lunedì 18 maggio 2026

9 - L'ECCIDIO DEL CANTIERE STRADALE GONDRAND NEL TIGRE' (1936)

 


        (STORIA COLONIALISMO ITALIANO) La strage degli italiani del cantiere stradale Gondrand nel Tigrè avvenne nel febbraio del 1936 durante la guerra d’Etiopia e rappresentò uno degli episodi più drammatici e meno conosciuti del conflitto combattuto tra il Regno d’Italia e l’Impero etiopico. L’eccidio si verificò in un contesto di guerra coloniale estremamente violenta, caratterizzata da operazioni militari su larga scala, repressioni contro la popolazione civile, rappresaglie, utilizzo di armi chimiche e durissime condizioni ambientali. La vicenda coinvolse decine di lavoratori italiani civili appartenenti alla società Gondrand, impresa specializzata nei trasporti e nelle infrastrutture, impegnata nella costruzione e manutenzione di strade militari nel territorio del Tigrè, regione settentrionale dell’Etiopia allora al centro delle operazioni dell’esercito italiano guidato dal maresciallo Pietro Badoglio. Per comprendere l’episodio è necessario collocarlo all’interno della seconda guerra italo-etiopica, iniziata ufficialmente il 3 ottobre 1935 con l’invasione dell’Etiopia da parte delle forze italiane partite dall’Eritrea e dalla Somalia italiana. Benito Mussolini considerava la conquista dell’Etiopia fondamentale per la costruzione dell’Impero coloniale fascista in Africa orientale. Dopo la sconfitta italiana di Adua del 1896, il regime fascista attribuiva inoltre alla nuova guerra un forte valore simbolico e propagandistico, presentandola come una rivincita nazionale e come la dimostrazione della potenza militare italiana. L’offensiva italiana mobilitò centinaia di migliaia di uomini, grandi quantità di mezzi meccanici, aviazione, artiglieria e reparti coloniali eritrei e somali. Il fronte settentrionale, partito dall’Eritrea italiana, attraversava proprio il Tigrè, regione montuosa e strategicamente decisiva per l’avanzata verso Addis Abeba. Le operazioni militari nel Tigrè furono particolarmente dure. 


IL RECUPERO DLLE SALME


        Le truppe etiopiche guidate da ras Cassa, ras Sejum, ras Immirù e soprattutto ras Mulughietà opposero una resistenza significativa, sfruttando la conformazione montuosa del territorio e la difficoltà logistica dell’avanzata italiana. Le infrastrutture stradali erano estremamente limitate e il trasporto di uomini, carburante, munizioni e viveri dipendeva dalla costruzione continua di nuove piste e strade militari. In questo contesto il lavoro delle imprese civili italiane incaricate dei trasporti e delle infrastrutture divenne fondamentale per il funzionamento dell’intera macchina bellica fascista. La società Gondrand, fondata nel XIX secolo e già attiva nei trasporti internazionali, operava in Africa orientale con personale civile italiano addetto ai lavori stradali, ai convogli logistici e alle infrastrutture di supporto alle truppe. I cantieri Gondrand nel Tigrè impiegavano tecnici, autisti, meccanici, operai specializzati e manovali provenienti in gran parte dall’Italia settentrionale. Molti di questi lavoratori erano civili inquadrati però in un contesto completamente militarizzato, spesso molto vicino alle linee del fronte. Le condizioni di vita erano difficilissime. Le temperature variavano fortemente tra giorno e notte, le malattie tropicali erano diffuse, l’approvvigionamento idrico risultava complicato e gli attacchi etiopici contro convogli e infrastrutture italiane erano frequenti. Durante l’inverno tra il 1935 e il 1936 la guerra raggiunse una fase particolarmente intensa. Nel dicembre del 1935 il generale Emilio De Bono venne sostituito da Pietro Badoglio al comando del fronte nord perché Mussolini riteneva troppo lenta l’avanzata italiana. Badoglio intensificò immediatamente le operazioni offensive e fece largo uso dell’aviazione e dei gas chimici, soprattutto iprite, contro le forze etiopiche. Tra gennaio e febbraio del 1936 si svolsero le grandi battaglie del Tembien, dell’Amba Aradam e dello Scirè, che provocarono perdite enormi tra gli etiopici. L’intero territorio del Tigrè divenne un’area di combattimento estremamente instabile, nella quale bande armate etiopiche, reparti regolari dispersi e combattenti locali continuavano a colpire retrovie, colonne logistiche e cantieri italiani. 



