prevenzione sismica in Italia, soprattutto dopo altri grandi eventi come il terremoto del Belice del 1968, quello del Friuli del 1976, dell’Irpinia nel 1980 e dell’Aquila nel 2009.
Dal punto di vista geologico l’area del Fucino continua a essere considerata ad altissimo rischio sismico. Gli studi contemporanei hanno confermato che la conca marsicana è interessata da sistemi di faglie attive legati ai movimenti distensivi dell’Appennino centrale. Le analisi paleosismologiche indicano che terremoti distruttivi si erano verificati nella regione già in epoca medievale e romana. La storia sismica dell’Italia centrale dimostra infatti una continuità di eventi catastrofici che hanno modellato nel tempo il paesaggio, l’urbanistica e la memoria delle popolazioni locali. Il terremoto del 1915 resta uno dei casi più studiati della sismologia italiana anche per l’eccezionale quantità di documentazione prodotta: relazioni tecniche, fotografie, articoli di giornale, testimonianze dirette e registrazioni strumentali costituiscono ancora oggi una fonte fondamentale per la ricerca storica e scientifica. A oltre un secolo di distanza il disastro della Marsica continua a rappresentare un simbolo della fragilità del territorio italiano di fronte ai terremoti e dell’enorme impatto umano, sociale ed economico che tali eventi possono provocare. La distruzione quasi totale di Avezzano, le decine di paesi cancellati, le oltre trentamila vittime e le difficoltà dei soccorsi in condizioni climatiche estreme collocano il terremoto del 13 gennaio 1915 tra le più grandi tragedie nazionali dell’Italia contemporanea. Nei mesi successivi alla catastrofe vennero avviate vaste campagne di raccolta fondi in numerose città italiane ed europee. Quotidiani, associazioni civili, diocesi e istituzioni pubbliche promossero sottoscrizioni per sostenere i sopravvissuti della Marsica. Anche le comunità italiane emigrate negli Stati Uniti, in Argentina e in Brasile organizzarono iniziative di solidarietà economica. Da Roma partirono convogli ferroviari carichi di coperte, medicinali, viveri e materiali da costruzione. La famiglia reale italiana seguì direttamente gli sviluppi dell’emergenza. Re Vittorio Emanuele III e la regina Elena visitarono le zone devastate, incontrando superstiti e personale impegnato nei soccorsi.
La regina Elena partecipò personalmente ad attività assistenziali e infermieristiche, consolidando l’immagine pubblica della monarchia come istituzione vicina alle popolazioni colpite. Anche il papa Benedetto XV intervenne con aiuti economici e iniziative caritative organizzate dalla Chiesa cattolica. Le condizioni meteorologiche continuarono tuttavia a rendere estremamente difficili le operazioni di recupero. Le nevicate bloccarono a lungo i collegamenti con molti paesi montani della Marsica. In diverse località i sopravvissuti dovettero trascorrere giorni all’aperto accendendo fuochi improvvisati tra le macerie. I racconti dei militari e dei medici inviati sul posto descrissero una situazione sanitaria drammatica, aggravata dalla scarsità di acqua potabile e dalla quasi totale assenza di strutture ospedaliere funzionanti. Alcuni ospedali da campo vennero installati direttamente sui binari ferroviari mediante vagoni sanitari attrezzati. La linea ferroviaria Roma-Pescara assunse un ruolo fondamentale per il trasporto dei feriti e dei materiali di soccorso. Numerosi ingegneri ferroviari lavorarono ininterrottamente per ripristinare i tratti danneggiati dal sisma e dalle frane. Tra le figure più attive nelle operazioni di assistenza emersero funzionari statali, ufficiali dell’esercito, medici condotti e religiosi locali che spesso continuarono a lavorare nonostante avessero perso familiari o abitazioni. In diversi paesi i registri comunali andarono distrutti, rendendo difficile persino la ricostruzione anagrafica delle vittime. Alcuni comuni dovettero ricreare completamente archivi, mappe catastali e documentazione amministrativa. La ricostruzione urbanistica della Marsica costituì uno dei più grandi cantieri pubblici dell’Italia prefascista. Nuovi edifici scolastici, municipi e caserme furono progettati con criteri più moderni rispetto alle costruzioni precedenti. Ad Avezzano la nuova città venne edificata con strade rettilinee e piazze più ampie rispetto all’impianto urbano ottocentesco distrutto dal terremoto. Anche il castello Orsini-Colonna, gravemente danneggiato dal sisma, fu oggetto di successivi interventi di recupero e consolidamento. Il terremoto ebbe importanti conseguenze anche sul piano statistico e amministrativo.
Lo Stato italiano avviò indagini dettagliate sulla distribuzione dei danni, sulla qualità degli edifici e sulle caratteristiche geologiche del territorio. Tali studi influenzarono la classificazione sismica di numerosi comuni italiani e contribuirono allo sviluppo di normative tecniche più severe per le costruzioni nelle aree a rischio. Le relazioni pubblicate dagli ingegneri del Genio Civile e dagli studiosi di geofisica divennero documenti fondamentali per la nascente sismologia italiana del XX secolo. Il disastro della Marsica influenzò inoltre la produzione giornalistica e fotografica dell’epoca. Quotidiani illustrati e riviste pubblicarono centinaia di immagini delle città distrutte, delle tendopoli e delle squadre di soccorso. Per molti italiani fu una delle prime grandi tragedie nazionali documentate in modo così esteso dalla fotografia moderna. Le immagini dei sopravvissuti avvolti nelle coperte tra la neve, delle chiese crollate e delle strade sommerse dalle macerie contribuirono a fissare nella memoria collettiva l’idea di una catastrofe di dimensioni eccezionali. Anche la letteratura memorialistica prodotta dai superstiti rappresenta oggi una fonte storica di grande importanza. Diari, lettere e testimonianze raccolte nei decenni successivi hanno permesso di ricostruire le ore immediatamente successive alla scossa e le condizioni di vita della popolazione marsicana nei mesi dell’emergenza. Numerose scuole, biblioteche e associazioni culturali della Marsica conservano ancora documenti originali relativi al terremoto del 1915, compresi registri funerari, elenchi dei dispersi e fotografie private delle distruzioni. Nel secondo dopoguerra il ricordo del terremoto tornò periodicamente al centro dell’attenzione pubblica italiana, soprattutto in occasione di nuovi eventi sismici che colpirono l’Appennino centrale. Dopo il terremoto dell’Aquila del 2009 molti studiosi e giornalisti evidenziarono le analogie geologiche tra i due eventi e la continuità storica della vulnerabilità sismica abruzzese. Le commemorazioni del centenario nel 2015 hanno riportato il terremoto marsicano al centro di mostre, convegni scientifici, documentari televisivi e pubblicazioni storiche, contribuendo a rinnovare la memoria di una tragedia che segnò profondamente la storia dell’Italia contemporanea.