        Fu proprio in questo clima che maturò la strage degli operai Gondrand. Secondo le ricostruzioni storiche, il massacro avvenne nella zona del Tembien e coinvolse un gruppo di civili italiani impegnati nella costruzione o manutenzione di una strada militare essenziale per il rifornimento delle truppe. I lavoratori del cantiere si trovavano relativamente isolati rispetto alle principali colonne militari e disponevano di una protezione limitata. In molte aree occupate, infatti, il controllo italiano era ancora precario e dipendeva quasi esclusivamente dalla presenza temporanea di reparti armati. Le forze etiopiche, pur subendo pesanti sconfitte convenzionali, continuavano a operare attraverso imboscate, attacchi improvvisi e azioni contro le linee logistiche italiane. Un gruppo armato etiopico riuscì così a raggiungere il cantiere Gondrand sorprendendo i lavoratori italiani. L’attacco degenerò rapidamente in un massacro. Diversi civili vennero uccisi sul posto, altri cercarono di fuggire senza successo. Le testimonianze diffuse successivamente dalla propaganda italiana descrissero scene di estrema violenza. Alcuni corpi furono mutilati e il regime fascista utilizzò immediatamente l’episodio come strumento propagandistico per presentare gli etiopici come barbari e giustificare l’inasprimento delle operazioni militari. Il numero esatto delle vittime varia a seconda delle fonti, ma gli italiani uccisi furono diverse decine. La notizia provocò forte impressione nell’opinione pubblica italiana, già sottoposta a un’intensa propaganda bellica. I giornali del regime dedicarono ampio spazio all’episodio, trasformando i lavoratori Gondrand in simboli del sacrificio nazionale nell’Africa orientale italiana. Il fascismo attribuiva grande importanza alla costruzione di una narrazione eroica della guerra d’Etiopia. La morte dei civili italiani veniva utilizzata per rafforzare il consenso interno e per legittimare ulteriormente la prosecuzione della campagna militare. 


ING. CESARE ROCCA CON LA MOGLIE LYDIA MAFFIOLI
LEI FU UCCISA A COLPI DI RIVOLTELLA DAL MARITO PER EVITARLE LA CATTURA


        In realtà la violenza del conflitto era molto più complessa e coinvolgeva entrambe le parti in guerra. Le truppe italiane stavano conducendo una campagna caratterizzata anche da bombardamenti contro villaggi, uso sistematico di gas tossici, repressioni contro civili e distruzione di infrastrutture etiopiche. Dopo la strage Gondrand le operazioni repressive italiane nella regione del Tigrè si intensificarono ulteriormente. Reparti coloniali eritrei e unità italiane effettuarono rastrellamenti nelle zone considerate ostili e numerosi villaggi vennero colpiti da bombardamenti aerei. La guerra d’Etiopia rappresentò infatti uno dei primi grandi conflitti coloniali del Novecento nei quali l’aviazione venne utilizzata in modo sistematico non soltanto contro obiettivi militari ma anche contro infrastrutture civili, vie di comunicazione e aree abitate. La campagna africana del 1935-1936 ebbe inoltre importanti conseguenze diplomatiche internazionali. L’invasione italiana dell’Etiopia provocò la condanna della Società delle Nazioni, che adottò sanzioni economiche contro l’Italia. Tuttavia tali sanzioni risultarono parziali e inefficaci, anche perché Francia e Regno Unito evitarono misure che potessero spingere Mussolini verso un’alleanza ancora più stretta con la Germania nazista. In questo periodo il regime fascista intensificò la propaganda nazionalista e imperiale, presentando la conquista dell’Etiopia come una missione civilizzatrice e come il coronamento delle ambizioni coloniali italiane. La vicenda dei lavoratori Gondrand si inserì perfettamente in questo quadro propagandistico. I caduti vennero celebrati come martiri del lavoro e dell’espansione italiana in Africa. Le cronache ufficiali insistevano sul fatto che fossero civili impegnati nella costruzione di strade e infrastrutture, sottolineando il carattere apparentemente non militare della loro attività. In realtà il sistema logistico stradale costituiva un elemento essenziale dell’offensiva italiana e i cantieri operavano direttamente a supporto delle operazioni belliche. Le strade costruite nel Tigrè permettevano il movimento dell’artiglieria, dei carri leggeri, degli autocarri e dei convogli di rifornimento indispensabili all’avanzata verso Addis Abeba. 



        La costruzione delle infrastrutture stradali nell’Africa orientale italiana fu uno degli aspetti centrali della politica coloniale fascista. Migliaia di lavoratori italiani e africani furono impiegati nella realizzazione di strade, ponti, aeroporti e linee di collegamento. Le imprese private collaboravano strettamente con il regime e con l’esercito. La Gondrand, come altre aziende italiane attive nelle colonie, partecipava a questo vasto sistema logistico e infrastrutturale. Molti lavoratori civili si trovarono così esposti ai rischi diretti del conflitto pur non appartenendo formalmente alle forze armate. La guerra d’Etiopia terminò ufficialmente nel maggio del 1936 con l’ingresso delle truppe italiane ad Addis Abeba e la proclamazione dell’Impero da parte di Mussolini il 9 maggio 1936. Vittorio Emanuele III assunse il titolo di Imperatore d’Etiopia e venne costituita l’Africa Orientale Italiana, che univa Etiopia, Eritrea e Somalia italiana. Tuttavia la conquista non pose fine ai combattimenti. In molte regioni etiopiche continuò infatti una lunga guerriglia anti-italiana guidata dagli arbegnuoc, i patrioti etiopici che proseguirono la resistenza contro l’occupazione fascista. Anche il Tigrè rimase una delle aree più instabili dell’intera colonia. Le autorità italiane continuarono a investire enormi risorse nella costruzione di infrastrutture e nella militarizzazione del territorio. La memoria della strage Gondrand rimase viva soprattutto negli ambienti fascisti e nelle associazioni coloniali italiane. Durante il periodo dell’Africa Orientale Italiana l’episodio venne ricordato in commemorazioni ufficiali, articoli di giornale e pubblicazioni propagandistiche dedicate alla guerra d’Etiopia. Dopo la caduta del fascismo e la fine della Seconda guerra mondiale, la memoria pubblica italiana del colonialismo subì invece una progressiva trasformazione. Per molti decenni la guerra d’Etiopia venne spesso raccontata in modo parziale, con scarsa attenzione ai crimini coloniali italiani e alla violenza sistematica esercitata contro la popolazione etiope. 


LA CATTURA DI ALCUNI DEI RESPONSABILI


        Solo a partire dagli anni Settanta e Ottanta numerosi studi storici iniziarono a ricostruire in maniera più approfondita il conflitto, analizzando anche l’uso dei gas chimici, le repressioni coloniali e il carattere aggressivo dell’espansione fascista in Africa. In questo nuovo quadro storiografico, episodi come la strage Gondrand vennero reinterpretati all’interno della complessità della guerra coloniale. Gli storici hanno sottolineato come il conflitto etiopico fosse caratterizzato da una brutalizzazione diffusa, alimentata sia dalla propaganda razziale fascista sia dalla durezza delle operazioni militari combattute in territori difficili e spesso privi di un controllo stabile. Il Tigrè, in particolare, fu una delle regioni maggiormente devastate dalla guerra. Le battaglie dell’Amba Aradam e del Tembien provocarono decine di migliaia di morti etiopici e l’utilizzo dell’iprite contro soldati e civili lasciò conseguenze gravissime. Anche la distruzione delle infrastrutture agricole e dei villaggi contribuì a peggiorare le condizioni della popolazione locale. La vicenda del cantiere Gondrand costituisce quindi un esempio significativo della vulnerabilità delle strutture logistiche italiane durante la campagna etiopica e del coinvolgimento diretto dei civili nella guerra coloniale fascista. I lavoratori italiani impiegati nei cantieri africani vivevano infatti in una situazione intermedia tra attività civile e supporto militare. Molti di loro erano stati attratti dalla propaganda imperiale del regime, dalle prospettive economiche offerte dalle colonie o semplicemente dalla possibilità di ottenere un impiego stabile in un periodo ancora segnato dalle conseguenze della crisi economica mondiale degli anni Trenta. La guerra li trasformò però in obiettivi diretti delle azioni armate etiopiche. Dal punto di vista etiopico, le infrastrutture italiane rappresentavano strumenti fondamentali dell’occupazione militare e quindi obiettivi strategici da colpire. La memoria della guerra del 1935-1936 rimane ancora oggi molto importante in Etiopia, dove la resistenza contro l’invasione italiana viene considerata uno dei momenti centrali della storia nazionale contemporanea. Figure come l’imperatore Hailé Selassié, ras Immirù, ras Cassa e altri comandanti della resistenza etiopica continuano a occupare un ruolo rilevante nella memoria pubblica del paese. 



        In Italia, invece, la riflessione sul colonialismo fascista e sulla guerra d’Etiopia è stata più lenta e controversa. Soltanto negli ultimi decenni la ricerca storica ha affrontato in maniera più sistematica il tema delle violenze coloniali, delle deportazioni, delle rappresaglie e della propaganda razziale sviluppata durante l’occupazione dell’Africa orientale. La strage degli italiani del cantiere Gondrand nel Tigrè resta quindi un episodio collocato all’interno di una guerra estremamente dura e complessa, nella quale civili, militari e popolazioni locali furono coinvolti in un conflitto segnato da violenze diffuse, interessi imperiali e profonde conseguenze politiche e umane. Negli anni Trenta il regime fascista attribuiva un’enorme importanza simbolica alle infrastrutture coloniali. Le strade costruite in Africa orientale venivano presentate come prova della capacità organizzativa italiana e della presunta missione modernizzatrice dell’Impero. La propaganda mostrava spesso fotografie di operai, autocarri e cantieri nel Tigrè e in Eritrea, accompagnate da slogan che esaltavano il lavoro italiano in Africa. In realtà gran parte delle opere veniva realizzata in condizioni ambientali estremamente difficili e con l’impiego massiccio di manodopera locale sottoposta a ritmi pesanti e a disciplina militare. I cantieri stradali costituivano obiettivi particolarmente vulnerabili perché spesso si trovavano lontani dai principali presidi armati e dipendevano da convogli continui per ricevere carburante, viveri e materiali tecnici. La zona del Tembien, dove avvenne l’eccidio Gondrand, era inoltre uno dei territori più instabili dell’intero fronte settentrionale. Proprio nel febbraio del 1936 le truppe italiane combattevano la Seconda battaglia del Tembien contro le forze di ras Cassa e ras Sejum. L’offensiva italiana impiegò un’enorme superiorità di mezzi, artiglieria pesante e bombardamenti aerei continui. Dopo gli scontri principali, molti combattenti etiopici dispersi continuarono però ad agire in piccoli gruppi mobili contro le retrovie italiane. La guerra nel Tigrè non aveva quindi una linea del fronte stabile e numerose aree apparentemente occupate rimanevano in realtà insicure. 



        L’eccidio del cantiere Gondrand si inserì proprio in questa situazione di conflitto frammentato e permanente. Alcune fonti dell’epoca parlarono di oltre quaranta vittime italiane tra tecnici, autisti e operai. I resoconti fascisti insistettero molto sui dettagli della violenza subita dai caduti, utilizzando il massacro per alimentare sentimenti di vendetta e per rafforzare l’immagine disumanizzata del nemico etiope. Le fotografie dei funerali e delle commemorazioni vennero diffuse nei cinegiornali dell’Istituto Luce e nella stampa nazionale. In diverse città italiane furono organizzate cerimonie pubbliche in memoria dei lavoratori uccisi. La propaganda fascista tendeva inoltre a trasformare gli operai coloniali in figure eroiche legate all’idea dell’“italiano costruttore dell’Impero”. Nello stesso periodo il regime stava promuovendo una vasta mobilitazione economica e industriale a sostegno della guerra. Aziende pubbliche e private collaboravano con il governo nella produzione di automezzi, materiali edilizi, infrastrutture portuali e logistiche destinate all’Africa orientale. La Gondrand faceva parte di questo sistema economico connesso direttamente all’espansione coloniale fascista. Dopo la conquista di Addis Abeba, numerosi superstiti e lavoratori italiani continuarono a operare nelle infrastrutture stradali dell’Africa Orientale Italiana, ma il territorio rimase instabile fino alla caduta dell’Impero nel 1941, quando le forze britanniche e i patrioti etiopici riconquistarono progressivamente Eritrea ed Etiopia durante la Seconda guerra mondiale. La memoria dell’eccidio Gondrand sopravvisse soprattutto nelle associazioni dei reduci coloniali e nelle pubblicazioni memorialistiche dedicate alla guerra d’Etiopia. Nel dopoguerra, tuttavia, l’intera esperienza coloniale italiana venne spesso rimossa o trattata marginalmente nel dibattito pubblico nazionale. Solo la storiografia più recente ha ricollocato episodi come quello del cantiere Gondrand all’interno del più ampio quadro della violenza coloniale e della guerra totale combattuta dal fascismo in Africa orientale.